Nosiglia: le sfide della scuola oggi

La scuola? Un bene per tutti. Dalla scuola, in momenti di crisi, si può infatti dare un segnale alla politica e alla società per rilanciare la cultura e la formazione, soggetti centrali per la ripresa del Paese. L’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia lo dice a conclusione della Settimana della scuola, sabato 13 ottobre, al Santo Volto, durante il convegno «Le parole che vanno recuperate nella scuola», al quale ha partecipato il ministro per i Beni culturali Lorenzo Ornaghi, annunciando di aver proposto alla Conferenza episcopale italiana «di promuovere una conferenza nazionale della scuola entro cui far emergere anche il contributo specifico della scuola cattolica paritaria».

«Mi auguro che si possa fare presto e possa essere il momento centrale per una riflessione ampia e costruttiva per trovare i dovuti sostegni economici necessari a garantire l’esistenza e la qualità di ogni scuola, sia statale, che paritaria, e della formazione professionale». Nosiglia ha anche spiegato che sul modello della Prima assemblea della Scuola dell’aprile scorso a Torino, Triveneto, Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna hanno adottato analoghe iniziative.

Un successo, dunque, la Seconda settimana della scuola voluta dall’arcivescovo di Torino, che ha visto un migliaio ragazzi, insegnanti, dirigenti scolastici, associazioni di genitori (Age e Agesc) partecipare a incontri, dibattiti e laboratori. Due i momenti più gioiosi: martedì 9 ottobre quando un migliaio di bimbi dai tre ai cinque anni hanno incontrato l’arcivescovo nel cortile di Valdocco e lanciato nel cielo i loro palloncini colorati con i messaggi di gioia scritti e disegnati in classe con le maestre; e mercoledì 10 quando gli alunni della primaria armati di pennelli e pennarelli hanno preparato insieme ai maestri del Dipartimento del Museo di arte contemporanea di Rivoli striscioni lunghi e colorati, trasformando l’atrio e il cortile del Centro congressi del Santo volto in un atelier.

Al centro della Settimana la ricerca delle «parole perdute», ma anche alcune proposte concrete per ricostruire un’Italia in crisi di identità. La ricetta è arrivata da don Ciotti e Ernesto Olivero, la settimana scorsa, durante l’incontro con i ragazzi delle scuole superiori di Torino e d’intorni, statali e paritarie, professionali e non, dalla Sacra famiglia al Majorana, dalla Mazzarello al Sociale. Una legge contro la corruzione, secondo il fondatore del Gruppo Abele. La riduzione del numero dei parlamentari e dei consiglieri oltre a una «legge della restituzione» quando si fa un danno all’amministrazione pubblica secondo il fondatore del Sermig.

Tra le parole perdute da recuperare per i giovani «legalità» e «gratuità». «Quando vedi un’ingiustizia», ha detto don Ciotti, «senti crescere il bisogno di prendere posizione. Prendiamo la corruzione: dal 1999 l’Italia non può avere una legge per lottare contro il fenomeno perché c’è chi lo impedisce… Per cambiare le cose dobbiamo prenderci ognuno le nostre responsabilità: non si può essere cittadini a intermittenza». La giustizia, ha detto Ciotti, è scandita da tre parole perdute: corresponsabilità, continuità e condivisione.

Ernesto Olivero con il suo Sermig ha dimostrato che è possibile recuperare tutte le parole del Nuovo Testamento: «Cambiare questo mondo è possibile: andate alla ricerca di alti ideali e seguiteli insieme, consapevoli che vivere per gli altri è la forma più alta di libertà».

Sulla cultura che la scuola trasmette e sul ruolo che può giocare nella costruzione di una società più giusta è tornato mons. Nosiglia nel discorso di chiusura della Settimana. La cultura che nasce e cresce dietro ai banchi di scuola «è come il pane», la stessa fede «non inculturata rischia di non essere accolta e di condurre ad un fideismo pericoloso per la stessa solidità e verità della fede. La fede va oltre la cultura nel senso che assume ogni cultura e ne esalta gli aspetti positivi».

E dunque arrivato il tempo di «promuovere la cultura» ha detto mons. Nosiglia, indicando tre sfide da affrontare subito: «La prima sfida riguarda l’educazione, che trova nella scuola e nell’università, ambienti culturali specifici, un luogo privilegiato per esprimersi. Educare tutto l’uomo, nella sua interezza, formare all’agire, ma anche e prima all’essere se stessi, costituisce il grande, delicato compito del docente. In questo ambito la scuola deve superare una certa autoreferenzialità e coinvolgere altri attori sociali», dalle famiglie alle associazioni che operano sul territorio alle parrocchie.

Una seconda sfida per mons. Nosiglia è quella del «pluralismo culturale, etnico, religioso». Pluralismo che in questi anni «ha posto problemi seri, quando si tratta di religioni molto diverse, che hanno una visione dell’uomo e della donna, di Dio, della vita pubblica e familiare, diversa da quella cultura occidentale sia di stampo laico che religioso». Come rapportarsi dunque a un mondo sempre più multietnico e multireligioso? «Occorre fare i conti con questo nuovo mondo e aprire varchi di dialogo e di incontro», risponde mons. Nosiglia, «per trovare punti di convergenza comuni su cui operare insieme a servizio soprattutto delle nuove generazioni».

La terza sfida coincide invece con lo «sbilanciamento dell’azione culturale» tutta concentrata a cercare quello che mons. Nosiglia chiama «lo “spot” massmediale», cioè la ricerca del grande evento che fa clamore ma lascia in ombra la riflessione, l’approfondimento delle idee e del pensiero. «Per molti cittadini il giornale o il bollettino parrocchiale rappresentano la frontiera della propria cultura, insieme a radio e tv per i più anziani, Internet per le nuove generazioni. Dobbiamo concorrere tutti ad elevare la cultura della gente, a cominciare dai giovani: è un dovere fondamentale di ogni progetto educativo, perché dove c’è ignoranza domina la superstizione e si è soggetti a tutte le strumentalizzazioni e ai messaggi fuorvianti, che sono basati sull’inganno o la ricerca di consenso».

Secondo mons. Nosiglia «riportare i giovani alla realtà» e «superare le dipendenze mediatiche» è un compito difficile, ma non impossibile. Come? «Bisogna muoversi ancora una volta dal basso: promuovere gli incontri, le proposte che coinvolgono i sentimenti e le relazioni, la ricerca intellettuale e morale della verità, l’esperienza del bello e del buono così da offrire una via alternativa alla passività della comunicazione. Una sfida grande, che va gestita con responsabilità dagli educatori».

Cristina Mauro

 



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016