Prezz finora inedito

Dai racconti degli amici fedeli, di chi ebbe modo di frequentarlo negli anni luganesi, emerge il Prezzolini che non t’aspetteresti. Un uomo tutt’altro che libresco, cantore delle piccole cose, amante dei riti minuti della quotidianità. Insomma, il grande letterato che non ha timore, dopo una vita d’impegno e di battaglie, di trarsi da parte, contemplando il ritmato scorrere della vita.

Quest’anno ricorre il trentennale della morte di Giuseppe Prezzolini, il fondatore della «Voce», l’anarchico conservatore, il Grande Scettico che ha punteggiato di riflessioni spesso profetiche il secolo breve che lo ha visto protagonista di primo piano del grande libro del pensiero. L’hanno descritto in tanti modi, spesso ricorrenti fino allo stereotipo, questo antitaliano per antonomasia, fiorentino fin nel midollo, erede di quella tradizione culturale che affonda nei secoli e che ci riporta al Guicciardini e al Machiavelli.

E antitaliano Prezzolini lo fu davvero, basti considerare che, terminata la lunga parentesi trascorsa all’estero, prima a Parigi e poi a New York, sentì il bisogno di sconfinare a Lugano, dopo aver diagnosticato l’irreversibile malattia del suo popolo, ciabattone e irriducibilmente avverso all’autodisciplina. Nel lindo Canton Ticino, terra di frontiera e ultimo baluardo della lingua italiana, Prezzolini venne a trascorrere il suo tramonto, morendovi. Vi giunse dopo un bagno culturale nell’America riformata, terra di certezza del diritto, e scelse proprio la Svizzera in quanto nazione ordinata e ben governata, nella quale sopra il cittadino regna la legge, dove i servizi funzionano e lo Stato è ancora oggi una cosa seria.

A Lugano, Prezz, che non nuotò mai nell’oro, prese in affitto un modesto appartamento al numero 36 di via Giuseppe Motta: un vasto soggiorno, usato anche come studio e sala da pranzo, un cucinino e una camera da letto. Null’altro. Attraverso i finestroni, poteva ammirare il monte Brè e il monte Caprino. Il memorialista ticinese Mario Agliati, scomparso il 15 ottobre 2011, ha avuto il merito di raccogliere succosi aneddoti riguardanti gli ultimi anni di vita del suo amico Prezzolini. Piccole perle attraverso le quali emerge, appunto, il profilo sorprendentemente fresco e attuale di un grande uomo, grande anche nella semplicità del suo modo di vivere, mai sopra le righe.

Raccontare questo Prezzolini significa scrivere un elogio della sobrietà, perché l’uomo non volle mai ergersi a monumento di sé stesso. Così come il suo sguardo era filtrato attraverso le lenti dell’ironia, anche nel raccontarsi non risparmiava qualche guizzo di sapido umorismo. Amava dire di non aver mai fatto sport in vita sua, aggiungendo che la sua ginnastica consisteva nei lavori domestici. Insomma, le classiche faccende di casa. Si era allenato fin dai tempi di New York, quando aveva affittato una minuscola soffitta. Ebbene, Prezzolini manteneva la forma fisica cucinando e lavando i piatti, spolverando, strofinando e incerando i pavimenti.

Era tra i fornelli che il toscanaccio dava il meglio, come colf di sé stesso: amava i cibi semplici, conditi con l’olio della sua terra natale. Montanelli ebbe, a questo proposito, una querelle interminabile con l’uomo che considerava il suo maestro. Un giorno del 1950, il fondatore della «Voce» invitò Indro a colazione nella sua soffitta di New York e gli cosse una fettina di carne. Montanelli, nel suo irriverente ritratto, scrisse che gli aveva servito una bistecca bruciacchiata. Prezzolini se n’ebbe a male e l’episodio venne rievocato per anni, nei colloqui e nella corrispondenza, tanto che solo alla morte del centenario amico, avvenuta il 14 luglio 1982, Montanelli riconobbe che quella fu una bistecca memorabile, da vero gourmet.

Nei quattordici anni trascorsi a Lugano, il toscanissimo vegliardo non ingannò certo il tempo recandosi ai giardinetti del lungolago ad ascoltare il grido rauco dei gabbiani. Cominciò una collaborazione con il «Corriere del Ticino», l’autorevole e storico quotidiano della borghesia liberale svizzero-italiana. Raggiunse un accordo per ripubblicare sulla testata gli articoli già usciti sul «Resto del Carlino» e sulla «Nazione». Per queste saltuarie apparizioni in pagina, Prezzolini non volle mai compensi, e il direttore del giornale, Guido Locarnini, lo omaggiava con sontuosi cesti di frutta e qualche bottiglia di buon vino.

Questo accadde finché Prezz non fu contrariato dalla pubblicazione, sul «Corriere del Ticino», di uno scritto postumo di Benedetto Croce, contenente giudizi non proprio lusinghieri nei suoi riguardi. Il nonagenario si presentò alla redazione di corso Elvezia sventolando alcuni fogli con la voce strozzata in gola per la rabbia. Pretendeva diritto di replica assoluta e incondizionata. Il direttore non gliela concesse senza una controreplica della curatrice dello scritto, e cioè Elena Croce, figlia del filosofo. Fu allora rottura. Locarnini tentò invano di rabbonire il Grande Vecchio inviandogli un paio di bottiglie di champagne. Niente da fare. Il cesto fu respinto al mittente. Qualche sciocco redattore del «Corriere del Ticino» pensò bene di stappare proprio quelle bottiglie, per salutare la “dipartita” (in senso editoriale, ovviamente) di quel reazionario di Prezzolini.

Prezz, dopo di allora, pubblicò una rubrica settimanale, intitolata «La Bruschetta», sulla concorrente «Gazzetta Ticinese», testata conservatrice che ebbe tra i suoi direttori anche quel galantuomo di Alessandro Minardi, stretto collaboratore di Giovannino Guareschi. La proverbiale vitalità prezzoliniana non cessò peraltro di stupire i suoi amici svizzeri. Alla soglia dei novant’anni, l’antitaliano si recò a visitare lo scrittore Guido Calgari, sul lago di Costanza, pilotando personalmente la sua Seicento. Chi ha mai saputo che Prezzolini guidava l’automobile…

Roberto Festorazzi

 



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