Difendere l'euro un dovere comune

 

Tra i discorsi del professor Mario Monti, che sembrano spesso una lezione, sono centrali quelli sull’importanza dell’Europa per la rinascita della politica, sulla necessità di difendere l’euro dalla speculazione internazionale, sul rischio che il nazional-populismo porti alla disgregazione dell’Europa e minacci l’unità degli stessi stati nazionali.

Nell’affermare il ruolo dell’euro e la sua irreversibilità, sono state decisive anche le scelte di Mario Draghi, che è al timone della Bce ed ha vinto il braccio di ferro con la Bundesbank, schierata anche in questa vicenda (come quando Helmut Khol ha deciso la nascita della moneta unica) con gli euroscettici.

La crisi dell’euro, e anche il solo fallimento della Grecia, potrebbe provocare la dissoluzione dell’Unione europea. Che senso avrebbe fondare le politiche dei diversi governi sulla sovranità nazionale, quando il vecchio continente, tutto insieme, rappresenta meno del 10 per cento della popolazione del mondo? Anche la Grande Germania sarebbe travolta dalla crisi economico-finanziaria dell’Europa, poiché almeno un terzo della produzione delle imprese tedesche è diretta verso i mercati europei. L’avvenire dell’Europa si fonda sulla solidarietà tra i Paesi dell’Unione e sulla responsabilità di ogni Paese. Questa considerazione non assolve pertanto i Paesi dell’Europa meridionale, e tra questi l’Italia, da una severa riflessione sulla necessità di tenere in ordine i conti pubblici, sulle ragioni della inefficienza del sistema produttivo e sulla lotta agli sprechi nella amministrazione dello stato sociale; ma induce a ricordare che l’Unione europea resta il pilastro delle strategie per l’uscita da una crisi che ha assunto dimensioni mondiali.

D’altra parte, se riflettiamo sulle più recenti vicende europee, dobbiamo riconoscere che senza la paziente tessitura del premier italiano, sia nelle riunioni (spesso inconcludenti) del Consiglio europeo, sia negli incontri con Angela Merkel e con Francois Hollande, e anche con Barack Obama, sarebbe stato più difficile prevalere sui nemici, più incerta la decisione della Corte di Karlsruhe sul fondo salva-Stati, meno efficace il discorso di Josè Barroso, presidente della Commissione europea di fronte al Parlamento di Strasburgo per il rilanciato la “costituzione europea” affossata dai referendum francese e olandese. E’ utile ricordare che nel 2004 lo schieramento europeista è stato sconfitto in Francia e in Olanda dalla convergenza elettorale di due populismi: quello dei conservatori che esaltavano la sovranità nazionale, e quello dell’estrema sinistra, che accusava l’Unione di essersi arresa al pensiero liberista. Non a caso a conclusione del recente convegno di Cernobbio, Monti ha proposto di organizzare a Roma, città in cui è stato sottoscritto il Trattato europeo del 1957, un vertice straordinario di “lotta al populismo”, con l’obiettivo di riaccendere il dibattito sull’avvenire dell’Europa.

Le recenti elezioni olandesi hanno dimostrato che il populismo si può battere, ma i sondaggi dicono che in molti Paesi le critiche all’euro restano forti e resta profondo il solco che separa i Paesi del Nord da quelli del Sud dell’Europa. Tuttavia l’Europa non può restare in mezzo al guado, tra l’insorgere delle paure suscitate dalla mondializzazione dei mercati, e un approdo all’Unione politica che è continuamente rinviato. In realtà senza istituzioni comunitarie (Parlamento e Commissione) che permettano di parlare di governo europeo, non potremo difendere la moneta unica, e neppure costruire una difesa comune, una politica industriale e un’unione bancaria, una politica fiscale e un welfare europei; e sarà a rischio la stessa democrazia. Nell’orizzonte delineato dalla globalizzazione, a questa politica non c’è una reale alternativa.

Quando affrontiamo la questione delle sovranità nazionali, dobbiamo riconoscere che la svolta federalista, strettamente intrecciata con la scelta atlantica, è stata compiuta nel dopoguerra, negli anni della “guerra fredda”, da un’Europa che voleva lasciarsi definitivamente alle spalle una guerra fratricida, da partiti nazionali che hanno saputo dare vita a “famiglie politiche europee”, concreta espressione democratica del popolo europeo. Nella visione della vita e nel progetto di quei partiti, democristiani, socialisti, liberali, il futuro della comunità europea era considerata garanzia di pace e di libertà, di democrazia e di sviluppo economico, di solidarietà. Nel corso della “ lunga transizione” verso l’Europa politica, l’orizzonte è profondamente cambiato: prima con l’adesione alla Comunità della Gran Bretagna e di altri Stati favorevoli alla costruzione del “mercato unico” ma contrari all’unione politica; poi, dopo la fine del comunismo, con l’allargamento ai paesi dell’ex Patto di Varsavia, per i quali l’Europa era soprattutto la “garanzia delle loro frontiere nazionali” verso l’Est e il gigante russo. Questi passaggi, storicamente obbligati, hanno rafforzato  euroscetticismo e hanno riproposto il nodo della sovranità nazionale.

La storia è più complicata di quanto vorremmo, costringe a fare i conti con le sue contraddizioni, ma non dobbiamo arrenderci. Il rilancio dell’unione politica ha a che fare con la mappa geopolitica del continente, con mutamenti epocali che hanno indebolito l’identità delle “famiglie politiche europee” e hanno frenato la spinta propulsiva dell’idea federalista. Da questa realtà bisogna ripartire per ridare centralità alle istituzioni comunitarie, come invita a fare anche il presidente Napolitano.. A questo fine, i cattolici democratici debbono rimettere in campo una cultura politica di forti radici federaliste ed una passione che nel corso del ‘900 è stata decisiva nell’alimentare il sogno di un’Europa “unita nelle diversità”: come affermava l’incipit del “trattato costituente” sottoscritto da Prodi e poi archiviato in attesa di tempi migliori.

Guido Bodrato

 



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