Ma dov'è la politica?

Agosto è finito ed è sorprendente come si possa fare di questo mese un bilancio quasi del tutto opposto alle previsioni. Si era detto che sarebbe stato “terribile” per inesausti attacchi della speculazione sui mercati borsistici, con uno spaventoso aumento dello spread fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, ed è vero il contrario. Naturalmente la crisi è tutt’altro che sul punto di finire (come invece ha detto il premier Monti al Meeting di Rimini, suscitando qualche polemica anche dentro il mondo cattolico, tra «Famiglia Cristiana» e Cl), ma il disastro totale non si è verificato, e sperare in una ripresa più o meno vicina è possibile.

Ma qui non vogliamo parlare di economia (se ne parla diffusamente qui accanto e in terza pagina, con due convincenti articoli su tutti gli aspetti della questione) bensì di politica. E qui c’è poco da stare allegri. Da un lato, c’è stato un Consiglio dei ministri come quello di venerdì 24 agosto, da cui è uscito un Piano di sviluppo per la crescita fondato su una strategia in venti punti che tocca praticamente tutti gli aspetti della vita quotidiana del Paese: dal fisco alla pubblica amministrazione centrale e locale, dalla scuola e l’università alla famiglia, dalla Giustizia per l’anticorruzione (Berlusconi è contrarissimo per ragioni del tutto personali) alla sicurezza, dalla difesa militare internazionale al lavoro, dalla salute (fra l’altro con il decreto legge in via di emanazione molto severo nei confronti di videogiochi, fumo ai minorenni, bevande analcoliche zuccherate o gasate e superalcolici…) ai beni culturali, dall’immigrazione all’ambiente. Punto dirimente ideologico di tutto questo programma, le liberalizzazioni di Poste, sanità e beni culturali, e le semplificazioni della burocrazia per le imprese.

Dal lato opposto, c’è una riflessione obbligata, di natura esclusivamente politica: si tratta di un programma vasto e  complesso che questo governo dei tecnici non può pensare che si possa realizzare entro la fine della presente legislatura, cioè entro la prossima primavera, tanto meno se dovessero rendersi necessarie e possibili elezioni anticipate a fine autunno. E dunque, che cosa c’è dietro questa anticipazione di un futuro che appare ragionevolmente molto problematico?

La politica italiana di questi ultimi anni non sembra in grado di dare una risposta a una domanda così difficile. Non c’è un solo partito, fra i tanti che si disputano quotidianamente la scena, che possa o voglia attribuirsi la possibilità o l’intento di raccogliere la sfida e l’eredità programmatica del governo Monti. Non il Pdl, che non sa più bene nemmeno come si chiama, visti i sondaggi elettorali e le ipotesi nominalistiche che sembrano aleggiare intorno alle ville berlusconiane; non il Pd, che vede assottigliarsi sempre più le alleanze che nella primavera scorsa fino alle ultime elezioni comunali sembravano annunciarsi, dal centro con  l’Udc e Di Pietro alla sinistra con Vendola (come da una famosa foto scattata a Vasto); e non solo, visto che quanto resta dell’Ulivo prodiano e della Margherita rutelliana si sta sfacendo, fra l’altro man mano che cresce l’ipotesi della “Cosa bianca” tra i cattolici democratici insoddisfatti dei periodici sussulti veterocomunisti nel Pd, compreso l’elogio di Togliatti apparso nei giorni scorsi su «l’Unità». E tanto più dopo che Bersani, alla Festa democratica di Reggio Emilia di questa settimana, ha detto: «Provate a chiedermi chi sceglierei tra Vendola e Casini. L’alleanza la facciamo con i partiti del centro-sinistra. E Casini non è una forza di centro-sinistra».

La chiave interpretativa di tante perplessità, sull’uno e sull’altro fronte del bipolarismo “fallito”, è l’estrema difficoltà con cui procede il lavoro parlamentare per la modifica della legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, con il quale c’è il rischio che si debba di nuovo votare se ci saranno le elezioni anticipate a novembre.

Il dilemma fondamentale riguarda il premio di maggioranza, proposto fin qui intorno al 10 o addirittura al 15 per cento: se debba andare alla coalizione di partiti o al singolo partito che ottengono il maggior numero di voti. Nel primo caso i sondaggi fanno pensare che vincerebbe un’alleanza preelettorale fra il Pd, l’Udc e una parte dell’elettorato di sinistra estrema (un nuovo Ulivo?); nel secondo caso Berlusconi immagina che premiato sarebbe il suo Pdl (o Grande Italia, secondo le ultime indiscrezioni sui suoi propositi in caso di ricandidatura a Palazzo Chigi) e quindi, visto che comunque difficilmente con il premio di maggioranza otterrebbe il numero di deputati e senatori indispensabili per assicurargli la fiducia del Parlamento (la Lega senza Bossi non sembra un alleato sufficiente, Fini e i suoi sono ormai lontani…) potrebbe tentare di costruire una “grande coalizione” con un po’ di “tecnici”, un po’ di democratici, un po’ di cattolici, da affidare magari, chissà, proprio ancora a Monti.

Come se queste fantasie non bastassero, ecco un altro bastone fra le ruote sia di Bersani che del Cavaliere: il Movimento Cinque stelle di Beppe Grillo, con il quale ormai sprizzano scintille da 18 aprile 1948 e reciproci insulti del tipo «fascista» e «fallito», ma che con certe previsioni che lo danno al 15 per cento sarebbe in grado di portare nelle Camere uno sconquasso terribile: chi governerebbe l’Italia nel 2013? Che fine farebbero i venti punti strategici di Monti? Come potrebbe ancora nascere la “Cosa bianca”? E soprattutto: che fine farebbero l’Italia e l’Europa dell’euro? Agosto è passato senza strappi, ma il peggio deve forse ancora arrivare.

Beppe Del Colle



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