Corruzione. Le leggi non bastano

Ha detto Gerardo D’Ambrosio, procuratore aggiunto di Milano ai tempi di Mani pulite, ora senatore, che questa «è la prima volta che un governo tenta di mettere mano seriamente ad uno dei fenomeni più tristi della nostra Repubblica».

In realtà il fenomeno è assai più che «triste»: i dati di questi giorni dimostrano come la corruzione sia se non la principale, certo una delle più importanti palle al piede dello sviluppo economico; per di più essa aumenta quanto a diffusione, mentre calano il numero delle denunce e il numero delle condanne.

Il Senato ha approvato la proposta del governo: una legge affronta per la prima volta direttamente ed esplicitamente la questione della corruzione in Italia, non solo e non tanto come fenomeno generale, ma come realtà specifica che ha bisogno di specifiche disposizioni di legge: la trasformazione della Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità dell’amministrazione in Autorità nazionale anticorruzione, in attesa dell’istituzione del Commissario anticorruzione, con poteri più incisivi; l’introduzione di criteri di rotazione più frequente dei capi degli uffici più sensibili e il continuo monitoraggio, oltre alla formazione permanente, della pubblica amministrazione e dei suoi comportamenti; l’introduzione di nuove figure di reato (traffico di influenze illecite, per esempio) e la precisazione di quelli già esistenti (come per esempio la corruzione fra privati, o lo sdoppiamento della concussione in concussione per costrizione e concussione per induzione); le nuove regole, seppur piuttosto blande, sugli incarichi esterni dei magistrati (che devono essere svolti con contestuale collocamento in posizione fuori ruolo) sono fra i contenuti principali del disegno di legge approvato dal Senato.

Certo, mancano le definizioni di molte questioni: non si è posto mano al recupero della concezione del falso in bilancio come reato di pericolo (intorno alla metà degli anni Novanta fu trasformato in reato di danno, con la conseguenza che oggi non è più perseguibile se non a querela di parte, e la parte che si presume danneggiata ha altresì l’onere della prova;) non si sono affrontate le questioni relative all’autoriciclaggio; non si sono affrontate le questioni relative al voto di scambio (clamorosamente ritornato d’attualità nelle ultime settimane con lo scambio fra un assessore regionale e la criminalità organizzata che ha messo a rischio la sopravvivenza del governo regionale in Lombardia), e non si è riusciti se non a dare una delega al governo per provvedere a norme prescrittive sull’incandidabilità dei condannati in via definitiva a pene superiori ai due anni (!); sono rimaste inascoltate le voci di coloro che avrebbero voluto un inasprimento delle norme sulla prescrizione degli specifici reati di corruzione, concussione, etc..

Eppure ha ragione il presidente del Consiglio, quando rivendica il fatto che prima di questo governo nessun risultato si era riusciti ad ottenere in materia dai governi che si sono succeduti, con una notevole vischiosità da parte dei partiti e del sistema politico-amministrativo, che si era manifestata in Parlamento ancora a giugno e che è stata superata (giocoforza) soltanto a causa dell’esplosione in questi ultimi tempi di episodi corruttivi di grande portata, anche mediatica, che hanno colpito direttamente le strutture dei partiti politici, e non si sono limitati al malgoverno dell’amministrazione.

Questi fatti hanno messo il dito nella piaga e hanno indicato l’origine strutturale della corruzione: ancora una volta fa bene il presidente del Consiglio a ricordare il decreto sui tagli dei costi alla politica, che prevede la trasparenza patrimoniale degli eletti «secondo le migliori pratiche raccomandate dall’Ocse», ma ha compreso altresì un notevolissimo taglio nei finanziamenti pubblici ai partiti (e quei milioni di euro sono stati immediatamente “girati” ai terremotati: fa pensare il fatto che questi stessero ad aspettare fondi che si diceva che non ci fossero, e che invece c’erano, e abbondanti per finanziare Batman e soci).

Vero, dunque: questi problemi, e altri ancora, meritano di essere affrontati; ma meritano altresì di essere spolverate e lucidate, e rimesse in funzione in pieno, tutte quelle norme che già ci sono e la cui applicazione darebbe una significativa spinta. Si vuol dire che i termini di prescrizione già esistenti sarebbero ben sufficienti se la giustizia funzionasse come può e deve; che i tanti protagonisti del voto di scambio, i tanti condannati per reati comuni e collegati con le funzioni politiche fossero messi fuori dalle istituzioni non tanto dai giudici, quanto dalle istituzioni stesse e dalle strutture politiche e partitiche che ve li pongono e ve li hanno portati.

Si sentono ancora oggi, da ogni parte, levarsi le critiche, variamente caratterizzate a seconda dei bisogni, delle necessità, dei bacini politici, degli interessi da difendere dei vari partiti: tanto che non è infondato il timore che il passaggio alla Camera di questo disegno di legge (approvato solo dal Senato, si ricordi) possa dare occasione di ulteriore interventi, rallentamenti, trappole.    Tanto più che i dati che abbiamo richiamato in apertura, e soprattutto il calo delle denunce a fronte della diffusione della corruzione, fanno molto preoccupare: perché sono segno di una rassegnazione dell’opinione pubblica, di una assuefazione, dell’indebolimento della capacità di reazione prima di tutto culturale e sociale di fronte ai fenomeni di corruzione che fanno del nostro Paese uno degli ultimi nel mondo per affidabilità etica della politica e della pubblica amministrazione.

Insomma, c’è sempre la possibilità di fare meglio; ma in questo caso già l’aver fatto qualche cosa sembra che debba essere giudicato positivamente. E sembra che si debba stare ancora all’erta perché questo disegno di legge diventi legge. Ma il problema principale è quello dell’orizzonte: le leggi non serviranno mai, se (come disse Alcide De Gasperi il giorno dell’approvazione della Costituzione repubblicana) esse non saranno assistite dalla «coscienza morale praticata nel costume»: fintanto che ci sarà qualcuno che chinerà la testa di fronte ai corrotti e ai corruttori, davanti ai concussori ovunque stiano seduti, sarà necessario che la società mantenga vivi tutti gli strumenti di controllo e repressione.

Gianfranco Garancini

 



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