Visconti, il mio maestro

 

Più di 150 immagini, di grande formato, apparse sulle copertine delle principali riviste internazionali, da «Vogue» a «Life», da «Epoca» a «Stern», da «Paris Match» a «Vanity Fair». Un repertorio di forte suggestione, quello costruito in quasi sessant’anni di carriera da Chiara Samugheo, prima donna in Italia a diventare fotografa professionista, a cui il Museo del cinema di Torino rende omaggio attraverso una personale che, allestita lungo la scala elicoidale della Mole Antonelliana, vede ritratti, fuori dal set, attori, attrici, registi che hanno fatto grande il nostro cinema negli anni Cinquanta e Sessanta: Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Monica Vitti, Mario Monicelli, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e moltissimi altri.

Compresa Claudia Cardinale, che la scorsa settimana ha accompagnato nel capoluogo subalpino la Samugheo all’inaugurazione della mostra, intitolata per l’appunto «Fuori dal set. Fotografie di Chiara Samugheo per il cinema», aperta fino al 23 settembre.

Claudia Cardinale, che emozione prova a rivedersi in questi scatti?

Un’emozione forte, ma anche curiosa: non ricordavo nemmeno più certe immagini, né dove eravamo a scattare quelle foto. Chiara Samugheo, con la sua macchina fotografica, ha attraversato un’epoca, gli anni Cinquanta e Sessanta, per certi versi irripetibile. Un’epoca straordinaria.

Questa mostra si intitola «Fuori dal set». Com’è un’attrice lontana dal clamore mediatico, dai riflettori della celebrità, dallo sguardo di un regista?

Devi essere molto forte dentro di te, avere la giusta consapevolezza di quello che sei prima ancora di quello che fai, altrimenti rischi di perdere la tua identità. Col tempo ho imparato che, in questo mestiere, è più importante ciò che realizzi fuori dallo schermo piuttosto che i film che hai interpretato.

Quelli di Chiara Samugheo sono gli scatti fotografici di una donna rivolti spesso ad altre donne: quale complicità c’era, allora, davanti e dietro l’obbiettivo?

Tanta. Non entrava in gioco solo una sensibilità professionale, cioè l’indicazione di spostare una mano o di ruotare il volto in una direzione, aggiustare una postura o cambiare un abito. Nel rapporto con Chiara Samugheo c’è sempre stata un’empatia particolare, la certezza di lavorare insieme ad un’artista completa, ma prima ancora con una donna capace di capire le psicologie individuali. Non è vero, come sostiene qualcuno, che le foto ti rubano l’anima. Al contrario, con Chiara uno sguardo e un sorriso, fissati dal suo obbiettivo, aggiungevano vitalità.

Cos’era il divismo negli anni Sessanta?

Ho sempre detestato il divismo. Non ho mai avuto bodyguard o autisti. Vado in giro da sola, parlo con la gente, non mi ritiro in un museo. Non ho nostalgia del passato, non vivo di ricordi. Bisogna accettare il tempo che passa, lasciar scorrere i segni degli anni sulla pelle. La bellezza, per me, contiene anche l’imperfezione. E le belle donne oggi si assomigliano tutte, mi sembrano tutte uguali. No, non mi sento prigioniera di ciò che sono stata, non ho rimpianti particolari. Ho 74 anni, ma continuo a lavorare, ho girato quattro film negli ultimi mesi, a New York, Istanbul e in Europa, ora parto per l’Austria, nel Tirolo, ma ho già firmato il contratto per altri impegni su set italiani. Ne sono molto felice.

Ci possano ancora essere al cinema ruoli importanti per le attrici che non sono più nel fiore dell’età?

Certo. Come detto, a breve girerò tre film nel Sud Italia, con registi esordienti. Credo molto nel talento dei giovani autori, per questo ho deciso di mettermi al servizio di chi arriva a fare, non senza difficoltà, il suo primo lungometraggio. E’ un’opportunità unica, non va sprecata, io cerco di dare loro una mano. Però ci tengo a dire che ho lavorato recentemente anche con Manoel De Oliveira, il grande regista portoghese che a 104 anni non smette di girare film. Con il suo ultimo lavoro, ora lo posso annunciare, parteciperemo alla prossima Mostra di Venezia.

Cosa la interessa, oggi come allora, del cinema?

La possibilità di vivere sullo schermo molte vite, molte esistenze parallele. Come attrice puoi essere una volta una principessa, un’altra volta, in un altro contesto, una cameriera. Fantastico, non trova?

Perché, però, a 18 anni non voleva entrare nel mondo del cinema, come allora le chiedevano con insistenza tutti quanti?

Perché da adolescente volevo fare l’esploratrice, girare il mondo, conoscere popoli sconosciuti. Sono stata un maschiaccio, da giovane, litigavo con i miei compagni di scuola, in Tunisia, facevo a pugni con i ragazzi. Il mio vero nome, d’altronde, è Claude, un nome che vale indifferentemente per gli uomini e per le donne. Poi ho accettato di andare su un set, più per curiosità che per altro. Ho cominciato la mia carriera con Monicelli, con «I soliti ignoti», nel 1958, poi ho lavorato con Visconti, in «Rocco e i suoi fratelli» e «Il gattopardo», con Bolognini ne «Il bell’Antonio» e con Fellini in «8 e ½». E poi con tanti altri: Germi, Zurlini, Comencini, Pietrangeli, Bellocchio, Squitieri…

Oggi il cinema, non solo quello italiano, è in crisi. Come uscirne?

Sì, la crisi è molto forte, anche il sistema produttivo francese, che conosco bene, ha subìto contraccolpi pesanti, come qui da noi, ma mi sembra di scorgere segnali di ripresa. Il cinema italiano è stato un faro nel mondo, ed è ancora amato e ammirato ad ogni latitudine. Quando ho incontrato Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Woody Allen, tutti e tre mi hanno confessato di essersi ispirati ai nostri capolavori per realizzare le loro pellicole. Questa mostra, in fondo, lo testimonia. Io vivo a Parigi da tantissimi anni, alla Cinémathèque di Bercy ripropongono molti nostri film, «La ragazza con la valigia» l’ho rivisto con Jacques Perrin un paio di anni fa, in una sala a Saint Germain piena di gente. Un pubblico caloroso, affettuoso. Come si esce, dunque, dalla crisi? Non dimenticando la nostra storia. Bisogna difenderla e rinnovarla nel presente.

Che ricordo ha di Sergio Leone, con cui ha girato «C’era una volta il West»?

Un ricordo bellissimo. Ero l’unica attrice, circondata da grandi attori. Leone aveva un modo di girare che esaltava gli interpreti. Amava i dettagli, i primissimi piani, piazzava la macchina da presa davanti agli occhi, addosso ai corpi. E’ stato un inventore del linguaggio cinematografico, senza dubbio.

Tra le tante sequenze memorabili del cinema italiano, ne «Il gattopardo», oltre a quella del ballo finale in cui lei danza insieme a Burt Lancaster, restano indelebili le scene girate insieme ad Alain Delon. Che emozioni prova a ripensare a quel film?

Molte, ovviamente. Visconti è stato il mio primo maestro, insieme a Fellini. Con Delon, poi, siamo rimasti sempre amici. Qualche giorno fa su una rete televisiva francese stavano trasmettendo proprio «Il gattopardo». Così, d’impulso, ho telefonato a Delon, per chiedergli, forse ingenuamente, se in quel momento avesse la televisione accesa. Non credevo nemmeno io a quello che stavo facendo, eppure Alain mi ha risposto. Sì, aveva la tv accesa. E stava guardando, come me, quel nostro magnifico film.

Paolo Perrone



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