Per i conti italiani non tutto va male

L’economia mondiale sta ancora rallentando. Le perduranti incertezze sui mercati finanziari, la crisi dell’Eurozona non ancora pienamente superata e i timori legati a una politica monetaria e di bilancio eccessivamente disinvolta da parte degli Stati Uniti, in un anno elettorale ove la competizione per la presidenza minaccia di risolversi al fotofinish, rappresentano i fattori determinanti della situazione.

Il recentissimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale rivede al ribasso la crescita della economia mondiale nel 2012 e nel 2013 di due–tre decimi di punto percentuale rispetto alle stime di luglio, ma per alcuni Paesi–chiave la correzione appare decisamente più significativa.

L’incapacità degli Usa, nonostante il diluvio di liquidità promessa e immessa sul mercato dalla Riserva federale, di esprimere una crescita apprezzabilmente superiore al 2 per cento annuo, e la crisi di molte economie dell’Unione europea, area che nel bene e nel male continua a rappresentare il maggior mercato del mondo, non potevano non ripercuotersi su alcuni importanti Paesi emergenti, i cui sistemi produttivi fortemente orientati all’export dipendono in misura notevole dai flussi di domanda delle economie avanzate.

Secondo il Fmi, l’epicentro della crisi continua ad essere la Ue, ove il Pil nel 2012 registrerà una frazionale variazione negativa mentre per il prossimo anno non si andrà oltre una crescita di mezzo punto percentuale (dimezzata rispetto alle previsioni di luglio). Sul fronte delle economie emergenti, la flessione delle stime di espansione è generalizzata ma con peggioramenti particolarmente sensibili in India e Brasile, mentre in Cina il rallentamento, pur non apparendo particolarmente sensibile rispetto alle precedenti previsioni, incorpora comunque una flessione del ritmo espansivo da livelli superiori al 10 per cento annuo nel 2010 ad un 7–8 per cento nel biennio 2012–2013. Si tratta pur sempre di dati stratosferici, sostenuti fortemente dalla domanda interna di un mercato di oltre un miliardo di persone, ma il cambio di ritmo è innegabile.

In realtà il dato maggiormente preoccupante del World Economic Outlook, che conferma il legame tra l’impasse delle economie avanzate e il rallentamento dei Brics e che non esclude la possibilità di un sotterraneo ritorno a forme di protezionismo nazionale, è quello sul commercio mondiale di merci e servizi che, dopo una crescita in volume superiore al 12 per cento nel 2010, ha rallentato il ritmo al 5,8 per cento nel 2011 e si avvia a chiudere quest’anno con un deludente +3,2 per cento. La correzione al ribasso rispetto alle stime di luglio è di oltre mezzo punto percentuale e ancora maggiore è quella relativa al prossimo anno.

Per quanto riguarda infine il nostro Paese, il Fmi stima una flessione del Pil del 2,3 per cento nel 2012 che, in un anno di drastiche quanto inevitabili correzioni di bilancio, e in presenza di una crisi estremamente pronunciata dei consumi interni, appariva ormai sostanzialmente acquisita. A preoccupare maggiormente è l’ennesima correzione al ribasso delle previsioni per il 2013, ove il Pil è atteso ad una ulteriore flessione non lontana dal punto percentuale, il che nella sostanza significa che, se ripresa vi sarà, si tratterà di un fenomeno assai debole e che non si manifesterà prima della prossima primavera.

Nell’ambito del presente quadro macroeconomico devono essere valutati i contenuti della Legge di stabilità che è ormai divenuta, nel desolante scenario politico del nostro Paese, materia di campagna elettorale e degli esercizi di populismo a buon mercato degli opposti schieramenti. Gli uni promettono che non appena al governo aboliranno l’Imu, gli altri si proclamano leali nei confronti dell’esecutivo tecnico che ha salvato il Paese, salvo imbarcare nella coalizione una forza politica che ha fatto opposizione a Monti lungo tutto il suo percorso ed esercitarsi anch’essi nel promettere appesantimenti della busta paga e modifiche sul fronte delle pensioni e del fisco. Purtroppo, nonostante le ormai sempre più plateali manifestazioni di disaffezione nei confronti della politica “di professione”, la strategia con cui ci si avvicina alle urne rimane quella di promettere qualcosa un po’ a tutti tacendo il più possibile sulle coperture e sugli impegni internazionali di lungo termine del nostro Paese.

Non v’è dubbio che l’economia italiana sia in recessione, e che le misure di stabilizzazione finanziaria vi abbiano contribuito in misura significativa, come è peraltro inevitabile quando si aumentano i prelievi e si accresce il controllo sulla spesa. Ma con i provvedimenti della Legge di stabilità il nostro Paese presenterà il prossimo anno un sostanziale pareggio, in termini strutturali, dei propri conti pubblici, che lo porrà in una posizione radicalmente diversa dalle economie cosiddette “periferiche” dell’Eurozona (che sommeranno ancora alla recessione elevati deficit di bilancio di difficilissima correzione). Per certi versi, considerando l’enorme divario tra i tassi che i mercati pretendono sui titoli del nostro debito pubblico, e la conseguente spesa per interessi, i conti italiani saranno addirittura migliori di quelli della Germania (senza ovviamente tener conto della montagna del debito pregresso, che per noi è molto più alta, ma che il pareggio annuo permetterà di aggredire, sia pure gradualmente, nei prossimi anni).

Alcuni aspetti della Legge di stabilità possono risultare sgradevoli, come la presunta retroattività dei tagli sulle detrazioni fiscali (“presunta” perché gli effetti di cassa saranno tutti nel 2013, anche se a valere sui redditi di quest’anno) ma i critici, e tra loro soprattutto i politici di professione, dimenticano che l’attuale governo presenta questi risultati essendo riuscito a contenere l’incremento dell’Iva in un punto percentuale a partire da luglio 2013, rispetto ai due punti originariamente previsti, ed è stato in condizione di offrire ai contribuenti un primo segnale di alleviamento della pressione fiscale diretta con il taglio di un punto delle prime due aliquote dell’imposta personale sul reddito. E quest’ultimo decorrerà dal primo gennaio 2013, e quindi vi saranno sei mesi, decisivi per la ripresa, in cui il prelievo sarà, anche se lievissimamente, più basso, mentre le aliquote Iva non saranno ancora aumentate, e non si può neppure escludere che risultati particolarmente positivi sul fronte del gettito e della spending review possano rendere possibile un ulteriore rinvio del ritocco. Nel frattempo, comunque, i conti sono in ordine e non esistono previsioni di entrata senza una chiara specificazione, come richiesto dal fiscal compact.

Contestualmente, il governo sta procedendo nelle riforme strutturali; dopo l’Agenda digitale italiana commentata la scorsa settimana si deve citare il disegno di legge anticorruzione e il progetto di revisione del titolo V della Costituzione, che intervengono su alcuni dei fattori che più danneggiano la competitività internazionale del nostro Paese e la sua capacità di attrarre capitali e iniziative produttive. Naturalmente si tratta di progetti di medio termine, che ci rassicurerebbero maggiormente se l’esecutivo avesse dinanzi i normali cinque anni di vita ed una maggioranza coesa e non una campagna elettorale in cui le forze politiche faranno a gara nel promettere prebende che minacciano di vanificare i sacrifici che in questo anno gli italiani, certamente non con piacere ma con disciplina e senso di responsabilità, hanno riconosciuto come inevitabili e accettato.

Antonio Abate

 



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