Primavere arabe: che delusioni

 

«Nessun atto di terrore resterà impunito». Barack Obama parla a muso duro in campagna elettorale da Golden, Colorado, riferendosi all’attentato di Bengasi nel quale hanno perso la vita quattro diplomatici americani, tra cui l’ambasciatore in Libia Chris Stevens.

Il Presidente ha espresso il proprio elogio nei confronti di quanti (militari, agenti, funzionari) operano in zone a rischio, e ha mostrato i muscoli, inviando due unità navali in zona e promettendo di portare i responsabili dell’attacco davanti alla giustizia. Un atteggiamento fermo, quasi bellicoso, ma assolutamente dovuto vista la gravità dell’accaduto, anche in risposta all’attacco scomposto di Romney, lo sfidante nella corsa alla presidenza, il quale ha immediatamente cercato di strumentalizzare l’avvenimento, accusando l’attuale inquilino della Casa Bianca di mostrare eccessive simpatie per gli autori della violenza. Dichiarazione infondata e irresponsabile in un momento in cui sarebbe assai più opportuno un atteggiamento di unità nazionale, vista anche la concomitanza con l’undicesimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre, ulteriore riprova della pochezza di spessore del candidato repubblicano e della sua inadeguatezza a governare il Paese.

Ma anche un segnale d’allarme sull’instabilità del percorso di trasformazione che sta attraversando il mondo islamico a seguito dell’esplosione delle “Primavere arabe”, fenomeno complesso e sfaccettato che sta ridisegnando alleanze ed equilibri strategici non solo nell’area direttamente interessata, ma arrivando a influire anche sull’Occidente, dai fenomeni di migrazione verso l’Europa (Italia in primis) alla campagna presidenziale americana, e dove basta pochissimo (le attuali manifestazioni anti-Usa sono conseguenti alla pubblicazione su internet di un filmaccio blasfemo nei confronti dell’islam prodotto in California) per incendiare gli animi e sovvertire i processi in atto.

Un fenomeno visto in generale con favore dall’opinione pubblica occidentale, atteggiamento ribadito dallo stesso Pontefice in occasione del recente viaggio in Libano, quando ha identificato «il desiderio di più democrazia, di più libertà, di più cooperazione, della rinnovata identità araba» come «un progresso, una cosa molto positiva, salutata anche da noi cristiani», spazzando via ogni illazione che potesse anche solo far supporre una contiguità fra la Chiesa e i vecchi regimi dittatoriali. Tuttavia, un processo ancora in pieno divenire, non facile da decifrare e di cui è ancor più difficile prevedere gli sviluppi nel medio lungo periodo, sul quale vale dunque la pena effettuare una breve panoramica, a quasi due anni dal suo inizio.

Per inquadrare meglio la situazione, si può azzardare un parallelo, pur con i necessari “distinguo”, con altri periodi storici di particolare fermento, come quello che ha portato alla nostra stessa unità nazionale: avvenimenti che si sono dipanati per decenni, in un periodo costellato da successi e sconfitte, guerre e azioni diplomatiche (partendo dai moti del ’48, fino alla creazione del Regno d’Italia nel 1861, e poi ancora con l’unificazione di Roma) che ci fa capire come anche le rivoluzioni attuali vadano giudicate non per singoli episodi, ma in una prospettiva storica di più ampio respiro. Parallelamente, conviene suddividere geograficamente la mezzaluna islamica che va dall’Atlantico alla penisola indiana in tre macro-aree, individuabili come il medio oriente più “classico”, dal confine turco all’Iran (più le appendici di Afghanistan e Pakistan), le penisola arabica e il Maghreb.

Quest’ultimo è certamente quello dove il processo è più avanzato, in particolare in Tunisia, sia per ragioni cronologiche (è qui che tutto ha avuto inizio, nel dicembre 2010, a seguito del sacrificio di Moahmed Bouazizi, che dandosi fuoco in piazza provocò l’esplosione della rivolta) che per la rapidità della transizione: Ben Ali, il dittatore che governava da più di vent’anni dopo aver deposto con un colpo di mano incruento l’ormai inetto “padre della Patria” Bourguiba, è stato costretto a una fuga tanto precipitosa da lasciare indietro buona parte delle ricchezze accumulate in anni di avidi accaparramenti. Destino simile per Mubarak in Egitto, prima confinato nell’enclave turistica di Sharm e poi messo sotto processo, con il Paese impegnato in una complessa transizione dalla “reggenza” della giunta militare al nuovo governo del presidente Morsi, espressione del movimento islamico dei Fratelli Musulmani.

All’opposto, un epilogo cruento per il Colonnello Gheddafi che, preda dei propri deliri di onnipotenza, ha portato lo scontro alle estreme conseguenze, finendo vittima di un atroce linciaggio e lasciando un Paese instabile e frammentato su base tribali, dove le milizie armate hanno ancora assai più potere e influenza del presidente ad interim Mohammed al Magarief. Con molta più intelligenza, Mohammed VI, Re del Marocco, ha provveduto a disinnescare ogni possibile violenza concedendo una serie di modifiche costituzionali volte a ridurre i propri poteri a favore di governo e parlamento (un po’ come avvenne per lo Statuto albertino, per riprendere il paragone con la nostra storia).

Assai contenute invece sia le proteste dell’opposizione che le concessioni del governo nella vicina Algeria, ma il luogo dove davvero la “primavera” non sembra essere sbocciata è la seconda macro-regione, la penisola arabica. Qui tutto tace, ad eccezione dello Yemen, dove la rivolta popolare ha portato all’esilio del dittatore Saleh, che ha lasciato il potere in cambio di una contestatissima garanzia di impunità. Ma per il resto non esiste opposizione ai regimi dei vari emiri e sceicchi, e il motivo è semplice: l’enorme quantità di denaro a disposizione, derivata dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, consente di “comprare” e tacitare qualunque opposizione e forma di dissenso, garantendo briciole di benessere un po’ a tutti, purché stiano zitti e buoni, ben sapendo che un popolo con la pancia piena sta più volentieri seduto davanti alla televisione che non in piazza a manifestare.

Ma proprio i petrodollari e la televisione giocano invece un ruolo fondamentale nell’influenza che questi Paesi esercitano sulle “primavere” altrui, pur guardandosi bene dal farle entrare in casa propria: ottimo strumento in questo senso è Al Arabiya, televisione satellitare in lingua araba concorrente della nota Al Jazeera, emittente televisiva del Qatar, che a sua volta negli ultimi tempi sconfina sempre più spesso dal ruolo di canale di informazione a quello di strumento di propaganda. Atteggiamento non casuale, visto che lo stesso Qatar, insieme all’Arabia Saudita, figura fra i maggiori finanziatori dei vari movimenti islamici più o meno progressisti o fondamentalisti, primi fra tutti i Fratelli Musulmani, che si sono lanciati a occupare i varchi aperti dalle rivolte popolari e dai crolli dei vecchi regimi laici. Favoriti in questo dalla latitanza di un Occidente ripiegato sulle proprie crisi economiche e sociali, impossibilitato o comunque poco incline a finanziare le forze progressiste pur presenti all’interno dei movimenti rivoluzionari, anche a causa di una leadership miope, concentrata troppo sul presente e sulle beghe finanziarie di un sistema succube della speculazione, incapace di una visione di ampio respiro, basata su una prospettiva di lungo periodo e su strategie di portata globale.

Una classe politica che denuncia tutti i suoi limiti proprio nella gestione della questione attualmente più spinosa e violenta del panorama mediorientale, ovvero lo scontro interno alla Siria, ormai assurto a vera e propria guerra civile, in un crescendo di vittime e massacri i cui riflessi nefasti si riverberano anche nel resto della regione. A cominciare dalla Turchia, sottoposta a molteplici pressioni, che vanno dall’arrivo di una moltitudine di profughi al confronto fra medie potenze che la vede contrapposta all’Iran per l’esercizio della propria influenza nell’area, senza dimenticare il possibile riaccendersi della questione curda, minoranza etnica spalmata su un vasto territorio transfrontaliero, da sempre schiacciata sotto il tallone di Ankara, che potrebbe affiancare le proprie rivendicazioni a quelle degli altri popoli in lotta.

Una situazione esplosiva, che incancrenisce di giorno in giorno, complice l’impotenza della comunità internazionale e delle Nazioni Unite, bloccate dallo stallo provocato dalla contrapposizione fra Usa ed Europa da una parte e Russia e Cina dall’altra, impegnate in una cinica difesa dei propri interessi geo-politici ed economici che ricorda sinistramente i climi della Guerra fredda. Una situazione purtroppo non destinata a risolversi nel breve periodo, con il dittatore Assad ben saldo al suo posto, garantito dalla supremazia militare e dall’assenza di un’alternativa politica unitaria e credibile, che dovrebbe nascere proprio grazie all’opera di mediazione delle diplomazie occidentali, se ne avessero la forza e la volontà. Obiettivo che pare ancora piuttosto remoto, come pure l’eventuale uscita di scena “pilotata” di Assad, magari sul modello yemenita, con esilio dorato e garanzia di immunità. Un’impasse che peserà inevitabilmente sulla cittadinanza siriana, continuando a mietere un pesante tributo di sangue, al quale possiamo per il momento contrapporre solo la nostra solidarietà, attraverso il sostegno alle varie operazioni umanitarie che cercano di portare aiuti e conforto alla popolazione martoriata.

Riccardo Graziano

 



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