Per uscire dai deserti

Benedetto XVI presenta il nuovo Anno della FedeIl Concilio ecumenico Vaticano II di cinquant’anni fa è stato una «bussola» per l’umanità del XX secolo e lo è del presente, «una grande grazia per la Chiesa». L’Anno della fede vuole coprire, bonificare, irrorare quella drammatica «desertificazione», l’ateismo, l’ignoranza di Dio, fenomeni oscuri che sono aumentati in questi decenni.

L’Anno della fede si fonda sul Concilio, quell’evento straordinario mantenuto vivo e vitale nel suo profondo significato, nei documenti, nelle esortazioni, nei messaggi che papa Ratzinger ha nuovamente consegnato, insieme al Catechismo della Chiesa cattolica, alle categorie cui sono rivolti: i giovani, gli sposi, i malati (a riceverlo la cantante non vedente e atleta Annalisa Minetti), i missionari, gli scienziati, gli uomini di cultura.

Lungo questi dieci lustri si sono succeduti cinque Pontefici, da Giovanni XXIII, che il Concilio pensò e indisse, a Paolo VI, che l’ha ereditato, proseguito e concluso nel 1965 contro ogni resistenza palese e occulta. E, dopo la breve parentesi di papa Luciani, immagine di una Chiesa aperta al sorriso, ecco l’atleta di Dio, Giovanni Paolo II (sue le definizioni «bussola» e «grazia») e infine papa Ratzinger, che celebra solennemente la ricorrenza sul sagrato della Basilica di San Pietro con cardinali e i vescovi del Sinodo, i patriarchi delle Chiese orientali cattoliche, e la presenza del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I e l’arcivescovo di Canterbury e primate della comunione anglicana, Rowan Williams, avvertendo subito che non si tratta di contemplare una fotografia, ma di «cogliere la straordinaria ricchezza e riscoprire particolari passaggi e tasselli di quel grande affresco, dipinto nella sua grande molteplicità e varietà di elementi, sotto la guida dello Spirito Santo». «Anche oggi», precisa Benedetto XVI.

Atti, discorsi, riti liturgici, gesti umani, fino a riprendere e far proprio («oso», dice, e premette un familiare e amichevole «buona sera») l’immortale e ispirato «discorso della luna» di Roncalli («tornando a casa fate una carezza ai vostri bambini e dite che è una carezza del Papa»), attestano in quale rilievo egli tenga il Concilio, smentendo le malevoli insinuazioni di improvvisati esegeti, solo perché Ratzinger ha autorizzato la celebrazione della messa in latino in alcuni casi e ha tentato di riportare nell’alveo della Chiesa cattolica gli scismatici lefevbriani.

E allora «l’Osservatore Romano» può ben intitolare a tutta prima pagina «Benedetto XVI non è l’affossatore del Concilio». Ci mancherebbe altro. Rievoca con commozione quel giorno, l’11 ottobre del 1962, descrive se stesso «giovane professore di teologia fondamentale», al seguito del cardinale Frings. E’ nominato perito conciliare, è presente nella piazza, fedele tra i fedeli, lo sguardo rivolto a quella finestra, da cui ora è lui ad affacciarsi a guardare l’affascinante spettacolo di migliaia di fiaccole. E confessa: «Esperienza unica. Ho potuto vedere una Chiesa viva alla scuola dello Spirito Santo, il vero motore del Concilio. Rare volte nella storia si è potuto, come allora, quasi “toccare” concretamente l’universalità della Chiesa in un momento della grande realizzazione della sua missione di portare il Vangelo in ogni tempo e fino ai confini della Terra».

Ma se mezzo secolo fa si imponeva l’esigenza, secondo la percezione di Roncalli, di parlare della fede «in modo “rinnovato”», perché il mondo stava rapidamente cambiando, mantenendo però intatti «i suoi contenuti perenni, senza cedimenti o compromessi», oggi, denunciava Paolo VI, la dimenticanza di Dio si fa abituale, quasi la suggerisse il progresso scientifico. E dunque per Benedetto XVI «la cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei Padri conciliari, è che si veda, di nuovo, con chiarezza, che Dio è presente, ci riguarda, ci risponde. E che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo».

«C’è bisogno della fede», grida Benedetto XVI, perché in questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto, che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. «Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada». Sono tornati in auge i pellegrinaggi. «Non è forse qui», si chiede il Papa, «che si trovano, o almeno si intuiscono, il senso del nostro essere al mondo? Possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche, ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa cattolica».

Alle omelie si congiunge la «meditazione» che il Papa ha esposto nella prima sessione del XIII Sinodo, una meditazione profonda. «In questo Sinodo, ha detto, «vogliamo conoscere di più che cosa il Signore ci dice e che cosa possiamo o dobbiamo fare noi». Ricorda che evangelium è «annuncio di vittoria, cioè di bene, di gioia, di felicità», perché «Dio non ha dimenticato il suo popolo, c’è, è presente. E Dio ha potere, Dio dà gioia». E insieme porta giustizia, pace, salvezza, consola gli esclusi, i carcerati, i sofferenti, i poveri. Ma non possiamo non ricordare il discorso che il patriarca ecumenico Bartolomeo I ha pronunciato in San Pietro in italiano, avendo studiato al Pontificio istituto orientale. Ha ricordato che Cristo nell’Orto del Getsemani, prima di essere condannato, pronunciò una preghiera per l’unità: «…custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi». E così è stato. Attraverso i secoli siamo veramente stati custoditi con la potenza e l’amore di Cristo, e nel lo Spirito Santo è disceso su di noi e abbiamo iniziato il lungo percorso verso l’unità visibile desiderata da Cristo. Ci sono discussioni, il cammino è ancora lungo, ma si sta percorrendo. Ora si attendono segnali dal patriarca di Mosca per completare il dialogo.

Antonio Sassone

 



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