Il Papa visto da vicino

Un Papa umile («Umile servitore della vigna del Signore), che torna alle radici del Chiesa, e che riparte dalla Sacra scrittura, dalle lettere di San Paolo. Un teologo che pone al centro del suo pontificato il rapporto «fondante» tra l’uomo e Dio. Un Pontefice che parte dal Concilio Vaticano II e tiene fede sia all’impegno ecumenico con i fratelli ortodossi e anglicani, sia al dialogo con le altre religioni. Un Pastore che è consapevole di doversi confrontare con un mondo sempre più secolarizzato e lo fa con coerenza, coraggio, credibilità. Un grande testimone della Fede, innamorato di Gesù Cristo.

E’ un Benedetto XVI inedito e molto umano quello raccontato da padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, lo scorso 22 novembre a Torino per i «Giovedì della Crocetta» organizzati nella parrocchia Beata Vergine delle Grazie. Padre Lombardi, gesuita, conosce molto bene Torino - ha studiato all’Istituto Sociale e da ragazzino, racconta, «andavo all’oratorio dei salesiani alla Crocetta, ho dei bellissimi ricordi». Sarà stato il clima famigliare, la sala del teatro gremita, le domande serrate dei giornalisti, Riccardo Maccioni di «Avvenire» ed Emmanuela Banfo dell’Ansa, se dall’incontro è uscita una fotografia “a tutto tondo” della «Chiesa di Benedetto XVI», così come prometteva il titolo della serata.

Tante le domande dal pubblico, su tutti i temi, anche scomodi, legati alla più stretta attualità, dagli scandali «dolorosi» che hanno riguardato il Vaticano (Ior, Vatileaks, pedofilia) alle grandi questioni aperte dalla modernità. E padre Lombardi non si è tirato indietro. «Questo pontificato ha fatto un grande cammino verso la trasparenza», ha detto il direttore della Sala stampa vaticana, riconoscendo il ruolo positivo dell’informazione «su problematiche che sono rimaste nascoste o delle quali non si era a conoscenza». Lombardi ha poi ricordato «i notevoli passi avanti» fatti in questi anni per sviluppare una «cultura della prevenzione contro il rischio pedofilia», «l’inserimento dello Ior, la banca vaticana, nel sistema dei controlli internazionali» all’insegna della massima trasparenza («Io stesso ho accompagnato di recente in visita alla banca 40 giornalisti provenienti da ogni parte del mondo») e la questione dell’ex maggiordomo Paolo Gabriele. Spiega padre Lombardi: «La stampa ha potuto seguire tutte le fasi del processo: ogni giorno 8 giornalisti italiani e stranieri venivano sorteggiati tra quelli accreditati per seguire il procedimento. Un lavoro non semplice, basta pensare che i colleghi accreditati alla Sala stampa vaticana sono oltre 400».

La spinta alla massima ,trasparenza ha sottolineato padre Lombardi, arriva proprio da Benedetto XVI. Un Papa profondamente attento a cogliere le sfide del nostro tempo, con la certezza granitica, però, che si deve sempre guardare ai valori del Vangelo. «Il Pontefice», ha detto, «sa di vivere in un tempo di crisi profonda, di grande povertà spirituale, anche di scristianizzazione, soprattutto nella vecchia Europa». Per questo ha ribadito più volte le priorità del suo pontificato. «Basta rileggere le lettera che scrisse ai vescovi sul caso Williamson, una delle lettere più personali, perché scritta di suo pugno, in tedesco e poi tradotta», spiega padre Lombardi, per ritrovare le cinque priorità della Chiesa. «In vaste zone della Terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento», scrive il Papa nella lettera, «la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento».

Ed ecco le cinque priorità. «Condurre gli uomini verso Dio, il Dio che parla nella Bibbia» è la prima. Da qui deriva che la Chiesa deve avere a cuore «l’unità dei credenti». A questo si aggiunge la necessità di cercare tutti insieme la «pace», e il tentativo di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme (pur nella diversità delle singole immagini di Dio) verso la fonte della Luce, cioè il «dialogo interreligioso». Chi annuncia Dio come Amore sino alla fine deve dare la «testimonianza dell’amore»: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia, e questa è la «dimensione sociale della fede cristiana», della quale il Papa ha parlato nell’enciclica Deus caritas est.

L’altra risposta di papa Benedetto XVI all’inarrestabile secolarizzazione, ricorda padre Lombardi, è stata la scelta di indire l’Anno della fede e il Sinodo dei vescovi per la Nuova evangelizzazione. Al centro, l’idea che il rapporto tra uomo e Dio è «fondante»: «Questo rapporto tra Dio e l’uomo credo che sia il punto focale di tutto il cammino del pontificato del papa-teologo Joseph Ratzinger. L’uomo del Terzo millennio deve ritrovare Dio. Come dimostra anche il suo ultimo libro, “L’Infanzia di Gesù”, nel quale ricerca il volto di Dio in Gesù Cristo, ricucendo lo strappo tra il “Gesù storico” e il “Cristo della fede”». Un’opera nata dalla passione di Ratzinger di comunicare la sua personale ricerca, ma anche l’urgenza di rispondere a una necessità cruciale del popolo di Dio nel nostro tempo. Un’opera «che nelle intenzioni del Papa non è magistero, anzi può essere perfettibile dal punto di vista teologico. Ma è stata scritta da un teologo innamorato di Cristo, che come Papa guida il popolo di Dio nella sua Verità storica. Con questo libro il Papa diventa maestro e modello».

Inevitabili infine a cinquant’anni dal Concilio le domande sul rapporto tra Benedetto XVI e il Vaticano II, con un Papa dipinto da certa stampa come un «restauratore» rispetto alle aperture conciliari. Ma anche sul rapporto tra Ratzinger e Wojtyla. E poi una curiosità: padre Lombardi non conferma l’indiscrezione di Maccioni sul fatto che il Papa legga e apprezzi le vignette di Giannelli sul «Corriere», ma racconta «che ogni sera Ratzinger guarda il Tg1».

«Papa Ratzinger un conservatore? Non credo a questa caratterizzazione», ha detto padre Lombardi. «Ricordiamoci che all’inizio del suo pontificato, nella cappella Sistina, Benedetto XVI ha detto che il Concilio è una “bussola” e che era suo impegno tradurlo. Del Concilio si è soffermato soprattutto sull’ecumenismo, sulla difesa della libertà religiosa. La sensibilità moderna chiede infatti di fare una sintesi tra la libertà personale e la libertà religiosa. Attenzione però a non mitizzare il Concilio, come se fossero le ultime parole della Chiesa, tutto è perfettibile. Nessuna rottura, ma rinnovamento nella tradizione. Il dualismo tra conservatori e progressisti  va superato tornando ai documenti. Bisogna ripartire dai testi. C’è ancora molto da imparare».

E sul confronto tra i due pontificati, quello di Benedetto XVI e quello di Wojtyla, padre Lombardi ha aggiunto: «Se si confrontano si scopre che i punti di contatto sono molti, anche se le due figure sono diverse. Wojtyla si è dovuto confrontare coi regimi assolutisti, sostenuto in questo da un Occidente che credeva nei suoi stessi valori, Raztinger invece con una secolarizzazione crescente, in un’assoluta povertà spirituale, lasciato spesso solo a confrontarsi con le grandi questioni da una cultura dominante sempre più lontana dalla Parola di Dio. Detto questo, Benedetto XVI si considera un continuatore del Papa polacco».

Un esempio? «Le Giornate mondiali della gioventù, nate da un’intuizione di Wojtyla. Alcuni osservatori si chiedevano se il nuovo Papa le avrebbe continuate. Benedetto XVI lo ha fatto e i giovani di tutto il mondo l’hanno seguito. Gli stili certo sono diversi: Wojtyla nelle grandi adunate non seguiva il testo scritto, faceva lunghe pause, aspettava gli applausi, rispondeva ai giovani anche con delle battute. Ratzinger invece scrive testi densi di contenuto, gli applausi non sono il suo genere, ma i ragazzi, penso a Colonia o a Madrid, lo seguono come rapiti, in silenzio, durante l’adorazione eucaristica. Due impostazioni diverse, ma con la stessa finalità: aiutare i giovani nel loro cammino di fede».

Cristina MAURO



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