Ventitré donne "storiche"

Jerome Chimy, canadese di origini ucraine, superiora generale delle Suore ancelle di Maria Immacolata, testimoni di Cristo nei paesi sotto il regime comunista, partecipò al Vaticano II con entusiasmo e determinazione, perché era il «primo coraggioso passo della Chiesa per creare uno spazio di partecipazione delle donne che andasse al di là del loro ruolo tradizionale». Madre Chimy alla domanda di un giornalista rispose: «Noi volevamo essere ascoltate, perché avevamo qualcosa da dire».

Rosemary Goldie, australiana, segretaria a Roma del Comitato permanente dei Congressi internazionali per l’Apostolato dei laici (Copecial), durante i lavori del Concilio si impegnò con passione per il riconoscimento di un laicato adulto e responsabile. Di fronte al teologo conciliare Yves Congar che voleva inserire in un documento «una elegante espressione paragonando le donne alla delicatezza dei fiori e ai raggi solari», la minuta ma energica Goldie rispose: «Padre, lasci fuori i fiori. Ciò che le donne vogliono dalla Chiesa è di essere riconosciute come persone pienamente umane».

Pilar Bellosillo, spagnola, presidente dell’Unione mondiale delle Organizzazioni femminili cattoliche (Umofc), la più vivace delle uditrici laiche, lavorò in cinque sottocommissioni per la Gaudium et spes sui temi della dignità umana e del matrimonio, della famiglia e della pace, per promuovere le donne nella società e all’interno della Chiesa. «La preoccupazione principale per noi è stata quella di “non discriminazione”. Ritengo infatti che questo criterio generale sia stato preferibile, piuttosto che seguire la tentazione pericolosa di dedicare paragrafi “speciali” alle donne».

Sabine de Valon, prima presidente dell’Unione internazionale delle Superiori generali (Uisg), cioè di tutte le case religiose del mondo, che portò sulle spalle il notevole peso della mediazione, salutò il ruolo delle donne al Concilio come «il passaggio dalla “sala di attesa” al soggiorno…».

Eccole le «madri del Concilio», le ventitré uditrici (10 religiose e 13 laiche) che parteciparono alla grande accise convocata in Vaticano da Giovanni XXIII. Ventitrè religiose e donne «concrete e incarnate», consapevoli della grande stagione che stavano vivendo, ma anche dell’enorme responsabilità che avevano di ridisegnare un ruolo nuovo all’interno della vita della Chiesa. Fu Paolo VI martedì 8 settembre 1964 ad annunciare ufficialmente la loro presenza. Il 25 dello stesso mese entrava in aula la prima donna, la francese Marie-Luoise Monnet, fondatrice del Miamsi, Movimento internazionale dell’Apostolato dei ceti sociali indipendenti, sorella di Jean, tra i padri fondatori dell’Unione europea.

Un numero esiguo, ma storicamente significativo. Il Concilio le avrebbe volute silenziose e invisibili: presenze «simboliche», disse il Papa. Ma non furono né silenziose, né simboliche. Tutte trovarono infatti il modo di partecipare in maniera «attiva e propositiva ai gruppi di lavoro», secondo il proprio carisma e sensibilità, presentando memorie scritte e contribuendo alla stesura di documenti, in particolare di quelli riguardanti la vita religiosa, la famiglia e la presenza dei laici (uomini e donne) nella Chiesa e nella società. Lo Spirito, come sempre, aveva portato un’aria nuova. E la rottura col passato era davvero iniziata.

Ma chi furono quelle 23 uditrici chiamate tra la III e la IV sessione del Concilio, tra il settembre 1964 e l’agosto 1965? Cosa rappresentavano? Perché furono scelte? E soprattutto qual è stato il loro contributo nella stesura definitiva dei documenti conciliari? Adriana Valerio, storica e teologa, docente di Storia del cristianesimo e delle Chiese all’Università Federico II di Napoli, già presidente dell’Associazione femminile europea per la ricerca teologica, risponde a queste domande nel libro «Le Madri del Concilio. Ventitré donne al Vaticano II» (Carrocci editore, pp. 165, 16 euro) presentato lunedì scorso alla Fondazione Donat-Cattin di Torino. Presenti oltre all’autrice Fabio Dovis, presidente diocesano dell’Azione cattolica, Luca Rolandi, giornalista di «Vatican Insider» e Mariapia Donat-Cattin.

Un libro avvincente, quello della Valerio, pieno di curiosità, divulgativo e nello stesso tempo rigoroso nella ricerca delle fonti, dai documenti dell’Archivio segreto vaticano ai materiali spesso inediti messi a disposizione dalle diverse congregazioni religiose e dalle associazioni. Un libro tutto da leggere per scoprire i volti e le storie di queste «madri del Concilio», forse troppo presto dimenticate. E allora ricordiamole, partendo dalle religiose: tra le altre, l’americana Mary Luke Tobin (presidente della Conferenza delle superiori maggiori degli istituti femminili in Usa), l’egiziana Marie de la Croix Khouzam (presidente dell’Unione delle religiose insegnanti d’Egitto), la libanese Henriette Ghanem (presidente dell’Assemblea delle superiori maggiori maronite), la superiora Costantina Baldinucci (presidente della Federazione italiana delle religiose ospedaliere). Tra le laiche, tutte nubili, tranne la messicana Luz Marìa Álvarez Icaza chiamata insieme al marito José in quanto «coppia», la prima coppia uditrice in un Concilio, ricordiamo Alda Miceli (presidente del Centro italiano femminile), Chaterine McCarthy (presidente del Consiglio nazionale delle donne cattoliche) e le due vedove di guerra (Cordero Lanza di Montezemolo e Grillo) invitate dal Pontefice come «esperte di vita, a simboleggiare il sacrificio delle donne durante le due guerre mondiali», una ferita ancora aperta in Italia e in Europa.

Le ventitrè madri del Concilio hanno segnato davvero uno spartiacque nella storia delle donne all’interno della società e della Chiesa. Tanto più importante se si pensa agli enormi passi avanti fatti dall’altra metà del cielo in questi cinquant’anni. Nel 1964, per esempio, in nome del divieto di san Paolo 1 Cor 14,34, «Le donne tacciano in assemblea», citato dallo stesso segretario del Concilio Pericle Felice e in più occasioni da altri padri conciliari, alle donne fu di fatto vietato di parlare in assemblea generale. Come fu vietato prendere un caffè nello stesso bar dei padri conciliari e per questo si decise di aprirne uno piccolo per sole donne, sistemato all’ingresso della Porta Rezzonico, dietro l’altare della confessione, a destra della basilica di San Pietro, sotto la tomba di Clemente XIII, dove due leoni di marmo erano a guardia dell’entrata. Le uditrici chiamarono quell’area riservata, giocando sulla stessa pronuncia in inglese della parola none, nessuno, e nun, suora, «bar None» (cioè bar di nessuno o della suora), per distinguerlo dai due soprannomi «bar-Abba» (bar del Padre) e «bar-Jona», cioè il caffè aperto ai padri conciliari e agli uditori uomini.

Due piccoli esempi che però, ha detto la Valerio, segnano la distanza dei tempi. Quanti li conoscono? Pochi. Soprattutto tra i giovani che non hanno vissuto il Concilio, ma al Concilio devono molto. Se a questo si aggiunge una storiografia «letale» che rischia, a distanza di cinquant’anni, di mortificare il Vaticano II «stritolandolo nella tenaglia ideologica rottura-continuità», si capisce il valore del libro che tenta di raccontare un’altra storia. Come spiega Marinella Perroni, presidente del Coordinamento teologhe italiane: «Adriana Valerio ha tirato fuori finalmente dagli archivi della memoria i volti e le vite di ventitré donne che per la prima volta nella storia hanno preso parte ad alcune sessioni del Concilio e pur rispettando l’ordine di tacere nelle assemblee generali hanno saputo trovare le occasioni giuste per pronunciare parole efficaci». Dimostrando che la fine di un monopolio sulla storia e sulla vita della Chiesa «non era un sogno della generazione visionaria che aveva fatto il Concilio».

In ballo c’è l’immensa eredità che le madri del Concilio hanno lasciato alle donne di oggi, chiamate ad essere protagoniste nella storia della Chiesa e della società. «Io stessa», ha detto Adriana Valerio, «se ho potuto scrivere questo libro lo devo al Vaticano II». Le donne furono presenti solo in due sessioni, ma non passarono senza lasciare segni importanti negli stessi documenti conciliari. In particolare su due: la Lumen gentium, che sottolineava il rifiuto di ogni discriminazione, e la Gaudium et spes, nella quale emergeva la visione unitaria dell’uomo-donna come «persona umana» e l’uguaglianza fondamentale tra i due sessi. Molte le citazioni della donna nei documenti conciliari: Sacrosanctum concilium, Apostolicam actuositatem, Ad gentes, Dei verbum, tutti documenti che hanno permesso l’accesso dello studio teologico ai laici consentendo per la prima volta «anche alle donne» l’apertura delle Facoltà teologiche, con tutto quello che ha significato in questi anni, come la formazione di teologhe esperte nei diversi settori, non da ultimo nella Sacra scrittura, «che grazie alla Dei verbum, è stata riconsegnata al laicato cattolico dopo secoli di privazione».

La presenza delle donne al Concilio, ricorda la Valerio, è stata preparata da un lungo processo legato tanto dalle pressioni esercitate dal mondo civile (con l’affermazione dei diritti di uguaglianza e di partecipazione), quanto alle richieste di un mondo cattolico sempre più attivo ed esigente. A cominciare dall’Azione cattolica, ha detto il presidente dell’Ac torinese Dovis, «che ha favorito nel laicato maturità e impegno, prevedendo sempre per ciascuna carica un uomo e una donna». Fermenti che ritroviamo, come testimonia il libro, anche nelle uditrici religiose: donne dalla grande personalità ed esperienza che sono state capaci di traghettare le consorelle verso nuove sponde, sapendo gestire un difficile equilibrio tra fedeltà allo spirito fondativo e adattabilità ai cambiamenti dei tempi che chiedevano risposte nuove. Ma anche tra le uditrici laiche, che al Concilio hanno chiesto (e ottenuto) uguaglianza e rispetto dei diritti per le donne non più «categoria a parte» ma «popolo di Dio», aprendo nuovi spazi di responsabilità e di partecipazione all’interno della Chiesa.

Alle religiose, alle teologhe e alle donne di oggi impegnate nel mondo del lavoro la responsabilità di raccogliere l’eredita che i nostri padri e le nostre madri ci hanno consegnato. La fioritura del Concilio continua. 

Cristina MAURO



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