25 anni con gli ultimi

 

Paolo, 28 anni, volontario internazionale in Sierra Leone. «Ho iniziato nel 2006, un mese soltanto, in Africa, in una missione salesiana. Facevo l’animatore all’oratorio e come tutti i giovani della mia età sognavo un mondo migliore. La povertà, quella vera, la conoscevo soltanto da lontano... Non lo sapevo ancora allora, ma quell’estate del 2006 avrebbe segnato la mia vita per sempre. Tre anni dopo, una laurea in Ingegneria edile in tasca, arriva la domanda dei salesiani: vuoi partire con il Vis per un’esperienza di volontariato internazionale?

In quel momento ho capito che non solo era possibile, ma era la sola cosa giusta da fare. Se per paura avessi rifiutato avrei rinnegato tutta la mia storia. Oggi a Freetown, la capitale della Sierra Leone, lavoriamo insieme ai missionari come don Bosco nel cuore povero della Torino dell’Ottocento. I fondamenti sono gli stessi: amore per i giovani, educazione e istruzione».

Giovanna, 35 anni, psicologa, volontaria in Congo. «Perché ho scelto la cooperazione internazionale? Perché significa lavorare insieme agli altri per cambiare il mondo, partendo dai bambini, secondo il carisma di don Bosco. A Goma ogni giorno accogliamo ragazze madri e bimbi bisognosi di aiuto. Ai più piccoli garantiamo un’istruzione e l’affetto di una famiglia, tenendo sempre presente il Sistema preventivo dei salesiani. Agli adulti percorsi di assistenza e di sostegno. La regione dei Grandi laghi e in particolare quella del Nord Kivu è molto instabile, anche se per ora non si sono ancora registrate quelle ondate di profughi che lacerarono il Paese durante il conflitto del 1994. Scegliere il volontariato internazionale non è solo un lavoro, ma un progetto di vita».

Storie di ragazzi e ragazze partiti per aiutare gli altri che hanno finito per ritrovare se stessi. Storie di giovani volontari che hanno scelto il mondo come palestra di vita. Storie di persone normali che ogni giorno fanno cose straordinarie. Sono i volontari del Vis, l’organizzazione non governativa nata a Torino 25 anni fa e oggi presente in 42 paesi con progetti di cooperazione allo sviluppo nel settore educativo con i ragazzi più poveri, promuovendo anche l’educazione alla mondialità. A ripercorrere la storia e lo spirito del Vis il rettor maggiore dei salesiani don Pascual Chavez e la presidente Carola Carazzone, venerdì scorso, a Torino, durante l’incontro «Insieme e contromano. 25 anni di volontariato internazionale» organizzato a Palazzo Civico, presente il sindaco Fassino. A raccontare le loro storie anche un libro «Insieme e contromano» (Rai Eri) con la prefazione di Carlo Romeo, direttore del Segretariato sociale della Rai.

Non è un caso se il Vis festeggia a Torino, ha detto il rettor maggiore dei salesiani. «A pochi isolati dal Comune, dove siamo riuniti, 137 anni fa don Bosco iniziava la sua grande avventura che ha portato la Famiglia salesiana in 132 paesi del mondo. Sempre a Torino, nel 1986, è nato il Vis, una delle espressioni più belle della missione salesiana, ovvero la scelta della gioventù povera, abbandonata, emarginata, esclusa, privata dei propri diritti fondamentali. I numeri raccontano una realtà consolidata, nonostante la crisi: oltre 400 i volontari internazionali di lungo periodo e centinaia ogni estate i giovani che partono per le missioni in Africa, Asia e America latina. Obiettivo? Educare i giovani a diventare cittadini responsabili, coniugando ragione, religione e amore, così come diceva don Bosco».

«Giustizia e dignità», chiedono i volontari del Vis, volto dell’universalità della Chiesa e dei valori evangelici. «Rispetto dei diritti umani» e «diritto allo sviluppo», ricorda don Chavez, perché i paesi più poveri non hanno bisogno di assistenzialismo, ma di progetti concreti. Di fronte ai 67 milioni di bambini che non sono mai andati a scuola, dei 215 milioni sfruttati nel lavoro minorile, dei 7,6 milioni che ogni anno muoiono prima di compiere cinque anni, bisogna fare una scelta di campo. E il Vis la fa, spiega la presidente Carola Carazzone, avvocato di diritto internazionale, prima esperienza di volontariato a 19 anni in un centro di accoglienza per bambini di strada in Paraguay: «Il Vis sta dalla parte degli etiopi assetati e affamati dalla siccità che distrugge da anni i raccolti, dei palestinesi violati e costretti dal cemento del Muro, dei ragazzi di strada boliviani ai quali regalare una speranza per il futuro, degli alluvionati pakistani sfollati in un esodo continuo. Il Vis si schiera dalla parte dei più poveri e dei più indifesi, i bambini».

Quella del Vis è una sfida della solidarietà. La sua filosofia affianca ad attività molto concrete (percorsi di alfabetizzazione, microcredito, scuole professionali, ma anche sviluppo rurale con pozzi per l’acqua, vigne nei campi, macchinari per la trasformazione dei prodotti lattiero-caseari) attività culturali per la difesa dei diritti umani. Perché lo sviluppo è l’altro nome della pace. Come riassume bene quello che da slogan è diventato programma: «Nessun volontario senza progetto, nessun progetto senza volontari». Spiega Carola Carazzone: «Non è facile parlare di solidarietà internazionale e di cooperazione allo sviluppo quando in Italia e in Europa stiamo vivendo una crisi economica senza precedenti, che è entrata nelle famiglie modificando abitudini e diritti che sembravano acquisiti. Eppure questa gravissima crisi ci offre l’opportunità per un ripensamento profondo del sistema di governo mondiale e una sua valutazione in termini di giustizia sociale, di diritti fondamentali, di coerenza delle scelte politiche e di tutela della pace».

Come dire: adesso che la crisi erode diritti anche nella vecchia e stanca Europa, i giovani di oggi sono meno tutelati dei loro padri, è il momento di alzare la guardia (e non abbassarla) nei paesi del Terzo e Quarto mondo. Ricordando, come ha insegnato Gesù e il magistero della Chiesa, che al centro va sempre messa la persona, con la sua dignità e i suoi diritti fondamentali.

Il rischio invece denunciato dai volontari del Vis è che più ci si avvicina al 2015, più ci si allontana dagli Obiettivi del Millennio. Ricordate? Nel Duemila 191 stati membri delle Nazioni Unite si erano impegnati per raggiungere alcuni traguardi ritenuti fondamentali: sradicare la povertà estrema e la fame; rendere universale l'istruzione primaria; promuovere la parità dei sessi e l'autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; migliorare la salute materna; combattere l'Hiv/Aids, la malaria ed altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale; sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo. E per questo nel 2005 avevano chiesto (e ottenuto) fondi e finanziamenti dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca africana di sviluppo per ridurre il debito dei paesi poveri. Qualcosa è stato fatto, dicono le organizzazioni non governative, ma moltissimo resta da fare.

Lo sviluppo inteso solo come crescita economica ha fallito. Non solo. Spesso ha contribuito a mantenere o a far crescere povertà e ingiustizia. Il caso della Repubblica democratica del Congo è esemplare, come spiega una volontaria nella rivista trimestrale del Vis «Un mondo è possibile»: «Negli anni Novanta il tasso di frequenza scolastica primaria era del 54 per cento, nel 2000 è caduto al 12 per cento. Il tasso di denutrizione negli anni Novanta era intorno al 29 per cento, oggi si calcola che i tre quarti della popolazione congolese soffrano la fame (Indice Globale della Fame 2010)». Una situazione drammatica alla quale il Vis risponde con progetti concreti. «In Congo cibo ed educazione vanni di pari passo. I motivi principali che incoraggiano le famiglie a  mandare i figli a scuola sono essenzialmente due: la gratuità, il Don Bosco è l’unico centro educativo nel Paese ad essere completamente gratuito per i bambini vulnerabili, e la garanzia di ricevere un pasto completo al termine delle lezioni. Così è nato “Dalla terra, alla vita” che promuove lo sviluppo integrato delle piantagioni di Shasha e Nyangoma che si basa su due pilastri tra loro legati: sicurezza alimentare e promozione dell’educazione, universale, gratuita e di qualità».

Il Congo è solo un esempio dei tanti che raccontano i volontari con le loro storie. Ragazzi e ragazze normali - studenti, catechisti, animatori di oratorio, educatori, tecnici, amministratori, medici - che affiancano i salesiani in terra di missione. Uomini e donne che da venticinque anni con il Vis dedicano la propria vita per costruire un mondo migliore. Convinti che la sfida della solidarietà sia una battaglia che vale la pena di combattere. E vincere. Anche se si tratta di andare «insieme e contromano». Perché come diceva don Bosco, «la carità vince sempre. E dove c’è carità c’è pace».

Cristina Mauro



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