Italia politica al bivio

E’ possibile che il voto di domenica prossima 28 ottobre in Sicilia dia una prima scossa al sistema politico imperniato sulla fiducia finora accordata al “governo dei tecnici” da parte di tre partiti molto diversi fra loro: il Pdl, il Pd e l’Udc. Vediamo perché. In lizza per la carica di presidente della Regione ci sono due candidati che si definiscono entrambi “moderati”: Musumeci, che rappresenta quel che resta del Popolo delle libertà, e Crocetta, proposto dal Partito democratico in alleanza con l’Udc.

Se vince il primo, il segretario Alfano (che lo sostiene caldamente, mentre Berlusconi fino a lunedì 22 non si è fatto vivo nella campagna elettorale) può più tranquillamente immaginarsi in grado di “riformare” il suo partito cancellando una dirigenza troppo coinvolta nella corruzione, e dunque di ottenere una maggiore fiducia da parte di un elettorato “moderato” oggi pieno di dubbi e tentato dall’astensionismo.

Se vince il secondo, può darsi che aumenti nel Partito democratico la contrapposizione in atto fra la sinistra-sinistra rappresentata nel corso delle attuali primarie dall’alleanza fra il segretario Bersani e il presidente della Puglia Vendola (con l’appoggio ormai quasi “rivoluzionario” della Cgil), e la “nuova sinistra” più aperta ai centristi, come descritta domenica scorsa a Torino dal sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Questa nostra doppia ipotesi può essere considerata utile per capire che cosa può succedere dopo il voto siciliano rispetto alla politica nazionale, se si guarda a come sta cambiando la situazione nei rapporti fra Monti e la sua maggioranza, sempre meno incline a conservargli la fiducia di fronte agli aspetti certo meno “simpatici” dell’Agenda con cui il professore di stanza da un anno a Palazzo Chigi cerca di far uscire l’Italia dalla crisi.

In particolare, aumentano di giorno in giorno le preoccupazioni di Bersani, Alfano e Casini sul Patto di stabilità e i suoi veri o presunti eccessi di rigore sull’Iva, sulle detrazioni dall’Irpef, sulla scuola; il che ha consigliato a Monti di riaprire il dialogo con loro (e con Berlusconi, ormai defilato dalla cronaca politica quotidiana, ma certo non rassegnato al “passo indietro” con candidatura ed elezione al Senato…), mentre si dice convinto che la ripresa comincerà fra qualche mese, e mentre il suo ministro dell’Economia Grilli si dice disponibile ai cambiamenti possibili (e necessari) al Patto di stabilità.

In questo quadro complessivo si inserisce una serie di eventi più strettamente politici ed economici, di cui in questo numero de «il nostro tempo» cerchiamo di dare un’ampia rappresentazione. In particolare, è utile una rassegna di giudizi su due di quegli eventi: lo show di Matteo Renzi a Torino, e il secondo incontro dei cattolici impegnati nel mondo del lavoro a Todi.

Sul primo, la nostra personale impressione, avendovi assistito professionalmente, è che il giovane sindaco di Firenze (compirà trentotto anni il prossimo gennaio) non sia immune da tentazioni demagogiche (in un senso non offensivo del termine): potrebbe . Avendo una grande capacità di persuasore pubblico e ispirandosi a modelli come il suo predecessore La Pira, Matteo Renzi si fa carico di sentimenti popolari molto presenti in una vasta comunità di cittadini che credono ancora nella politica così come disegnata dalla Costituzione repubblicana, fondata sulla solidarietà sociale, sulla sussidiarietà dei poteri pubblici e privati (per questo non ha disdegnato di discutere a Milano con un gruppo di finanzieri, incontro che gli è stato rimproverato da Bersani) e sul principio che vede compatibili e integrabili fra loro l’eguaglianza e la libertà, un tempo caratteristiche una del pensiero socialista progressista (e non per nulla cristiano) e l’altra del pensiero liberista e conservatore.

Una domanda che ci siamo fatti domenica al Pala Olimpico, in mezzo a una folla acclamante, è: se Renzi vincesse le primarie del Pd e diventasse de facto e de jure il candidato del partito (e dei suoi possibili alleati, al centro e/o a sinistra) al governo del Paese, avrebbe le qualità necessarie a presentarsi all’elettorato nazionale come prosecutore dell’operato di Monti verso la ripresa? A chi darebbe più retta, ai “moderati” o ai “vendoliani”? E come convivrebbe, nel Pd, con chi oggi non si dice d’accordo con lui? Quando dice, come ha detto intervistato in tv da Lucia Annunziata, che con lui il partito è al 40 per cento (perché attirerebbe i voti oggi in fuga dal centro-destra e dalla Lega) mentre con Bersani si fermerebbe al 25 per cento (ma i sondaggi più recenti lo danno vicino al 30) è sicuro che alla resa dei conti le sue buone intenzioni continuerebbero a dargli ragione e fiducia?

Sono domande, difficile rispondere: tutto è possibile. A cominciare da un rapporto certo non facile con il mondo cattolico, che Berlusconi ha purtroppo spaccato in due negli anni Novanta, e che non può comunque essere insensibile a quanto gli viene dalla Dottrina sociale della Chiesa, ma anche dall’insegnamento degli ultimi Pontefici in tema di valori etici “non negoziabili”.

Quei valori che sia a Todi, sia nell’incontro di venerdi scorso della Fondazione di centro-destra «Magna Carta» a Norcia, sono rimasti opportunamente in primo piano: il rispetto della vita dal concepimento alla morte, della famiglia, dell’educazione dei figli, del “bene comune” come frutto della natura umana voluta da Dio e fondata sui diritti e sui doveri della persona in relazione con il prossimo (così come fra l’altro li interpreta ancora una volta in una delle nostre pagine interne, l’economista Daniele Ciravegna).



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016