A chi può servire la tragedia in Siria

 Per qualche strana ragione, l’opinione pubblica si è convinta che per la Siria le grandi potenze “non fanno nulla”. Anzi, la ragione non è tanto strana perché proprio questa è l’immagine di sé che le grandi potenze vogliono diffondere. In realtà, Usa, Gran Bretagna, Israele e Turchia sono da molti mesi attive sul fronte siriano: aiutano i ribelli, li armano, li finanziano, li dotano di un supporto di intelligence che altrimenti sarebbe tutto a favore del regime di Bashar al Assad.

In questo modo aggirano i veti di Russia e Cina, ancora schierate con Assad, e il blocco imposto dalla maggioranza (certo non filo-americana) dei Paesi dell’Onu, dove quanto avviene in Siria non è classificato “stato di guerra”, quindi non consente un intervento armato.

Certo, in questo modo la popolazione non viene soccorsa e soffre di più, gli scontri si trascinano, l’agonia del regime dura più a lungo con tutti i possibili colpi di coda. Ma, a vederla con gli occhi di Barack Obama, il rischio di una crisi internazionale è molto minore e prima o poi il risultato arriva. Già oggi, neppure Aleppo e Damasco sono sicure per i fedeli di Assad. E il suo esercito, logorato dalla guerriglia e dalle diserzioni, si è ridotto da 180 a meno di 100 mila uomini.

  Che si tratti di strategia e non di impotenza lo dimostrano proprio gli ultimi fatti e i venti di guerra che soffiano tra Siria e Turchia. Qualche giorno fa, un colpo di mortaio sparato dai siriani ha ucciso cinque persone in un villaggio turco. La notizia è finita su tutte le prime pagine, mentre poco si è saputo (qualche trafiletto qua e là, nelle pagine interne) dell’attentato con autobomba contro un circolo ufficiali che ad Aleppo ha falciato più di 60 persone, militari e civili.

Per qualche ora si è persino ipotizzato un intervento internazionale tipo Afghanistan: dopo tutto la Turchia è un Paese della Nato e l’Alleanza s'impegna per statuto a intervenire in difesa dei Paesi membri eventualmente aggrediti. La potenza di fuoco della Nato, combinata con la rivolta interna, farebbe cadere Assad in un baleno. Ma ci sono le elezioni negli Usa, l'Europa si dibatte nella crisi economica, Cina e Russia sono sull’altro lato della barricata diplomatica. Nessuno sente il bisogno di un’altra guerra aperta.

Mentre uno scontro, limitato nel tempo e nell’impegno militare, della Siria con la Turchia sarebbe, dal punto di vista politico, una manna per tutti. Per le famose “grandi potenze” in primo luogo: se colpita, la Turchia avrebbe tutto il diritto di difendersi; Cina e Russia potrebbero solo stare a guardare; il regime di Assad andrebbe a rotoli o, comunque, farebbe un gran passo verso la fine; gli Usa e gli altri avrebbero tutti i vantaggi e nessuno degli svantaggi. Non è un caso se i diplomatici siriani, dopo quel colpo di mortaio, si sono precipitati a scusarsi con il Governo di Erdogan.

Ancor più evidenti, però, sarebbero i vantaggi per la Turchia. Da tempo Istanbul smania per vedersi riconosciuto quel ruolo di potenza regionale che oggi le è conteso solo dall’Iran degli ayatollah e dalle loro ambizioni atomiche: una guerra a bassa intensità che portasse alla caduta di Assad la consacrerebbe, soprattutto considerando che l’Iran, già avviato al crollo economico per le sanzioni internazionali, resterebbe privo del suo ultimo vero alleato. Ma c’è di più. Pur non dichiarandolo apertamente, la Turchia ambisce anche al ruolo di nazione-leader della galassia islamica in Medio Oriente. A contenderglielo sono rimasti per tradizione e storia l’Egitto (preso però nella crisi del post-Mubarak, e con i Fratelli Musulmani a sperimentarsi nel governo del Paese) e per ricchezza e amicizia con gli Usa l’Arabia Saudita. La Turchia, però, è l’unico Paese musulmano del Medio Oriente che può dire di “avercela fatta”: con un’economia in espansione da almeno un decennio, un accettabile equilibrio tra laicità e islam, un Governo stabile e una posizione strategicamente forte.

Una vittoria sulla Siria di Assad metterebbe un sigillo militare a tutto questo, trasformando Erdogan nel difensore del “vero” islam, visto che l’alawita (un ramo minoritario degli sciiti) Assad perseguita in patria i musulmani sunniti, che sono circa il 90 per cento dei musulmani in generale, in Medio Oriente come nel resto del mondo. Ultimo, ma per Erdogan non proprio ultimo, una vittoria sul campo potrebbe anche placare gli umori del sempre irrequieto esercito turco, che con il suo milione di uomini è il più grande della Nato dopo quello americano e non sempre si rassegna al controllo del potere politico.

E’ questa la strada che stiamo percorrendo. Una strada che porta, se percorsa fino in fondo, a un nuovo equilibrio, non solo regionale. La Turchia è già oggi un Paese fondamentale per l’Occidente, essendo uno dei principali centri di smistamento (con lo Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, e gli snodi in Ucraina e Belorussia) delle risorse energetiche decisive per l’economie. Se dovesse togliere dal fuoco degli Usa le castagne militari della questione siriana, che cosa potrebbe chiedere in cambio?

Fulvio Scaglione



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