Dall'Italia nello spazio

 

Vent’anni fa anche l’Italia aveva il suo astronauta. Lassù, nello spazio. Era il 31 luglio 1992 e, dalla rampa 39B di Cape Canaveral, lo Space Shuttle «Atlantis» decollava rombando sotto la spinta di due booster e tre motori a combustibile liquido per la missione numero 45 di uno Shuttle.

Racchiuso nella stiva della navetta della Nasa, c'era il primo satellite "a filo", il Tethered satellite system (Tss), com'era stato chiamato dai tecnici, nato da un'idea italiana e realizzato nell’ambito di un programma congiunto tra l’Agenzia spaziale italiana (Asi) e la Nasa. In pratica un satellite che avrebbe dovuto dimostrare, da un’idea tutta tricolore, che era possibile generare energia elettrica nello spazio tramite un sottile cavo conduttore.

E, poi, la grande notizia, che portò in risalto la missione su tutti i giornali italiani (anche sulle prime pagine, persino con un editoriale di Vittorio Gassman sul «Secolo XIX»): tra i sette astronauti dell'equipaggio c'era anche il primo italiano, Franco Malerba.

Fisico e ingegnere elettronico di 46 anni, nativo di Busalla, una cittadina dell’entroterra genovese, Malerba era stato selezionato in via preliminare nel 1978 (assieme ad altri quattro candidati) dall’allora Piano spaziale nazionale. Un nuovo gruppo di candidati fu presentato nel 1989 dall’Asi, nata nel frattempo a partire dall'esperienza dell’ex Piano spaziale.

Il satellite "al guinzaglio” era nato da un’intuizione del professor Giuseppe Colombo, matematico ed esperto di astrodinamica (disciplina che studia il moto dei razzi, dei missili e dei veicoli spaziali) dell’Università di Padova, già dagli anni Settanta prezioso consulente Nasa. Malerba fu scelto per essere, oltre che il primo italiano nello spazio, anche il primo sperimentatore del rivoluzionario sistema di satellite a filo.

Quella mattina Malerba, indossata la tuta arancione, si presentò con un look diverso dal solito: aveva il viso completamente rasato, perché altrimenti le maschere d’ossigeno da usare in caso di emergenza non avrebbero potuto aderire correttamente.

E così l'Atlantis, con a bordo sette astronauti ai comandi di Loren Shriver e con Jeff Hoffman a capo degli “specialisti di bordo”, saliva dapprima su un’orbita circolare a 425 km di distanza da Terra per rilasciare, il 2 agosto, la piattaforma «Eureka» dell'Esa (European space agency), e poi discendeva a 288 km d’altezza dal suolo terrestre per iniziare, il 3 agosto, la serie di operazioni necessarie a far uscire il satellite dal contenitore collocato nella stiva.

Il satellite fu sganciato senza problemi e si allontanò fino a 256 metri dallo Shuttle, ma il cavo che lo legava alla navetta rimase bloccato definitivamente a quella distanza; fu dunque recuperato e riportato a terra per una missione successiva, la Sts 75. I tecnici stabilirono che il mancato svolgimento del cavo era dovuto un bullone, che era stato sovradimensionato dal produttore americano.

Nonostante il problema che impedì al cavo di arrivare ai 20 km previsti, il bilancio della spedizione fu positivo per ciò che riguardava la generazione di energia attraverso il filo: il sistema aveva dimostrato di funzionare, indipendentemente dalla lunghezza del cavo. Il sistema Tss aveva generato una corrente elettrica di 40 volt con una tensione di 2,3 milliampere e il cavo si era rivelato più stabile di tutte le ipotesi avanzate prima del volo (i bassi valori della corrente dipendevano dalla scarsa lunghezza del filo). Con un filo di 20 km si potevano generare dai 3 ai 5 kwatt e una tensione da 0,5 a 1 ampére.

Dopo il test del prototipo nello spazio, la produzione del satellite “al guinzaglio” fu affidata all’allora Alenia Spazio (oggi Thales Alenia Space Italia) con la collaborazione di Proel Tecnologie, Laben, Ssi, Carlo Gavazzi Space, Bell Aerospace Textron e Reynolds-Gore.

 Antonio Lo Campo



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016