Una classe dirigente da rinnovare

La verità è assai semplice: l’intera classe politica ha smarrito il senso della misura e della dignità, per questo quello che accade è sempre più paradossale. Si scopre ora che è l’effetto perverso del federalismo. Dunque, bisognerebbe essere grati alla Lega e ai leghisti per quanto accade?

Il federalismo è stato il loro cavallo di battaglia. Sta di fatto che Regioni con potere di autonomia di spesa possono taglieggiare tranquillamente i cittadini senza adeguati controlli. Si scopre adesso che il presidente della giunta regionale non può entrare nel merito delle spese del Consiglio. Ma da qualche parte quei soldi bisognava farli entrare: hanno tagliato servizi ai cittadini, in primis la sanità, per far fronte a ostriche e champagne.

Se questa è la situazione, bisogna dire che il federalismo ha fallito ancor prima di aver iniziato a dare qualche frutto. Il decentramento è stato attuato sulla base di spinte egoistiche che hanno distrutto il Paese, è il risultato di una classe politica e di una stagione di governo in cui è andata in scena l’approssimazione e l’incapacità. Sperperi al Nord come al Centro e come al Sud; sperperi che mettono in discussione il ruolo istituzionale e politico delle Regioni, che andrà ridiscusso. Nessuno può chiamarsi fuori, come i fatti dimostrano. In questi anni si è assistito all’esercizio pervicace e strenuo di un’antipolitica diventata sistema, con il beneplacito, se non addirittura la complicità, dei politici cattolici.

Complicità per omissione, per aver chiuso gli occhi, per non aver denunciato e aver taciuto, nonostante il richiamo costante ai principi della Dottrina sociale della Chiesa. A tal proposito il punto 410 del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa è inequivocabile. «Coloro che hanno responsabilità politiche», dice il Compendio, «non devono dimenticare o sottovalutare la dimensione morale della rappresentanza, che consiste nell’impegno di condividere le sorti del popolo e nel cercare la soluzione dei problemi sociali. In questa prospettiva, autorità responsabile significa anche autorità esercitata mediante il ricorso alle virtù che favoriscono la pratica del potere con spirito di servizio (pazienza, modestia, moderazione, carità, sforzo di condivisione); un’autorità esercitata da persone in grado di assumere autenticamente come finalità del proprio operare il bene comune e non il prestigio o l’acquisizione di vantaggi personali». Una bomba per la coscienza di ogni cattolico. Ma non per i nostri politici.

Al punto successivo il Compendio aggiunge: «Tra le deformazioni del sistema democratico, la corruzione politica è una delle più gravi, perché tradisce al tempo stesso i principi della morale e le norme della giustizia sociale; compromette il corretto funzionamento dello Stato, influendo negativamente sul rapporto tra governanti e governati; introduce una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, causando una progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti, con il conseguente indebolimento delle istituzioni». Sembra l’analisi icastica di quanto sta accadendo. L’esito è stato in parte evidenziato dal sondaggio Ipsos realizzato per conto dell’Acli di cui abbiamo parlato due settimane fa: un buon 14 per cento circa dei cattolici praticanti voterebbe per il Movimento 5 stelle di Grillo e ben il 43 per cento è incerto sull’esercizio del voto o si asterrebbe. Con buona pace di chi vorrebbe un cambiamento.

Onestà, rigore morale: sono questi gli aspetti su cui i cattolici vorrebbero si puntasse, ancor prima dei temi etici, e, per riacquistare una certa fiducia nella politica, auspicherebbero la riduzione degli stipendi dei parlamentari (92 per cento), un completo rinnovamento della classe dirigente (69 per cento), il limite di due mandati elettorali (67 per cento). In buona sostanza i cattolici chiedono una democrazia matura. Resta, tuttavia, l’incognita del come. Non vogliono, infatti, un nuovo partito cattolico e neppure pensano ad un impegno diretto in politica. E allora come se ne esce? E’ la domanda a cui dovrebbero rispondere le associazioni cattoliche del mondo del lavoro che si riuniranno per la seconda volta a Todi il 21 e 22 ottobre prossimo. Quel che è certo è che in questo momento i cattolici non contano nulla né nel centro-destra né nel centro-sinistra.

Pasquale Pellegrini



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