Dal Sinodo: "Nessun pessimismo"

L’uomo contemporaneo come la samaritana che incontra Gesù al pozzo dell’acqua. La sua anfora è vuota. «Ha sete e nostalgia di Dio». E a lui «la Chiesa deve andare incontro per rendergli presente il Signore. E, come la samaritana, chi incontra Gesù non può fare a meno di diventare testimone dell’annuncio di salvezza e speranza del Vangelo».

Ecco la sintesi del Messaggio del Sinodo dei vescovi, cuore e mandato della nuova evangelizzazione. A conclusione della più importante a numerosa assise dei tempi moderni, dopo il Concilio, è intervenuto di nuovo il Papa e la domenica il suggello nella solenne Concelebrazione liturgica in San Pietro con 263 tra cardinali e vescovi e una folla di fedeli che dall’alba ha fatto ressa per guadagnare l’interno della Basilica insieme alle rappresentanze diplomatiche e civili.

I documenti, le 58 Proposizioni formulate nelle 22 congregazioni di lavoro, sono per il Papa «un testamento, un dono, dato a me per noi, per elaborare tutto in un documento che viene dalla vita e dovrebbe generare vita». Al centro è la fede, che «rischia di oscurarsi nei contesti culturali odierni e di indebolirsi nei battezzati». Perciò, va «ravvivata», vincendo ogni paura. «Il male non avrà l’ultima parola», affermano i vescovi, perché «il Signore è la guida della storia». L’invito è a «guardare al mondo con sereno coraggio, perché, sebbene pieno di contraddizioni e di sfide, esso resta pur sempre il mondo che Dio ama».

«Niente pessimismo, dunque», è lo squillo finale. «Globalizzazione, secolarizzazione e nuovi scenari della società, migrazioni, pur con le difficoltà e le sofferenze che comportano, devono essere opportunità di evangelizzazione». Ma non scambiando il Vangelo come «un prodotto di mercato» da diffondere con nuove strategie, bensì «riscoprire i modi con cui le persone si accostano a Gesù». Riaffermato il ruolo fondamentale della famiglia che va sostenuta «dalla Chiesa, dalla politica e dalla società». Parallelamente fa riscontro, per quanto riguarda l’Italia, una parallela presa di posizione della Cei che dice basta alle tasse e ai tagli che stanno portando a una progressiva povertà. E con la famiglia, le donne alle quali viene riconosciuto un ruolo sempre più importante nella Chiesa, pur escludendo ogni ipotesi sul sacerdozio femminile, che del resto le stesse donne non vogliono. Quanto ai divorziati e risposati, si fa riferimento alla loro «situazione dolorosa». L’ammissione ai sacramenti non è concessa, ma essi «non sono abbandonati a se stessi: la Chiesa è casa accogliente per tutti».

Una vera summa, questo Messaggio, che esalta anche la vita consacrata «testimone del senso ultraterreno dell’esistenza», la cooperazione con le altre Chiese e comunità ecclesiali, il dialogo tra le culture per «una nuova alleanza tra fede e ragione», il rispetto della scienza che non sposa il materialismo, ma sia alleata nell’umanizzazione della vita. Alla politica si chiede «un impegno disinteressato e trasparente del bene comune».

Nel contesto dei lavori sinodali, Benedetto XVI ha anche annunciato la nomina di sei nuovi cardinali che creerà sabato 24 novembre. «Un piccolo Concistoro», lo ha definito. Il numero dei cardinali salirà dagli attuali 205 a 211, di cui, a oggi, 120 grandi elettori del futuro Pontefice. Nella nomina nessun europeo. Risalta l’universalità della Chiesa, «che è di tutti i popoli, parla in tutte le lingue, è sempre Chiesa di Pentecoste; non Chiesa di un Continente». «Per me», confessa con semplicità Benedetto XVI, «è stato veramente edificante, consolante e incoraggiante vedere qui lo specchio della Chiesa universale con le sue sofferenze, minacce, pericoli e gioie, esperienze della presenza del Signore, anche in situazioni difficili. Abbiamo sentito come la Chiesa anche oggi cresce, vive». Ha citato gli sviluppi della fede in Cambogia e in Norvegia.

In ogni caso, l’Europa, col Nord America, detiene la maggioranza nel Collegio cardinalizio con 189 (50 gli italiani) contro i 58 di Asia, Africa, Oceania, America Latina. Chi fa calcoli politici si spinge a pronosticare un futuro Papa non europeo. E alcuni già lo individuano, fra i nuovi sei, in Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila (Filippine). Cinquantacinque anni, amico di Ratzinger che lo presentò a Giovanni Paolo II, dal quale ebbe la nomina alla Commissione teologica internazionale. Nel Sinodo, Tagle ha lavorato intensamente, si è presentato alle conferenze stampa quale componente della Commissione per il Messaggio conclusivo. Alla nomina ha detto: «Non sono ben preparato per ricevere questo onore. E’ un segno di fiducia, un’esperienza spirituale per me. Forse questo dono che ho ricevuto è per promuovere la missione della Chiesa filippina nell’evangelizzazione dell’Asia». Le Filippine hanno una salda tradizione cattolica: è lì la metà di tutti i cristiani asiatici. «Gente semplice, in maggioranza povera, ma la loro ricchezza è la fede: la fede, la musica e il sorriso». E il sorriso è una dote spiccata del prossimo cardinale, accreditato altresì di sicura e ampia dottrina, studioso del Concilio, poliglotta, efficace oratore sacro. Semplice a sua volta, usa una vecchia bicicletta per andare a dire messa nelle parrocchie. Quanto al Conclave, si sa che le previsioni sono fallaci («chi entra Papa esce cardinale»). In ogni caso, c’é tempo.

Tra i sei, di un paio d’anni più giovane è Baselios Cleemis Thottunkal, arcivescovo Maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi (India). C’è un patriarca del travagliato Medio Oriente, Béchera Boutros Rai, di Antiochia dei Maroniti (Libano), come in altri tempi ci furono l’ucraino Josif Slipyi, sopravissuto ai lager stalinisti, e l’armeno Agagianian. Ci sono John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja (Nigeria), Rubén Salazar Gòmez, arcivescovo di Bogotá (Colombia). Insomma, asiatici, africani, sudamericani. Infine James Michael Harvey, americano, che da Prefetto della Casa pontificia diventerà arciprete della Basilica papale di San Paolo fuori le mura. Promozione o rimozione? Fu lui a presentare al Papa il maggiordomo infedele Paolo Gabriele, per il quale si sta preparando in Vaticano la cella detentiva dove scontare la condanna a 18 mesi di prigione.

Una vicenda che ha creato dolore alla Chiesa. Uno di quei «venti contrari» di cui il Papa ha parlato nella sessione conclusiva? Forse. Ma la Chiesa non crolla, perché «sente soprattutto il vento dello Spirito Santo che ci aiuta, ci mostra la strada giusta» e ci carica di «nuovo entusiasmo. Siamo in cammino e ringraziamo il Signore perché ci ha dato questo incontro veramente cattolico». Con semplicità e familiarità, ringrazia tutti, specie i relatori che hanno lavorato giorno e notte. («è un po’ contro il diritto naturale lavorare anche di notte, ma se lo si fa volontariamente bisogna ringraziare!»), e il segretario generale, Eterovic, «indefesso e pieno di idee». Arrivederci al 24 novembre e alle prossime scadenze.

Antonio Sassone

 



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