Per la gioventù di oggi manca un modello

Giovani che si raccontano. E lo hanno fatto attraverso la consueta e storica rubrica «Lettere dal tempo» della rivista salesiana «Dimensioni Nuove» edita dalla Elledici, un mensile rivolto a un pubblico di lettori adolescenti e giovani. Si tratta di 239 lettere raccolte negli anni fino a poco tempo fa e pubblicate nel volumetto «Il mondo che vorrei» (Elledici, pp. 151, 12,50 euro) edito dal Centro evangelizzazione e catechesi Don Bosco.

Le lettere sono state scelte e organizzate per temi da Umberto De Vanna, già direttore di «Dimensioni nuove», e da Paolo Brunatto. Sono lettere riportate integralmente, scritte spesso con toni audaci, taglienti, provocatori, spiazzanti e molto schietti. Documentano e fotografano l’universo giovanile così come esso è, rivelando il modo di sentire, di vedere, di provare emozioni dei ragazzi, ma anche la loro capacità di rapportarsi con i coetanei e gli adulti, i problemi di tutti i giorni e gli interrogativi legati alla crescita, relativi al futuro, allo studio, al lavoro, alla fede, alla sessualità, all’amore, all’amicizia.

Don Umberto De Vanna, questo libro segue quello che ha pubblicato qualche tempo fa, «Non siamo isole» (Elledici, 2006), in cui presentava e commentava lettere di giovani spedite a «Dimensioni Nuove». Ora sono più di duecento quelle raccolte e selezionate in questo nuovo volume. Che cosa, secondo lei, risalta di più tra i contenuti espressi dai ragazzi?

È proprio l’effetto della conoscenza diretta e genuina. È raro che i giovani abbiano la possibilità di ottenere ascolto da parte di qualcuno. Spesso non riescono a esprimere se stessi neanche con gli amici più stretti. Sorprende che attraverso la rubrica «Lettere dal tempo» abbiano trovato un’occasione per presentarsi così come sono, senza alcuna barriera, come occasione di confronto tra gente che riflette, pensa, vive con intensità.

Dunque questa raccolta di testimonianze si propone come un vero e proprio documento, che sintetizza ed evidenzia con chiarezza e trasparenza le problematiche adolescenziali e giovanili…

Non è facile parlare della vita personale e sociale dei giovani, prima di tutto perché non esiste la categoria del “giovane medio”. Tante componenti fanno sì che esistano grandi differenze tra un giovane e l’altro. Ma queste lettere presentano tanti elementi comuni, la descrizione di profili giovanili che rispondono in qualche misura al loro mondo.

Ogni tematica che raggruppa le lettere dispone alla fine di una scheda che contiene delle specifiche domande. A che cosa serve quel riquadro?

Ogni lettera provoca e sollecita una reazione in chi legge o ascolta. Per questo offre lo spunto per uno scambio di opinioni. Tra le migliaia a nostra disposizione, abbiamo scelto quelle che presentavano un problema in modo più netto, provocatorio, coinvolgente. La scheda che conclude ogni capitolo orienta e favorisce la conversazione tra i giovani, ma anche tra gli educatori e i genitori. I giovani ci saranno riconoscenti se li lasceremo parlare tra di loro su temi di fondo o di attualità. Il confronto delle esperienze li aiuterà a maturare: la loro vita, ma anche la nostra, è guidata in fondo dalle esperienze che facciamo o che subiamo, da ciò che ci fa gioire, sorridere, soffrire.

A suo parere, i giovani che hanno scritto e spedito queste lettere alla rubrica cercano delle risposte, manifestano una provocazione, rivelano uno sfogo, esternano uno scontento, comunicano la volontà di confrontarsi o cos’altro?

C’è di tutto. Tanta problematicità, tanto disorientamento e disagio. Eppure parecchie lettere, forse perché per lo più provenienti dal mondo dell’associazionismo cattolico, esprimono in alcuni giovani una precisa volontà di muoversi in modo costruttivo e libero. C’è in molti il desiderio di realizzarsi in modo personale, giovani a cui non basta adattarsi, ma che vogliono sperimentare percorsi nuovi e ricercano un sistema di significato complessivo che dia senso al proprio agire. Scrive Alice: «Io credo che non bisogna mai aspettare di ricevere dagli altri il modello perfetto, i valori da seguire. Alla fine sono io che scelgo anche controcorrente, senza paura e senza temere gli altri». E Cucciolo: «Non voglio lavorare, sposarmi e avere dei figli. Voglio, anzi pretendo, molto di più, ma non ho ancora capito cosa».

A un certo punto, lei parla di «identità debole» riferendosi ai giovani. Che cosa intende dire?

I giovani vivono la loro appartenenza senza troppi investimenti affettivi, ma con senso prammatico, senza identificarsi pienamente con i vari ambiti, spazi, istituzioni, gruppi in cui sono inseriti. Anche nei confronti della religione. I giovani possono anche partecipare ad attività in parrocchia o nei gruppi e movimenti giovanili, ma lo fanno senza lasciarsi coinvolgere interamente. Possono percepirne anche i valori e la novità dei messaggi, ma poi si tengono equidistanti, mantenendo il più delle volte appartenenze contraddittorie. Per questo possono apparire magari cinici o disincantati. L’unico obiettivo importante per loro è realizzarsi in modo individuale e personale. È questo il loro centro unificante, avere molti punti di riferimento. Non si lasciano prendere da progetti troppo ambiziosi, diventano realisti, sembrano accontentarsi di vivere alla giornata.

A dispetto dei luoghi comuni e dei giudizi scontati sugli adolescenti, le lettere raccolte nel libro quale ritratto e quale panorama del mondo giovanile attuale fanno emergere?

I giovani che si presentano in queste lettere non rinunciano in qualche misura a progettarsi. Ma lo fanno in modo personale, soggettivo. Scrive Angela: «Di fronte alla impossibilità di credere in una ideale integrità dell’io, non possiamo fare altro che affidarci al nostro istinto». Alla fine sono loro a stabilire ciò che è bene e ciò che è male, ciò che va bene per me qui-ora. «La realtà è importante e bisogna stare con i piedi per terra, ma sognare è una delle cose più belle che abbiamo», scrive Chiara. «Quindi perché uccidere i nostri sogni alla nostra età con idee concrete ai max livelli? Non è che non voglio crescere, ma perché il mondo consumistico di oggi non ci lascia sognare e ci impone modelli fissi?». E Mirca: «Sebbene io cerchi disperatamente delle risposte per il mio futuro, in realtà non ho il coraggio di cercarle nel luogo giusto. Il luogo dove le troverei è dentro di me, ma il mio cuore è pieno di dubbi e di paure e così preferisco rimanere qui e non rischiare. Avere le risposte significa prendere decisioni e io non voglio».

Nicola Di Mauro



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