Non rubare: ma lo facciamo tutti...

La piazza ritrovata, anche se per una sera soltanto. La piazza centro vivo della città, con un contenuto di tutto rispetto: tutti intorno a un Comandamento. «Dieci piazze per dieci Comandamenti» è il percorso che, dal settembre scorso al prossimo ottobre, il Rinnovamento nello Spirito sta facendo in giro per l’Italia, idea certamente coraggiosa e ben sostenuta da più parti: tra gli altri, Cei e Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione.

Non è frequente vedere la Parola di Dio entrare a gamba tesa in quel modo nel mondo degli uomini, e dar loro una bella sveglia, per un attimo, una serata, e magari anche la notte successiva, quella di un cuscino su cui pensare. Non è frequente vedere le telecamere (Tv2000) che inquadrano un comandamento e le sue molte facce, una brava presentatrice (Arianna Ciampoli) parlarne come di cose del mondo e far sostare i passanti del sabato sera. A Genova sul palco di piazza Matteotti, lì in mezzo, tra il sacro della cattedrale e il profano di palazzo Ducale, si alternavano attori, vescovi, ex carcerati, baristi e cantanti, per parlare del settimo comandamento: «Non rubare».

«Non rubare» è toccato a Genova, sesta piazza dopo Roma, Verona, Napoli, Milano e Bari, ognuna il proprio Comandamento, ogni città una Parola, quella che le è toccata in sorte da chi organizzava, anche se ogni visita porta con sé il dubbio di un comandamento mirato. Il «Non rubare» avrebbe dovuto visitare un po’ tutte le città, forse: «E’ il comandamento più trasgredito», ha detto Enzo Bianchi, priore di Bose. «Non rubare»: nelle sue mille accezioni, che non si limitano al concetto del «bene» sottratto all’altro, e vanno ben oltre.

Intanto: «Ognuno può rubare a se stesso», ha detto il cardinal Bagnasco, sottolineando come la forma negativa di ogni Comandamento racchiuda un grande «sì». E’il «sì» alla vita, all’immagine di Dio che è in ognuno di noi. Rubare a se stessi: quando ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo privando gli altri di noi e del nostro contributo: avviliamo noi stessi», oppure «Quando togliamo agli altri stima e buon nome spargendo fango e sospetto: è un gravissimo rubare», e ancora, quando pensiamo di qualcuno, «Tu non mi interessi», si uccide la speranza nell’altro, ma rubiamo anche a noi stessi». Un messaggio forte, che indica che non siamo isolati, e la sorte del vicino ci tocca, anche se non lo vogliamo.

«Non rubare»: parla Biagio, ex carcerato a Pozzuoli per furto, la conversione in prigione e una vita che ricomincia, moglie e tre figli. In carcere, ancora, come volontario, per dire a quegli uomini: io ce l’ho fatta, anche voi potete farcela. «Non rubare»: Andrea ex barista, di Savona. Il locale con le slot machine, giovani e padri di famiglia a rovinarsi e, improvvisa, la consapevolezza: «Mi sono reso conto che era come se spacciassi droga». Via le slot dal locale, problemi, minacce e molte entrate in meno: ma è stata liberazione, per sé e per gli altri. «Non rubare»: si ruba per fame, anche, ammette l’ex magistrato Alfredo Mantovano. Come la donna di Lecce che aveva sottratto un biberon, e il brigadiere dei carabinieri a tirar fuori il portafoglio per pagarglielo.

A chiosare questo punto, la lettura di Andrea Giordana: Victor Hugo e il brano dei candelieri, Jean Valjeant che ruba l’argento e il monsignore che convince i carabinieri che di dono si trattava: ancora i candelieri, ecco, li aveva dimenticati. Ma per un gesto mosso dalla miseria, ed è ancora la testimonianza dell’ex magistrato, ve ne sono altri architettati dal calcolo criminale: delle aziende mafiose, per esempio. Per un furto al supermercato troviamo un furto “di” supermercato: ovvero acquistare catene per tagliare le gambe alla concorrenza drogando lavoro e prezzi. E ancora il furto del tempo, che è un bene che anche le istituzioni devono rispettare: per esempio procedendo immediatamente al risarcimento di un esercente che ha resistito alla camorra e in un mese può riaprire il suo bar incendiato. Dopo un anno è troppo tardi: il racket ha vinto sullo stato. E’ furto, anche quello.

Della sperequazione che rende alcuni più vittime degli altri ha parlato Enzo Bianchi. Anche se gli uomini sono solo inquilini della Terra, si comportano come padroni. Spazio per il bene comune non c’è. «Non rubare»: sotto accusa certe regole del gioco economico e politico, secondo Stefano Zamagni, economista all’Università di Bologna, che denuncia il «grave furto al riparo di regole che tendono a indurre a quei comportamenti che la Chiesa chiama strutture di peccato». Un esempio? L’evento speculativo che nell’agosto del 2008 portò alla morte mezzo milione di persone, a cui erano divenute inaccessibili le scorte alimentari. Rubare anche senza saperlo, talvolta: e uccidere, persino.

La grave responsabilità è soprattutto di che approva le norme. Come per l’apertura domenicale dei servizi commerciali: un furto contro l’unità della famiglia, capitale sociale per eccellenza. «Non rubare»: con il lavoro nero, ha detto l’imprenditore Francesco Averna, «le aziende rubano due volte: agli altri imprenditori, e ai lavoratori, anche la dignità». E non rubare con il grande furto dell’evasione fiscale, furto contro tutti, contro il mio vicino di casa e contro i miei figli. «Sposiamo questa piazza con scelte di comportamento», ha annunciato Roberto Arditti, direttore della comunicazione di Expo 2015, sponsor ufficiale delle «Dieci piazze», ed è un po’ come quando i conti tornano e tiri un sospiro di sollievo: senti parlare di «versione laica del Comandamento», e lo hanno capito bene tutti, in quella sera genovese finalmente estiva, che «i dieci comandamenti vengono da un Dio che ci ha creato per amore», come dice papa Francesco nel suo videomessaggio alle «piazze», e che l’amore di Dio si incarna (si è incarnato) nella vita. «Impariamo a trasmettere un messaggio di rispetto», ha detto Arditti, «che è anche non avere un frigorifero pieno di cose che finiremo per buttare via». In pratica, non rubare: «Non rubare il futuro a quelli che verranno».

Daniela Ghia



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016