Un cieco smascherò Eichmann

La chirurgia estetica che oggi è quanto mai trendy può modificare le persone, fare in modo che risultino irriconoscibili. Ancora però non riesce a modificare la voce di ognuno, tanto da renderla segno indiscutibilmente personale.

Così fu anche per il boia di Auschwitz che decretò le sorti di tanti ebrei e dissidenti politici del regime nazista: Adolf Eichmann, il reale e concreto esecutore di quella che venne detta «la soluzione finale del problema ebraico».

Determinante fu una soffiata: un disabile, un cieco, lo smascherò. Aveva avuto contatti personali con Ricardo Klement (questo era il nome sotto il quale Eichmann si nascondeva in Argentina) e udendone la voce, grazie al raffinato udito, ne riconobbe l’intonazione e così identificò l’oppressore nazista. Con questo filo, che non si sarebbe dimostrato per nulla debole, consentì di procedere al complesso meccanismo che ne portò alla cattura.

Le soffiate però furono due: un figlio di Ricardo Klement aveva una ragazza con cui ogni tanto parlava dei fatti della guerra e del nazismo, gli capitò di lasciarsi sfuggire dei particolari che l’insospettirono, forse anche rivelandole il suo cognome originario. La ragazza ne parlò con suo padre e questi li riferì a chi stava cercando di individuare i gerarchi nazisti sfuggiti alla cattura. Tutto tornava.

I gialli affascinano. Quando la trama, però, non è una finzione letteraria ma una realtà dura a digerire, assale lo sgomento per la devastazione che la nostra civiltà, così ricca e colta, ha subito dall’ideologia nazista e dai suoi artefici. Se si osserva il libro di Isser Harel («La casa di via Garibaldi. Come ho catturato Adolf Eichmann», pp. 276, euro 16,50), che ora Castelvecchi ripropone in traduzione italiana, il giudizio di un’appassionata di gialli e polizieschi non può che risultare entusiasmante. Se lo si osserva come documento storico subentra un esame personale e storico che dovrebbe far maturare la propria coscienza.

Chi è Harel? Detto “il piccolo” per la sua statura, russo di nascita, emigrato in Lettonia nel 1923 a undici anni, si decise per la alyah, la salita in Palestina, e a diciassette anni si ritrovò in un kibbutz. Le sue notevoli capacità lo portarono ad organizzare quella che, durante il nazismo, veniva detta la cura degli “affari riservati”, ovvero l’aiuto alle forze clandestine ebraiche. Quando nacque lo Stato d’Israele Harel raggiunse i vertici della sicurezza e del controspionaggio. La ricerca e l’individuazione dei nazisti sfuggiti al processo di Norimberga è sempre stata una priorità dei sopravvissuti e di tante organizzazioni ebraiche. La caccia era intensa, ma estremamente ardua: cambi di identità, protezioni politiche, Paesi in cui non vigeva l’estradizione, ricchezze accumulate che proteggevano i delinquenti scampati al giudizio.

Tutto prese le mosse da Tel Aviv, quando il direttore generale del ministero degli Esteri di Israele, Walter Eytan, ne parlò a Harel mentre sedevano in un affollato bar per non dare nell’occhio. I problemi emersi si presentarono in tutto il loro spessore: individuazione certa, sicurezza per la vita di Eichmann che si voleva portare incolume a Gerusalemme per essere sottoposto a regolare processo. La squadra operativa era addestrata, i componenti partirono da diversi aeroporti europei e si ritrovarono a Buenos Aires per iniziare i pedinamenti, il riconoscimento, per giungere alla grande mossa finale: rapire il nazista e portarlo con volo diplomatico in Israele. Contando sulla sorpresa, sulla rapidità e sul fatto che l’Argentina non avrebbe concesso l’estradizione di Eichmann.

Il titolo del libro richiama il luogo d’abitazione di Ricardo Klement e della sua famiglia, alla periferia della capitale. Siamo nel maggio del 1960. Il boia, l’esperto di questioni ebraiche, è divenuto uno stempiato e metodico signore che rientra nella sua casa dopo una giornata di lavoro, scendendo dall’autobus 203 e percorrendo, con l’aiuto di una pila, i cento metri che l’avrebbero portato al cancello dell’abitazione. Il colonnello delle SS, l’assassino nazista, era diventato un qualsiasi impiegato. Si trattava proprio di lui? Il team di Harel procedette ad appostamenti estenuanti, ma giunse alla sicura identificazione. Poi scattò, con precisione e rapidità, il piano studiato nei minimi dettagli e portato ad esecuzione con maestria.

Klement scese dall’autobus, dopo pochi passi, spinto in una macchina e seguito da un’altra, venne condotto ad un rifugio sicuro. L’operazione richiese anche un controllo emotivo sicuro: come non accanirsi immediatamente contro il boia di tanti fratelli e sorelle assassinati? La cattura non richiese un minuto di tempo, tutto però corse il rischio di venire messo a repentaglio da alcuni intoppi che resero ancora più drammatica la situazione. Klement, catturato, non negò la sua identità, venne narcotizzato dal medico presente nella squadra israeliana, rivestito da membro dell’equipaggio dell’”aereo diplomatico” in transito a Buenos Aires che attendeva di prendere il volo e di atterrare su suolo israeliano. Erano le 00.05 del 21 maggio 1960, quando l’aereo decollò con il suo trasferimento clandestino.

Qui si arresta il racconto di Harel, la cui esistenza fu rivelata il 7 maggio 1991 dal «Jerusalem Post», il resto è tutta documentazione storica, consegnata agli atti del processo di Gerusalemme, agli articoli di Hanna Arendt e al suo libro «La banalità del male» che ne dette un’interpretazione sociologica e filosofica. Per non compromettere una cattura così importante, alla squadra venne richiesto di non procedere ad impadronirsi di Mengele, il medico torturatore, che riuscì ad eclissarsi: ancora una volta protezioni e denaro gli consentirono di sparire.

Eichmann subì il processo, la cui documentazione e i cui filmati lasciano allibiti e non riescono a convincere che proprio quella grigia persona avesse potuto diventare così potente, se non ci fosse stata dietro a lui una burocrazia precisa, la macchina nazista. Eichmann non si sentiva colpevole dell’atto d’accusa e non si riteneva un individuo indegno, gli psichiatri che lo avevano visitato lo avevano dichiarato del tutto normale. Le sue ultime parole rimangono ancora dubbiose, quando il 31 maggio 1962 fu eseguita la condanna all’impiccagione: «Viva la Germania! Viva l’Austria! Viva l’Argentina! Tre paesi che ho amato. Ho obbedito alle leggi di guerra e alla mia bandiera. Saluto mia moglie, la mia famiglia e i miei amici». Le sue ceneri vennero disperse nel Mediterraneo. Le penultime parole però, registrate negli atti e nei documenti, sono irrefutabili: «Salterò nella tomba ridendo».

Cristiana Dobner



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