Antimafie fra gioia e ribellione

Per la sede della conferenza stampa di presentazione, il 6 giugno scorso, era stato scelto, non a caso, il Cafè de Paris a Roma, in quanto bene confiscato alla ‘ndrangheta. Un luogo significativo per esporre programmi e obiettivi della seconda edizione di «Trame. Festival dei libri sulle mafie», che si è tenuto a Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro, dal 20 al 24 giugno.

Un’occasione importante per un pubblico e una terra spesso dimenticata dai grandi appuntamenti culturali. Una maratona con più di cento ospiti, tra giornalisti, rappresentanti dello Stato, artisti e studenti, che ha fatto respirare alla cittadina calabrese un’altra aria, diversa dal clima opprimente che spesso la ‘ndrangheta imprime, sfregiandolo, al volto del Sud.

Cos’è «Trame. Festival dei libri sulle mafie?». «E’ qualcosa di più e di diverso dall’idea che il termine festival suggerisce», hanno spiegato gli organizzatori. «“Trame” non è semplicemente un festival di editoria, non è una vetrina per vendere libri, non è un momento mondano. “Trame” ha la forza di una ribellione e la gioia di una festa, ha il coraggio di ripartire dal Sud, di essere sul territorio, fra la gente, di sostenere la cultura dell’antimafia con il popolo meridionale, di parlare “con loro” e non “di loro”». Un’opportunità, insomma, per dire che la società civile non dimentica e non tace ed è accanto a chi la battaglia contro i mafiosi la porta avanti ogni giorno.

Giornate, dunque, dense di incontri, impossibile assistere a tutti, per la voluta contestualità che ha visto le strade, le piazze e i palazzi importanti di Lamezia occupati da coloro che quotidianamente combattono sul territorio contro le cosche, come le associazioni antiracket, le donne, i sacerdoti. Come don Giacomo Panizza, don Vittorio Dattilo, don Pino De Masi, «perché la religione non è solo culto», ha affermato don Peppino Gambardella, «ma se viene staccata dalla vita non ha senso. L’impegno per la giustizia e la legalità è un cammino religioso».

A Lamezia erano presenti, in un dialogo con i giornalisti e con il pubblico, numerosi uomini delle istituzioni in prima linea nella lotta alla criminalità: il procuratore nazionale antimafia Grasso, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Prestipino, quello di Catanzaro Borrelli, quello di Palermo Ingroia, il giudice della Corte di cassazione Cantone, il pm della Dda di Caltanissetta Marino, il pm della Dda di Reggio Calabria Lombardo.

L’idea iniziale di «Trame» è maturata dall’esperienza di Tano Grasso (presidente onorario della Fai, la Federazione delle associazioni antiracket e usura italiane) e di Lirio Abbate, giornalista de «L’Espresso» che si occupa di fenomeni mafiosi, unico cronista presente sul luogo durante l’arresto del superlatitante Provenzano. Difficile scegliere di parlare di un libro, di un autore, piuttosto che di un altro. A Lamezia sono state raccontate storie drammatiche a noi vicine. Una, tra le tante che continuano ad interrogarci, l’ha scritta Attilio Bolzoni in «Uomini soli»: «Sono morti venti, trent’anni fa. Giù a Palermo. Lo sapevano che li avrebbero fermati, prima o poi. Facevano paura al potere. Italiani troppo diversi e troppo soli per avere un’altra sorte. Una solitudine generata non soltanto da interessi di cosca o di consorteria. Ma anche da meschinità più nascoste e colpevoli indolenze, decisive per trascinarli verso una fine violenta. Avevano il silenzio attorno. A un passo. Pio La Torre, nel partito al quale ha dedicato tutto se stesso. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nella sua Arma, lui che si pregiava di avere “gli alamari cuciti sulla pelle”. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in quel Tribunale popolato da giudici infidi. Vite scivolate in un cupo isolamento pubblico e istituzionale. Fino agli agguati, alle bombe».

Lo sguardo di «Trame» è andato oltre gli appuntamenti con gli autori, coinvolgendo la società civile, i cittadini. Molti sono stati gli eventi speciali, non solo legati ai libri, ma a storie e testimonianze di chi ha deciso di schierarsi contro la mafia, come l’incontro coordinato dalla giornalista Raffaella Calandra, che ha dato voce al dolore e alla forza delle donne, dialogando con mogli, madri e sorelle di vittime innocenti uccise dai clan, che hanno avuto la forza di denunciare le mafie e di ribellarsi al potere dei boss.

Il “coraggio delle donne” ha di fatto inaugurato «Trame». La giornalista Bianca Stancanelli, autrice di «A testa alta», libro-inchiesta su padre Puglisi, ha coordinato l’incontro con la giornalista Angela Corica, minacciata per il suo lavoro di cronista, la scrittrice Angela Bubba, l’imprenditrice Silvana Fucito e il magistrato Alessandra Ceretti. La ‘ndrangheta è oggi, tra le mafie, la più potente e impenetrabile, soprattutto per la sua struttura, fondata su forti legami di sangue. Punto di forza, ma per fortuna, anche di debolezza, poiché ha svelato i primi squarci, grazie soprattutto alle donne che scelgono un futuro che non sia di morte per i propri figli. Si è rivelato strategico e vincente anche il sostegno delle mogli ai mariti imprenditori che denunciano il pizzo. Al termine di questo interessante momento, gli scatti storici della fotografa Letizia Battaglia, raccolti nella mostra «Dignità e libertà», hanno raccontato l’efferatezza di Cosa nostra con immagini crude e di forte impatto emotivo.

Ogni sera, al termine degli incontri, nelle piazze si sono esibiti uomini di spettacolo e di teatro. Il duo Ficarra e Picone ha incontrato il pubblico in piazza esibendosi in una breve pièce dedicata a padre Puglisi. La Band di Scampia A67 ha suonato pezzi di denuncia. Per il teatro, ricordiamo l’appassionato reading di Davide Enia, tratto dalla sua ultima fatica letteraria «Così in terra», mentre due “ragazzi terribili” del giornalismo televisivo hanno raccontato il Sud con il loro personale stile: Diego Bianchi, in arte Zoro, e Pierfrancesco Diliberto, la “iena” in arte Pif, autore del programma «Il Testimone» su Mtv. «Bisogna vivere come se Paolo Borsellino fosse morto ieri», si è interrogato Pif, «bisogna avere lo stesso stato d'animo. Io davvero mi chiedo se oggi lo stato d'animo verso la mafia è lo stesso del 20 luglio del 1992, il giorno dopo la strage di via D'Amelio. Bisogna recuperare quello stato d'animo, dobbiamo vivere con quello stato d'animo ogni giorno».

Documentari e cinema sono stati presenti al Festival, grazie alla collaborazione con «Save the Children» si è proiettato il video «Crescere al Sud», nel quale nove scrittori hanno raccontano la loro infanzia con i ricordi e le parole dei più importanti intellettuali meridionali. Il cinema ha raccontato la capacità di seduzione del male e la lotta intrapresa contro di essa. Di rilievo i workshop per gli studenti universitari su editoria e cinema, segno e impegno concreto per fare di questo momento l’inizio di un processo di riqualificazione dell’offerta culturale in Calabria. Il seminario, intitolato «Le ragioni del bene e il fascino del male», condotto dalla sceneggiatrice Monica Capelli, si è strutturato in tre incontri, ciascuno dedicato a un film: «I cento passi», «Romanzo criminale» e «Gomorra». Al termine è stato chiesto a ciascun partecipante di presentare un proprio racconto che verrà letto in settembre da una giuria in collaborazione con il premio Solinas. Gli autori dei due lavori che raccoglieranno i maggiori consensi saranno seguiti da sceneggiatori professionisti che li aiuteranno a trasformare i loro racconti in una sceneggiatura per il cinema. Analogamente «Trame di carta–Immaginare l’editoria e la libreria al Sud» è stato riservato agli studenti universitari delle facoltà delle regioni del Sud, per indirizzarli verso percorsi di studio più funzionali al loro futuro impegno lavorativo nel mondo di cellulosa.

Alla conclusione della “cinque giorni” di «Trame», si è colta la viva soddisfazione per il successo del Festival nelle parole del direttore artistico Lirio Abbate: «Le giornate di “Trame” hanno confermato ancora una volta l’interesse dei calabresi verso le testimonianze di chi dice di no alle mafie presentando esempi pratici raccontati direttamente da chi lotta ogni giorno contro l’illegalità e la criminalità organizzata. Siamo convinti che su questa strada chi vorrà opporsi ai clan non sarà lasciato solo, perché c’è un popolo formato dalla cultura che l’aiuterà a dire no». La soddisfazione è tanta, ma la strada da percorrere, realisticamente, molta di più di quanto si possa immaginare in un momento di entusiasmo, sia per formare, sia per coinvolgere responsabilmente la gente. Occorre un sano realismo e uno sguardo che vada oltre, nelle pieghe nascoste del quotidiano. E’ lì che si giocano le «trame» di una realtà altra. Dove l’effetto della parola mafia dipende dai no che ciascuno di noi è disposto a pronunciare.

Ida NUCERA

 



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