Jannacci, ironia in musica

Cosa fa un cantante quando, dopo lunghi anni di gavetta, riesce finalmente a piazzare una sua canzone al numero uno in classifica? Rilascia interviste, si fa vedere in tv, organizza lunghi tour.

A meno che non si chiami Enzo Jannacci. Nel 1968, dopo aver fatto cantare tutta l’Italia con «Vengo anch’io, no tu no» e aver bissato con l’irriverente «Ho visto un re», decide di mollare tutto e di partire per quattro anni in Sudafrica e poi negli Stati Uniti per specializzarsi in chirurgia con Christian Barnard, l'uomo del primo trapianto di cuore.

Era fatto così, il più stralunato, surreale, inclassificabile cantautore italiano, che si è spento a 77 anni nella sua Milano lo scorso 29 marzo. Da tempo non lo si vedeva più sfrecciare con la sua Citroen modello “ferro da stiro” o con il suo motorino a Città Studi, il quartiere universitario dove viveva. Lo abbiamo visto l’ultima volta in tv il 19 dicembre del 2011 in un programma-tributo di Fabio Fazio, accompagnato dal figlio Paolo, anche lui eccellente musicista con il quale ha scritto le sue ultime canzoni. Le prime risalgono agli anni '50, quando, dopo essere stato compagno di liceo di Giorgio Gaber, essersi diplomato al conservatorio, aver suonato il pianoforte accanto a giganti del jazz come Chet Baker e Gerry Mulligan, irrompe come un alieno nella scena musicale italiana.

Gli inizi non sono molto incoraggianti. Nel 1961 in Rai tenta un provino, ma viene severamente bocciato: va bene gli “urlatori” alla Tony Dallara, ma quella voce così nasale, sempre sul filo della stonatura, proprio no. E poi quelle canzoni in dialetto milanese, dove si parla di barboni morti di freddo («El portava i scarp del tennis»), di ladri sfortunati, come quello che «Faceva il palo» nella banda dell'Ortica, ma «era sguercio, non ci vedeva quasi più», per non parlare di quell'incomprensibile «Cane con i capelli». Enzo però non si scoraggia, grazie anche agli amici cantautori che condividono con lui l'afflato verso gli ultimi: oltre a Gaber, Luigi Tenco, che incide la sua «Passaggi a livello» e Fabrizio De André, che su una sua musica scrive «Via del campo». Intanto, nel 1967, arriva la sospirata laurea in medicina, voluta per onorare la memoria del padre aviatore e partigiano. Dirà poi: «Poteva diventare generale e invece è morto maresciallo per star vicino ai suoi uomini. Io ho fatto il medico perché mio padre voleva che imparassi cosa è la sofferenza e a stare vicino alla gente». E quando gli chiedono come faccia a esercitare contemporaneamente le professioni di chirurgo e di cantautore, risponde così: «Per andare a cantare devo prendere le ferie. Io le vacanze le passo così. I miei colleghi vanno a divertirsi ai congressi, a parlare di trapianti e roba del genere. Io, invece, povero disgraziato, canto».

Gli anni '70 sono quelli della maturità artistica, anche se in tv lo si vede sempre meno. A Mario Monicelli, per il film «Romanzo popolare», regala la sua canzone più struggente, «Vincenzina e la fabbrica», racconto delle durezze di una ragazza emigrata dal Sud che si trova ad affrontare la realtà industriale, mentre con un altro “irregolare” della cultura italiana, Beppe Viola, compone «Quelli che», irresistibile catalogo a tempo di blues di tic e stupidità italiche, puntualmente riaggiornato nel corso degli anni. Dagli '80 in poi, lo si vede soprattutto a Sanremo, dove lascia il segno con una canzone sui tossicodipendenti, «Se me lo dicevi prima», e con un'altra contro la mafia, «La fotografia».

Con i colleghi è capace di generosità inaspettate: «Quando sono malinconico sembro Claudio Baglioni, che per me è il più bravo di tutti. E' un poeta nato, che consuma note, armonie, comunica cose di una bellezza straordinaria. Non lo sa neanche lui, questo. In dieci parole sue trovi sei atmosfere poetiche». Come medico va in pensione il 1° gennaio 2003. Lo stesso giorno muore il suo grande amico Giorgio Gaber. Sempre in quell'anno esce il suo ultimo album di canzoni inedite, «L'uomo a metà», in cui è contenuta «Il sottotenente». Sembra un omaggio a suo padre e invece Enzo rivela che il protagonista è Gesù, un uomo che aprì un sacchetto di plastica bianca «e venne fuori un bel suono. Sembrava fatto di niente, però era un suono come di pace, che unisce tutta la povera gente». Riposa in pace, caro Enzo.

Eugenio Arcidiacono



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