Primarie e dopo

Le primarie del centro-sinistra, con la coda del ballottaggio, in programma domenica 2 dicembre, tra il segretario del Pd, Pierluigi Bersani e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, fuori da certi toni retorici ascoltati in qualche commento (specie quando senza attendere i dati ufficiali si è “sparata” la cifra di quattro milioni di elettori, vicinissima al record toccato dalla consultazione che incoronò Romano Prodi), sono state un momento alto di partecipazione popolare, in un confronto tra i cinque candidati certamente aspro ma anche carico di passione.

Un confronto che ha detto come ci sia una voglia diffusa di politica, anzi di buona politica, che va oltre le scelte interessate delle burocrazie dei partiti, gli schemi prefabbricati di tanti commentatori, e opinionisti con sondaggi a ruota libera amplificati da dichiarazioni sopra le righe di qualche fan di questo o quel partecipante alle primarie.

Come avviene sempre, quando la politica accende l’interesse dei cittadini, questi non si sono tirati indietro. A votare domenica scorsa sono stati 3 milioni 100 mila elettori, un numero non lontano da quello che cinque anni fa aveva scelto Veltroni. Ma questi elettori, che dovevano esprimere la loro adesione al programma di coalizione, si sono divisi. La maggioranza si è schierata per Bersani, che ha ottenuto infatti il 44,9 per cento dei consensi. Una minoranza consistente ha privilegiato invece Renzi, che ha conseguito il 35,5 per cento. E’ probabile che per il sindaco di Firenze si siano espressi anche non pochi elettori delusi del centro-destra in cerca di un progetto politico diverso da quello berlusconiano. Del resto Renzi non ha mai nascosto l’ambizione di allargare la platea dei suoi sostenitori ben oltre i confini del Partito democratico.

Ma la sottolineatura, anche perfida, con la quale lo stesso Renzi si è rivolto ai suoi collaboratori, di aver ottenuto la maggioranza dei voti in regioni “rosse” come la Toscana, le Marche, l’Umbria (pur avendo contro la quasi totalità dei segretari provinciali e dei parlamentari del Pd) indica chiaramente come le primarie abbiano messo in discussione una certa idea di partito gestito dall’apparato e dalla nomenclatura (e che non pochi esponenti del Pd continuano a coltivare) che non ha più capacità di attrarre consensi e che non sa ancora rinnovarsi adeguatamente. Anche Bersani del resto, al quale va riconosciuto di aver voluto tenacemente queste primarie, appare sulla stessa lunghezza d’onda, pur senza ricorrere ai colpi di clava. E’ comunque merito di Renzi aver individuato per primo, anche se con qualche tono eccessivo, che il Pd doveva cambiare, e rapidamente, rotta. E doveva farlo prima delle politiche. Ci sia o non ci sia la nuova legge elettorale.

Il ballottaggio, che viene preceduto da confronti televisivi tra i due candidati e da altre regole, non sarà senza conseguenze sul futuro del Partito democratico, ma servirà soprattutto a meglio delineare il leader e il progetto di governo con il quale il centro-sinistra si presenterà agli elettori una volta conclusa l’esperienza del governo tecnico di Monti. Che ciò debba avvenire lo dicono, con decisione, anche se con sfumature diverse, sia Bersani, sia Renzi, per non parlare di Vendola, che ha ottenuto più del 15 per cento dei consensi (gli altri due candidati, Laura Puppato e Bruno Tabacci, con il loro 2,9 e 1,5 per cento, erano fuori gara) e per il quale il governo Monti ha combinato solo guai che hanno aggravato la situazione del Paese, colpendo soprattutto i ceti più deboli e quindi da accantonare rapidamente.

In quest’ottica Vendola intende giocare, nel ballottaggio, i consensi ottenuti nel primo turno con la richiesta a Bersani di un “profumo maggiore” di sinistra nel programma di governo in tema di diritti civili e di provvedimenti economici (come l’abolizione con referendum dell’articolo 18 della riforma Fornero) denunciando la svolta socialdemocratica e conservatrice che si avrebbe con la vittoria di Renzi. E’ una scelta tattica e strategica insieme, quella di Vendola, che mira alla costituzione accanto al Pd di una sinistra “dura e pura”, sia pure ammorbidita in qualche punto, nelle elezioni politiche. Perché esclude ogni accordo programmatico con partiti del centro-destra, come l’Udc di Casini o il movimento di Montezemolo.

E’ difficile credere che Bersani in questi pochi giorni che lo separano dal ballottaggio possa annacquare la sostanza del suo progetto, che prevede che la sera stessa delle elezioni politiche si conoscano leader e governo. Anche perché non può non tenere conto della strategia di Renzi, che, conseguito il consenso di buona parte del suo partito, vuole coinvolgere ancor più non le forze politiche, ma gli elettori di centro-destra. Il ballottaggio dovrebbe confermare il distacco di quasi dieci punti tra Bersani e Renzi, ma il risultato potrebbe cambiare se gli elettori avranno l’impressione che si stanno inseguendo vecchi copioni con il ritorno a una sinistra litigiosa e inconcludente come quella che mise in crisi l’esperienza di Prodi, o se si intende assecondare le lusinghe di chi vuole nuovamente affidarsi ai tecnici, anche se autorevoli come Monti. Domenica sapremo quale centro-sinistra è in vista.

Domenica probabilmente si scioglierà anche il rebus delle primarie nel centro-destra, fissate per il 16 dicembre. I candidati, a cominciare da Angelino Alfano, anche se in numero ridotto, ci sono. Ma a complicare nuovamente le cose ci si è messo un Silvio Berlusconi (notoriamente critico verso le primarie) altalenante tra la costituzione di una propria lista, che si presenterebbe alle elezioni, e la scelta di diventare protagonista candidandosi alle primarie e svuotandole, come ha riconosciuto il segretario del Pdl, di ogni significato. Non ci interessa la rivolta, più che giustificata, di non pochi colonnelli del Pdl contro i continui cambiamenti di rotta e di umori del Cavaliere. Riteniamo che la politica, anche per un ex presidente del Consiglio che si considera uno statista, sia qualcosa di più e di meglio dello spettacolo che continua a interpretare sempre peggio. Speriamo che il risultato delle primarie del Pd, quale che sia, porti un po’ di chiarezza anche nel centro-destra. Ne ha bisogno come non mai.

Antonio AIRO'

 



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