Ripartire dalla scuola

 

Ripartire dalla scuola, comunità che accoglie, fa crescere, educa. Recuperare le parole perdute – legalità e gratuità, libertà e responsabilità, solidarietà e amicizia – per affrontare la crisi con coraggio e fiducia. Imparare dai ragazzi e dai loro insegnanti che ogni giorno costruiscono una fetta di futuro. Perché il futuro del nostro Paese passa anche dai banchi di scuola.

Sono questi gli obiettivi della seconda Settimana della Scuola aperta domenica 7 ottobre a Torino dal vescovo mons. Cesare Nosiglia in un Centro congressi del Santo Volto pieno di ragazzi, dai più piccoli della materna fino agli alunni della secondaria, dalla Scuola Madre Mazzarello al Faà di Bruno, dall’Istituto comprensivo Murialdo al Flora, solo per citarne alcuni, che hanno partecipato al concorso multimediale «La scuola un bene di tutti – Linkiamoci… Una storia vera: la nostra» lanciato dall’Ufficio diocesano della Scuola nell’anno 2011-2012. Obiettivo: documentare come e perché la «Scuola è un bene per tutti», come recita il titolo della Settimana.

All’inaugurazione mons. Nosiglia ha lanciato un accorato appello in difesa della scuola, «bene di tutta la società», e una proposta: «dalle aule parta un movimento di base che favorisca la ripresa morale e culturale del Paese». «Ripartiamo dalla scuola», ha detto con forza il vescovo di Torino, «perché è il volano che può innestare il rinnovamento per l’Italia messa in ginocchio da una pesante crisi economica e di valori. Sosteniamo e difendiamo tutta la scuola pubblica - statale, paritaria e professionale - con un nuovo e forte patto educativo. Non è più tempo per sterili divisioni, che tanto male hanno fatto al Paese. E invece tempo di condividere, costruire ponti, dialogare, stringere un nuovo patto educativo». Obiettivo? Difendere il bene più prezioso della nostra società, i ragazzi di oggi cittadini di domani.

La Settimana della scuola, con il suo concorso (hanno partecipato 53 classi di 40 istituti per un totale di 1.584 studenti, i primi tre classificati per ogni ordine e grado hanno ricevuto dal vescovo un attestato e vinto una gita premio alla casa editrice Effatà e al Museo del gusto di Frossasco), i suoi incontri e i suoi dibattiti sulle «parole perdute» con esponenti della società civile (don Luigi Ciotti, Ernesto Olivero, i professori Arato e Triani), esce dalle aule e diventa l’occasione per proporre uno «scatto morale» alla società tutta. Come ha detto accorato mons. Nosiglia di fronte a un Santo Volto gremito di professori, dirigenti scolastici e genitori affamati di parole sagge ma anche controcorrente in un momento di grande confusione sul futuro non solo della scuola, ma del Paese: «Si attivi un movimento di base che susciti dal basso quello scatto morale e culturale necessario per uscire dalla crisi. Una crisi che non è solo economica, ma di sistema. Un sistema basato sui soldi, sul profitto, sull’individualismo. Manca oggi una coscienza etica, morale, spirituale. Non dimentichiamo che i nostri ragazzi e i nostri insegnanti sono il cuore pulsante della società». Come dire, sulla scuola il Paese deve scommettere.

La diocesi, in testa l’arcivescovo, sulla scuola ha già scommesso. «Abbiamo deciso di mettere al centro i giovani», ha detto mons. Nosiglia, che non si è tirato indietro quando gli è stato chiesto di applaudire con le mani e con i piedi, come fanno i ragazzi, trasformando per un minuto il Centro congressi del Santo Volto in un’arena gioiosa e festante. «Se lo meritano davvero. Qui oggi pomeriggio abbiamo visto il video di sintesi del concorso multimediale, ma io li ho guardati tutti, uno per uno, con interesse e meraviglia, e posso dire che hanno lavorato col cuore, padroni della tecnica, demiurghi del proprio futuro. E questa la scuola più bella, quella su cui dobbiamo scommettere. Una scuola che traina, sa farsi profetica, annunciare il futuro, senza appiattirsi sul presente. Capace di difendere valori fondamentali e per questo sempre moderni».

Tre le parole d’ordine di Nosiglia: istruzione, formazione, libertà educativa. «La Settimana porta al centro tutta la scuola, un sistema fatto di statali, paritarie e formazione professionale: tre segmenti da scegliere liberamente da parte delle famiglie, che hanno il primato assoluto dell’educazione dei propri figli. Non separiamo questi tre segmenti, superiamo storici steccati che li vedevano divisi. ricordiamoci che la scuola è al servizio di tutti e tutti devono sentirsi chiamati a difendere la scuola. A cominciare dalle realtà più vicine a noi, oratori e parrocchie». E anche le piccole realtà di provincia, dove le scuole per mancanza di fondi rischiano di chiudere. E’ il caso della Val di Lanzo, ricordata dall’arcivescovo con un appello: non chiudete le elementari in montagna («Ho sentito che i bambini potrebbero essere portati più in basso in pullman. Ma se chiudi la scuola condanni a morte il paese»).

L’arcivescovo ha poi esortato all’accoglienza «nella nostra società le differenze sono tante, nella scuola sono una ricchezza perché formano la società del domani, dove le diverse religioni, culture e tradizioni dovranno lavorare insieme per costruire un mondo più giusto. Un mondo che rimetta al centro la dignità di ogni uomo e di ogni donna, la dignità della famiglia». Ed è proprio in famiglia, oltre che dietro ai banchi di scuola, che si possono ritrovare quelle «parole perdute» che la Settimana vuole recuperare. Ed eccole le sei coppie di parole «a rischio di estinzione» che fanno da filo rosso lungo sette giorni di incontri, workshop e dibattiti: legalità e gratuità, libertà e responsabilità, conoscenza e ricerca, solidarietà e amicizia, gioia e cultura, fiducia e coraggio.

A ricordarle, mettendole prima in fila e poi scomponendole, in un gioco accattivante, che ha tenuto accesa l’attenzione dei più piccoli e sollecitato la curiosità dei più grandi, il professor Alberto Arato, insegnante e autore di narrativa per ragazzi, sceneggiatore e presidente dell’Anonima Fumetti. «Le parole sono libere, volano di bocca in bocca, e si trasformano. Le parole non stanno mai ferme. Sono pietre preziose che indicano la strada. Segnalibri del pensiero che dobbiamo sempre portare con noi. La nostra Settimana sarà una caccia al tesoro, per cercare non le parole del passato, ma quelle del futuro». Quattro le parole-chiave scelte dal professor Arato: conoscenza, condivisione, quotidianità e freschezza.

«Si chiede sempre molto alla scuola», ha detto Arato. «C’è chi le chiede di costare poco. Chi pretende che sia essere efficiente. Chi le chiede di educare, chi di formare… Così facendo la scuola entra in un grande frullatore e ne esce senza identità. Mentre ogni giorno milioni di ragazzi, insegnanti, dirigenti vivono, lavorano e crescono tra le sue mura. Credo allora che si debba ripartire da quattro parole-chiave: conoscenza, condivisione, quotidianità e freschezza. Con un obiettivo, che va detto forte e chiaro: è nostro diritto avere una scuola normale, con insegnanti normali, non costretti a performance eccezionali, messi in condizione di lavorare con serenità e tranquillità nella quotidianità, giorno per giorno, minuto per minuto, insieme ai ragazzi». Una scuola «normale» per costruire un paese «normale».

Arato ha ricordato infine un aneddoto sulla preparazione del Concilio Vaticano II, quando papa Giovanni XXIII dicendo che voleva un’assemblea «diversa» per «dare un po’ di respiro alla Chiesa», apre una finestra e dice che c’è bisogno di «aria fresca». Ecco, la scuola ha bisogno che gli alunni, gli insegnanti e i dirigenti invece che lamentarsi per quello che non va («E, attenzione, sono molte le cose che non vanno e che dovrebbero essere cambiate…») si prendano ciascuno la propria responsabilità per proporre soluzioni concrete e oneste per salvare quel patrimonio di conoscenza e sapere che formano l’ossatura di un Paese. «Le parole», conclude Arato, «possono costruire o distruggere. Apriamo la finestra e facciamo entrare aria fresca per costruire una scuola (e un Paese) migliore. La scuola ha bisogno di tutti noi».

Cristina MAURO



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