Palestina: l'infinito muro contro muro

 

Come dare fuoco a una polveriera. Questo rischia di essere l’azione militare di Israele contro la Striscia di Gaza, iniziata con il lancio di un razzo “chirurgico” contro Ahmed al-Jabari, capo del braccio armato di Hamas.

Secondo Tel Aviv, il “terrorista” era l’ideatore di tutte le operazioni condotte contro Israele, compreso il lungo sequestro di Gilat Shalit, soldato dell’esercito con la stella di David trattenuto per cinque anni a Gaza e rilasciato l’anno scorso grazie a uno scambio di prigionieri mediato dall’Egitto. L’operazione in corso, denominata «Pilastro di sicurezza», nelle dichiarazioni ufficiali del governo Netanyahu vorrebbe essere il proseguimento e la conclusione della precedente «Piombo fuso», che a fine 2008 era stata lanciata contro Gaza con la stessa motivazione ufficiale, far cessare il lancio di missili Qassam verso la zona sud del Paese (dove dal 2000 hanno causato una quindicina di vittime fra la popolazione civile), mediante la distruzione dei supporti logistici di Hamas e l’eliminazione fisica dei suoi militanti.

L’operazione prevede in primo luogo una serie di bombardamenti aerei, che hanno già causato decine e decine di vittime, in maggioranza civili, anche bambini. A seguire, un’azione di terra a fronte della quale sono stati richiamati in servizio decine di migliaia di riservisti dell’esercito. Tuttavia, la concomitanza in entrambi i casi delle operazioni militari con la campagna elettorale in corso nel Paese autorizza più di un dubbio: a molti osservatori non sfugge la possibilità che il governo usi le maniere forti contro i palestinesi per non dare l’impressione di debolezza in vista del voto, che si terrà il prossimo gennaio.

Durissima naturalmente la reazione di Hamas, che ha dichiarato: «Israele ha aperto le porte dell’inferno». Dal punto di vista militare, si tratta chiaramente di una affermazione velleitaria, vista la enorme sproporzione di forze in campo: l’esercito con la stella di David è il più forte e organizzato del Medio Oriente, uno dei più potenti al mondo, mentre Hamas può contare solo su qualche missile di fabbricazione iraniana, contrabbandato attraverso i tunnel scavati sotto il confine con l’Egitto, e sui suddetti Qassam, razzi artigianali costituiti da tubi d’acciaio con propellente ed esplosivo ottenuti da miscele di zucchero e fertilizzanti di potenza limitata e molto spesso neutralizzati da «Iron Dome», il sistema di protezione antiaerea israeliano. Ma dal punto di vista politico la minaccia è assai meno peregrina: che si tratti di tutelare la sicurezza, o che a dettare l’agenda militare siano questioni interne di convenienza elettorale, quello di cui il governo Netanyahu non ha voluto tener conto è che la situazione in medio oriente non è più quella di quattro anni fa, all’epoca di «Piombo fuso».

Nel frattempo, le “primavere arabe” hanno ridisegnato poteri e alleanze, in particolare in Egitto, storico e autorevole mediatore nell’eterno conflitto israelo-palestinese. Deposto il vecchio Mubarak, assai gradito dalle parti di Tel Aviv perché considerato affidabile e con scarse simpatie per la causa palestinese, l’Egitto è ora governato da Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, l’organizzazione islamista dalla quale, nel 1986, è nata la stessa Hamas. Non a caso, Morsi ha rilasciato dichiarazioni molto dure nei confronti di Israele e ha immediatamente richiamato il proprio ambasciatore. Successivamente, ha inviato una delegazione ufficiale nella Striscia di Gaza, così come ha fatto la Tunisia. E anche se è improbabile che l’Egitto o altri Paesi islamici si lancino in avventure militari contro l’esercito di David, i loro atteggiamenti influenzeranno sicuramente le prese di posizione della Lega Araba, di cui è stata richiesta una riunione di emergenza al Cairo con la presenza fra gli altri di Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese, la formazione che contende ad Hamas la leadership fra gli abitanti dei Territori. Ed è indubbio che le nuove democrazie islamiste siano molto più vicine alla causa palestinese di quanto lo fossero i vecchi regimi abbattuti. Senza dimenticare che il Medio Oriente è scosso anche dalla guerra civile siriana, che a sua volta riverbera influssi nefasti sui Paesi circostanti, primo fra tutti il fragile Libano, dove la tensione è già arrivata a livelli di guardia.

Motivi di preoccupazione che inducono tutte le diplomazie ad adoperarsi per scongiurare l’escalation del conflitto e arrivare al più presto a una tregua seguita da un negoziato di pace. Naturalmente, in prima linea c’è il presidente degli Usa Obama che, appena rieletto, si sarebbe volentieri evitato questa nuova gatta da pelare, visto che deve già far fronte ai guai della crisi economica e allo scandalo a luci rosse scoppiato ai vertici dell’apparato della Difesa. Obama sapeva già di dover tenere a freno Israele, intenzionata a bombardare l’Iran per fermare il programma nucleare di Ahmadinejad, ma Tel Aviv ha fatto precipitare la situazione con l’azione militare in corso. Il presidente degli Stati Uniti ha immediatamente preso contatto con tutte le parti in causa, dalla leadership di Hamas al premier israeliano Netanyahu, al presidente egiziano Morsi, nel tentativo di fermare le ostilità, ma i suoi sforzi paiono inascoltati, forse anche perché ha reiterato la solita affermazione sul «diritto di Israele a difendersi», la frase preferita delle diplomazie occidentali, ma che risulta ormai stucchevole nel nuovo panorama mediorientale: non a caso, anche il suo richiamo ad Hamas perché sospendesse i lanci di razzi, è stato immediatamente respinto al mittente.

Sulle posizioni di Obama si sono allineati più o meno tutti i Paesi Nato e limitrofi, mentre la Russia ha definito sproporzionati i raid israeliani, stigmatizzando però anche i lanci balistici palestinesi. Sul fronte opposto, Lega Araba e islam in generale, che condannano l’operato di Israele senza riserve. Insomma, il solito muro contro muro che da decenni impedisce una risoluzione pacifica del conflitto, fra posizioni ideologiche, vendette e odio crescente, con le responsabilità rimpallate fra i contendenti.

Intanto, con una diplomazia ancora una volta impotente, il conflitto inasprisce rapidamente, con Israele che aumenta frequenza e portata dei raid, mentre Hamas è riuscita a spedire razzi fino a Tel Aviv, seminando il panico fra la popolazione civile. Del resto, il problema ha radici antiche e profonde, e non può essere risolto in un contesto d’emergenza, ma solo con una trattativa seria ed equilibrata, che porti finalmente all’unica soluzione praticabile: la creazione di uno Stato palestinese libero da enclavi controllate da Tel Aviv (le ben note «colonie», spesso illegali, cioè costruite nonostante il veto Onu), che a sua volta riconosca il diritto all’esistenza di Israele. Semplice a dirsi, complicato a farsi, complice la cattiva volontà delle parti in causa e della stessa comunità internazionale.

A questo proposito, per dovere di cronaca e onestà intellettuale, va ricordato che Israele è stato oggetto di una settantina di risoluzioni di condanna da parte delle Nazioni Unite, tutte puntualmente ignorate e disattese da Tel Aviv. Per meno, molto meno, qualunque altro Paese sarebbe stato bombardato all’istante, vedasi la Libia di Gheddafi o l’Iraq di Saddam Hussein. Israele no, se non rispetta le direttive della comunità internazionale pazienza, come non detto. Un atteggiamento permissivo figlio del gigantesco complesso di colpa che il mondo prova nei confronti degli ebrei, vittime dell’Olocausto, una delle più grandi tragedie della Storia, certamente la più conosciuta e commemorata. Proprio in considerazione del genocidio perpetrato dalla follia nazista, a guerra finita venne concesso agli ebrei di porre fine alla loro secolare diaspora e ghettizzazione fondando un proprio Stato sovrano. Ma a settant’anni di distanza da quella decisione sacrosanta, possiamo ancora permettere agli israeliani di farsi scudo del massacro subìto dai loro avi, per ghettizzare a loro volta i palestinesi in Territori sempre più frammentati, soffocati e impoveriti, o costringerli a una nuova diaspora? E gli stessi figli di Sion, davvero sono disposti a combattere in eterno per difendere la biblica Terra Promessa, nuovamente rinchiusi da un muro? Mentre aspettiamo le risposte, le bombe continuano a cadere, in genere addosso ai civili, le vittime designate di tutti i conflitti moderni.

Riccardo Graziano

 



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