Dopo tanti silenzi illusioni e speranze

 

Mentre le aspettative per la crescita si rafforzano e si fanno sempre più insistenti, divengono concrete le temute aspettative di crisi nell’economia reale. Esse sembrano quindi contraddire le speranze di una rinascita in grado di ripagare i sacrifici compiuti per il risanamento della finanza pubblica.

Gli esempi sono ormai molti e rispondono a casi quali Taranto, Porto Vesme, Sulcis e, buona ultima, Fiat. Quest’ultima registra un preoccupante calo di domanda, soprattutto sul mercato nazionale, che, a dire del suo amministratore delegato, rende inapplicabile il piano di sviluppo e investimenti elaborato tre anni or sono. Comprensibili sono quindi i timori e le gravi preoccupazioni dei cittadini di fronte all’eventualità, certo non remota, della perdita del lavoro e quindi delle possibilità di fare fronte ai bisogni delle famiglie. Fatto grave in sé, ma ancor più in prospettiva, non potendo che risolversi in ulteriori cadute negli acquisti, destinate a compromettere seriamente le possibilità di ripresa della crescita o perlomeno a dilazionarla nel tempo.

Il momento è davvero difficile e foriero di rischi, il maggiore dei quali sta nella possibilità che una sorta di cortocircuito del pensiero induca ad individuare la cause delle attuali difficoltà nella politica di rigore perseguita dal governo, peraltro inevitabile e praticata appena in tempo per evitare l’avvio di un’involuzione ben più grave e senza ritorno. In realtà l’analisi delle cause non va ricercata nelle scelte recenti, peraltro obbligate, ma in decisioni antiche di una politica industriale, molto attenta al tornaconto elettorale, sempre più ravvicinato, e poco o nulla disponibile a valutare la validità delle decisioni assunte nel medio-lungo termine. Chi si occupa di questi problemi in sede di studio e di analisi aveva più volte avvertito dell’irrazionalità di talune localizzazioni industriali, dell’inesistenza di prospettive di determinate iniziative produttive, dell’evidente sovvertimento ambientale connesso a determinati impianti; da anni si denunciava la distanza crescente della dinamica della produttività dell’apparato nazionale confronto a quello dei Paesi con i quali ci si trovava a competere, con l’evidente prospettiva di uno spiazzamento dell’offerta sui mercati internazionali sempre più globalizzati. A più riprese, di fronte al problema di incentivare la domanda dell’auto o di altri beni di consumo durevole, s’è avvertito del pericolo di generare in tal modo una domanda fittizia, di breve momento, destinata, nella migliore delle ipotesi, a posporre i problemi e non a risolverli. Gli inviti ad intervenire sulle radici delle carenze di competitività, sempre più evidenti, sono rimasti lettera morta.

Nella consapevolezza della totale inutilità di richiamare avvertimenti inascoltati da politici e forze sociali, occorre ora rendersi conto dello stretto e arduo percorso che il Paese sta compiendo, il solo comunque capace di consentire di riprendere un percorso virtuoso di sviluppo. Primi risultati comunque cominciano a vedersi, consistenti essenzialmente nell’edificazione di istituzioni e meccanismi atti ad evitare il peggioramento della situazione e a porre le premesse per un’inversione di rotta. Nessuna facile previsione è consentita perché, come opportunamente ha ricordato il presidente del Consiglio, soltanto la stoltezza potrebbe indurre a pensare che errori di decenni possano essere recuperati nell’immediato. Si può tuttavia operare, ed è doveroso farlo, affinchè si metta in moto un processo di affrancamento dalla situazione paludosa nella quale ci si trova. Le limitate risorse che gradualmente si rendono disponibili attraverso i risparmi, l’incremento di tassazione, la lotta all’evasione, possono trovare positiva destinazione nel sostegno dei punti di eccellenza ancora certamente presenti nel Paese.

Un esempio, non certo l’unico, può essere offerto dal caso Fiat, tuttora dotata di un centro di ricerche dal quale sono derivate apprezzabili innovazioni tecnologiche, non estranee agli attuali successi Chrysler. Un impiego di denaro in tale direzione avrebbe ben diversa natura dagli incentivi, indicherebbe la direzione di incoraggiare la creazione di valore aggiunto migliorando in modo sano la produttività, risponderebbe all’esigenza di generare le condizioni per l’inserimento in una nuova ripresa economica attraverso la messa a punto di nuovi desiderabili modelli. Scelte analoghe possono riguardare il settore energetico, delle telecomunicazioni, del trasporto ferroviario, dell’aerospazio. La logica che pare di intravvedere nella faticosa e complessa vicenda dell’acciaieria di Taranto segue tale impostazione.

Un ragionamento lungo queste linee apre a motivi di speranza lungo un percorso non breve e non facile, ma possibile; d’altra parte non va dimenticato il punto di partenza segnato dagli handicap del passato, come occorre essere consapevoli che una crescita sana e duratura non si verifica senza impegno e senza sofferenza; ogni tesi diversa si risolve in illusioni certamente inutili e spesso pericolose.

Giovanni Zanetti

 



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016