De Gasperi, profeta esiliato

Rileggere il passato può aiutarci a preparare il futuro, la democrazia non è semplicemente una metodologia della vita sociale di un popolo civile, ma è una filosofia che pone alla base della società la persona, non l’individuo o non lo Stato. L’avevano compreso bene Maritain e Mounier, alla cui scuola è cresciuto Alcide De Gasperi (1881-1954).

Lo statista trentino, a cui si deve la ricostruzione del Paese dopo le rovine della guerra, segretario del Partito popolare, fondato da Luigi Sturzo nel 1919, e sciolto dal fascismo nel 1926, viene arrestato a Firenze l’11 febbraio 1927 e condannato a quattro anni di carcere. Liberato, dopo sedici mesi, per un condono condizionale della pena, trova lavoro presso la Biblioteca vaticana. Durante questo soggiorno forzato scrive numerosi articoli, firmandoli con pseudonimi, su riviste come «L’Illustrazione Vaticana», come «Fides» di Igino Giordani, come «Studium», promossa da mons. G. B. Montini. Già negli anni 1934-‘35 De Gasperi, in una serie di articoli sull’«Illustrazione vaticana», presenta l’«Umanesimo integrale» di Maritain come superamento della civiltà borghese e capitalistica, come intendeva fare in Italia, secondo la dottrina sociale di Leone XIII, il movimento cattolico soppresso dal fascismo.

Durante la guerra De Gasperi partecipa in nome della Democrazia cristiana, fondata in clandestinità, al Comitato di liberazione nazionale e fa parte del governo provvisorio. Nel 1945, dopo la caduta della Repubblica di Salò, che i fascisti avevano costituito al Nord, De Gasperi fu più volte presidente del Consiglio, ultimo del Regno d’Italia, primo della Repubblica italiana, garantendo, nella laicità dello Stato, la presenza dei cattolici nella vita politica italiana. Assimila le idee fondamentali del personalismo, e le traduce in pratica: la laicità dello Stato e la società pluralista, la distinzione tra l’azione cattolica e l’azione politica, subendo incomprensioni e lottando per affermare una politica cristiana, contro ogni forma di clericalismo e di laicismo, convinto di dovere promuovere una società cristiana, non uno Stato cattolico, anche se già si rileva all’interno della Democrazia cristiana il travaglio della contrapposizione tra cattolici liberali e cattolici sociali.

De Gasperi, il 20 novembre del 1948, nell’ambito delle «Grandes conférences catholique» tiene a Bruxelles una conferenza su «Le basi morali della democrazia» e cita Maritain. Infatti, elencando i principi base che regolano una società democratica, afferma: «Uno di questi concetti è rappresentato dall'individuo inteso come “persona umana”. Durante la guerra, in questo conflitto di idee, che ha messo il mondo di fronte al nazismo, ci siamo trovati tutti d'accordo, credenti e non credenti, per salvare il concetto secondo il quale, come dice Maritain,  l'uomo è più un tutto che una parte…. Il senso della dignità della persona umana conduce all’uguaglianza di fronte alla legge e di fronte all’organizzazione politica, vale a dire alla democrazia». Nel suo discorso rileva come Maritain abbia sganciato l’idea di democrazia da un’esclusiva derivazione dal liberalismo di Locke o dal socialismo di Rousseau, in questo sostenuto dal suo maestro Henri Bergson, che afferma che se la fraternità è il fondamento della democrazia, questa ha un’anima cristiana.

Quando De Gasperi tiene questa conferenza è reduce dal successo politico nelle elezioni del 18 aprile 1948, nelle quali il suo partito ha avuto la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi in Parlamento, ma nella campagna elettorale sono intervenuti i Comitati civici organizzati da Luigi Gedda. Questi, presidente dell’Unione uomini di Azione cattolica, operava in contrasto con Vittorino Veronese, presidente generale dell’Azione cattolica italiana, ma aveva la fiducia di Pio XII, generando una situazione che finiva per creare non poche difficoltà tra i cattolici. Infatti, Gedda promuoveva i Comitati civici per controllare la Dc, Veronese li considerava un sostegno provvisorio in un caso di emergenza, senza interferenze politiche. La situazione sociale in quegli anni era critica, le sinistre si erano coalizzate nel Fronte popolare e la Santa Sede, di fronte ai regimi dei comunisti nei Paesi dell’est, era preoccupata dell’avvento dei comunisti al potere in Italia. De Gasperi potrebbe fare un governo monocolore, ma preferisce chiamare al governo anche esponenti degli altri partiti democratici, sottraendosi alle ingerenze delle autorità ecclesiastiche.

Ma, a prescindere dal 1948, esisteva da tempo un gruppo, che costituiva, secondo gli storici (Andrea Riccardi, Fulvio De Giorgi, Piero Craveri), il “partito romano” e che voleva spostare verso destra l’asse della politica italiana. Il gruppo faceva capo a mons. Roberto Ronca, rettore del Seminario maggiore di Roma dal 1933, che aveva fondato nel 1947 il movimento «Civiltà italica» ed era sostenuto dalla rivista «La Civiltà Cattolica». Le elezioni per il Comune di Roma del 1952 sono un’occasione per sperimentare questo progetto .Per contrastare il blocco delle sinistre si vorrebbe che la Dc si alleasse con le destre, monarchici e missini, in un fronte anticomunista e viene coinvolto Luigi Sturzo per avviare trattative. Una tale operazione avrebbe portato alla caduta della coalizione del governo, perché i partiti laici, davanti a questa deviazione a destra della Dc, si sarebbero ritirati.

De Gasperi, che segue l’evolversi della situazione, si oppone a questa pericolosa deviazione dalla linea centrista, malgrado le pressioni che, tramite il gesuita Riccardo Lombardi, gli giungono da Pio XII.; ad un certo momento Sturzo abbandona l’impresa, e l’operazione svanisce. Il fallimento della “operazione Sturzo” non è un solo un fatto politico, ma anche un fatto culturale, perché l’affermarsi della linea di mons. Montini rispetto alla linea di mons. Ronca non riguarda semplicemente questioni di prospettive politiche, ma l’autonomia del laicato cattolico nelle attività politiche e la laicità dello Stato. Segna quel passaggio da una cristianità sacrale a una cristianità profana che Maritain aveva segnalato, annunciando la fine dell’età barocca dell’alleanza tra trono e altare, che aveva generato una società «decorativamente cristiana».

De Gasperi aveva compreso che la democrazia riguarda in primo luogo le istituzioni, cioè la legalità delle relazioni sociali, la libertà del formarsi del consenso, tanto da doversi difendere all’interno del suo partito alle spinte che provenivano dai cattolici liberali e dai cattolici sociali, come si può leggere nella sua corrispondenza con Mario Scelba e Giorgio La Pira. A questa linea di centro e alla laicità dell’impegno politico cristiano è sempre stato fedele, tanto che nel suo ultimo discorso al congresso di Napoli del 1954 ebbe a dire che l’azione cattolica di per se stessa non è in grado di «agire politicamente», cioè di fare politica, perché «…per operare nel campo sociale e politico non basta né la fede, né la virtù; conviene creare e alimentare uno strumento adatto ai tempi, il partito, che abbia un programma, un metodo proprio, una responsabilità, un’autonomia, e una gestione democratica».

L’unità dei cristiani sul piano politico non è una questione di fede ma di politica; l’attuale dispersione dei cristiani in doversi schieramenti politici, tra loro opposti, denuncia proprio una mancanza di “cultura politica”. De Gasperi, con il suo equilibrio centrista, ha garantito per anni la governabilità del Paese nell’interesse di tutti.

Piero Viotto

 



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