Ma per i tradizionalisti il dissenso è continuato

 A cinquant’anni dal suo inizio, il Concilio vaticano II continua a far discutere. Se tale attenzione conferma la portata epocale di un evento che ha cambiato in modo rilevante il cattolicesimo, questo confronto, a tratti acceso, pone interrogativi che superano il ristretto campo del dibattito tra gli storici.

All’interno della Chiesa, infatti, si stanno confrontando giudizi diversi sull’interpretazione delle riforme approvate dal Concilio e, in maniera più ampia, modi differenti di valutare le traiettorie lungo cui si sta muovendo oggi l’intero cattolicesimo.

Quanto siano rilevanti le questioni ora in discussione è reso evidente dalle posizioni sostenute dalle correnti tradizionaliste cattoliche, contrarie a molte delle decisioni conciliari, e, soprattutto, dalle risposte provenienti dalla curia vaticana, impegnata da anni nell’opera di possibile recupero dei fedeli di monsignor Marcel Lefebvre e della Fraternità sacerdotale San Pio X da lui fondata. Secondo Giovanni Miccoli, storico del cristianesimo e professore emerito dell’Università di Trieste, autore del recente volume «La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma» (Ed. Laterza), la Fraternità San Pio X, «frutto del drastico rifiuto opposto da Lefebvre al Vaticano II, costituisce la punta di diamante del variegato movimento anticonciliare che più o meno pubblicamente, e con diversa consistenza nel corso del tempo, si è manifestato nella Chiesa cattolica fin dagli anni dello svolgimento del Concilio».

Considerare i lefebvriani (colpiti dalla scomunica di Giovanni Paolo II nel 1988, poi ritirata da Benedetto XVI nel 2009) «aiuta a capire per contrasto ciò che il Vaticano II, nei suoi orientamenti di fondo, aveva inteso rappresentare per la Chiesa», in quanto la Fraternità «offre il ricordo, vivo e tangibile per l’estremismo stesso delle sue posizioni, di una contrapposizione e di uno scontro che non pochi nella Chiesa oggi vorrebbero dimenticare».

Se osservati all’interno della vasta articolazione del cattolicesimo, i gruppi del tradizionalismo cattolico rappresentano numericamente una realtà marginale, che assume però un indubbio rilievo nel momento in cui le loro scelte non soltanto enfatizzano posizioni presenti all’interno della Chiesa, ma fanno da sponda a scelte di una parte della curia vaticana che tende a rimuovere alcune acquisizioni frutto del Concilio vaticano II. La ricostruzione offerta da Miccoli dà la possibilità di analizzare il largo spettro di temi coperto dai discorsi e dalle iniziative del tradizionalismo cattolico che, per la loro ampiezza, si configurano come una vera e propria «ideologia della tradizione».

Per i tradizionalisti, il Concilio vaticano II è una sorta di guado che la Chiesa cattolica si è trovata ad attraversare, nonostante i tentativi di frenare quel passaggio messi in atto già durante le sessioni conciliari. Una volta immersa in quella corrente, la Chiesa non è stata più la stessa: la missione dei tradizionalisti è stata, da quel momento, riportare la Chiesa al passato o, meglio, riportare la Chiesa alla «Chiesa di sempre».

Oltre alla liturgia, punto di partenza e di arrivo delle rivendicazioni dei tradizionalisti, vi è un insieme di elementi che si ritrova, ora con maggiore, ora con minore enfasi, nelle affermazioni di questi gruppi. Nelle loro elaborazioni è continuamente ribadita la propria fedeltà all’«insegnamento di sempre». Dal punto di vista teologico, sono considerati indiscutibili, in quanto da «sempre» affermati dal cattolicesimo, i dogmi «immutabili» del cattolicesimo, la Tradizione che da diciannove secoli guida la Chiesa e la visione della Chiesa di Roma «quale Madre e Maestra di tutte le Chiese». È ribadita l’opposizione agli errori della Riforma protestante che con il Concilio – osservano i tradizionalisti con grande preoccupazione - si è ormai infiltrata nel corpo del cattolicesimo. Proprio l’unicità della «vera verità» cattolica rende inaccettabili la libertà religiosa, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, tanto che l’incontro tra le religioni ad Assisi nel 1986, convocato da papa Wojtyla, rappresenta la manifestazione esemplare di questa degenerazione.

Per i tradizionalisti, il Concilio ha dunque posto ai margini l’«insegnamento di sempre», mettendo a rischio la tenuta della Chiesa di Cristo: per questo motivo, la Chiesa conciliare deve essere tolta dal guado dove si è impantanata, per essere riportata alla fissità della tradizione. Si tratta di affermazioni caratterizzate da una «astratta astoricità», come rileva Miccoli, proprio perché fanno continuamente uso di riferimenti al passato volutamente imprecisi, rivendicando come eredità immutabili della tradizione direttive, simbologie e riti che, invece, appartengono a circoscritte fasi della storia della Chiesa e in questa prospettiva devono essere correttamente valutate.

La ripresa di alcune delle opinioni sostenute dai lefebvriani da parte di autorevoli settori della curia vaticana rivela quanto le questioni sollevate dai tradizionalisti abbiano ricadute ben più ampie rispetto alla ristretta platea dei fedeli di monsignor Lefebvre. Secondo Miccoli, infatti, vi è il tentativo di una parte della curia romana di minimizzare lo scarto, di ridimensionare le differenze e di accantonare i problemi maggiori, con omissioni che hanno avuto conseguenze durature nei rapporti con la Fraternità San Pio X. Le incertezze e le oscillazioni hanno riguardato la liturgia (in particolare, le condizioni in base alle quali è possibile celebrare con il rito di Pio V e il significato del carattere sacrificale della messa), l’ecclesiologia (per esempio, con le ripetute precisazioni intorno alla definizione conciliare della Chiesa come popolo di Dio) e il rapporto con le altre confessioni cristiane e tra le religioni (con il richiamo all’unicità e all’esclusività della Chiesa cattolica in quanto strumento di salvezza istituito da Cristo).

Le ridotte dimensioni dell’area tradizionalista, se confrontate con la vastità del cattolicesimo, non possono far dimenticare la sua capacità di influenza e, ancor più, la possibilità che offre ad autorevoli ambienti del cattolicesimo – a Roma e non solo – di trovare conferma ad alcune loro precise convinzioni, vale a dire la necessità del ricompattamento della Chiesa intorno alla tradizione, la riaffermazione del primato pontificio e il giudizio fortemente critico sul pluralismo religioso, ma anche il ristabilimento dell’ordine sociale che si ritiene minacciato dalla modernità. Vi è da chiedersi, pur di fronte alla varietà di posizioni presenti nel tradizionalismo cattolico, quali siano i reali obiettivi di questi movimenti: più che l’impossibile realizzazione a quello che si può definire il “programma massimo” di completa restaurazione cattolica, questi gruppi puntano attraverso una continua pressione al conseguimento del “programma minimo”, vale a dire a un più raggiungibile aggiustamento delle linee espresse dalla Chiesa del Concilio. E quest’ultima manovra risulta possibile non tanto per la forza dei gruppi tradizionalisti, ma in quanto all’interno della Chiesa, anche in punti nodali della sua struttura gerarchica, vi sono correnti che accettano aspetti significativi di questo “programma tradizionalista”.

Le tensioni che hanno accompagnato il Concilio vaticano II (e che ancora oggi continuano ad animare la comunità cristiana) sono il frutto di difficoltà e di aspirazioni che maturavano da decenni nel cattolicesimo e che l’assemblea riunita a Roma ha saputo portare alla luce. Il Concilio ha cambiato la Chiesa perché la Chiesa era già cambiata al suo interno, in modo sommerso e diffuso, negli anni precedenti. La battaglia condotta dai tradizionalisti contro il Concilio e, ancor più, l’ascolto che riescono ad avere in una parte delle istituzioni ecclesiastiche rischiano di rinchiudere la Chiesa in uno splendido isolamento, incapace di parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo con la voce fresca del Vangelo.

Marta Margotti



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