Un'Europa da brividi

 

Foto a commento: la costruzione europea a un bivioDa qui alla fine del mese di giugno ci sono alcune date molto importanti per la sorte futura dell’Europa, più che mai avvolta nei fumi della crisi economico-finanziaria. Per cominciare dalla presente settimana, domenica prossima 17 giugno si vota in Grecia per il rinnovo del Parlamento che, eletto appena il 3 maggio scorso, non è riuscito a formare una maggioranza valida a sostegno di un governo di centro-sinistra in grado di affrontare con qualche probabilità di successo il problema della permanenza di Atene nell’eurozona, di giorno in giorno sempre più dubbia. L’esito della nuova consultazione dipenderà molto dal risultato che potrebbe ottenere il partito di estrema sinistra che i sondaggi danno al 20 per cento, mentre fino qualche mese fa lo davano al 4 per cento.

Si rivota però domenica prossima anche in Francia, per assegnare i seggi dell’Assemblea nazionale ancora in ballottaggio: si prevede che il Partito socialista, in alleanza con i Verdi, possa ottenere una maggioranza assoluta in grado di sostenere il non facile compito che attende il neo presidente Hollande, in bilico sul dilemma se tenere o no in piedi l’asse Parigi-Berlino sull’esempio del predecessore Sarkozy.

Giovedì e venerdi 21 e 22 si riunisce al Lussemburgo l’Eurogruppo, composto dai ministri finanziari dell’Unione. E una settimana dopo, giovedì 28, sarà la volta del Consiglio europeo, a cui spetta, insieme alla Banca centrale europea e all’Eba (l’Agenzia bancaria europea) il compito di stabilire se e a quali condizioni la Spagna potrà davvero utilizzare la somma fino a 100 miliardi di euro che le è stata messa a disposizione per stabilizzare il suo sistema bancario fortemente indebolito dalla enorme bolla dei mutui per la casa esplosa negli scorsi anni (700 mila alloggi vuoti).

Il lunedì successivo a quella decisione della Ue, cioè l’11 giugno, di prima mattina si è pensato che i mercati l’avrebbero accolta bene (almeno così era parso). Ma con il trascorrere delle ore la realtà si è rivelata opposta, soprattutto in Italia, dove la chiusura delle Borse a metà pomeriggio ha lasciato a Piazza Affari di Milano il record negativo fra tutti i Paesi dell’eurozona: -2,8 per cento.

Indipendentemente da come le cose sarebbero poi andate nel proseguo della settimana, non si deve comunque dimenticare che la Grecia aveva potuto tirare un primo, piccolo sospiro di sollievo all’annuncio del prestito alla Spagna: vuol dire, avevano pensato ad Atene, che l’Europa non è ancora allo sfascio, se aiuta la Spagna dopo avere aiutato l’Irlanda e il Portogallo, lo farà anche con noi.

Non era un’illusione, ma una previsione ragionevole: i conti preventivi parlano chiaro. Il costo dell’eventuale, non impossibile uscita della Grecia dalla moneta unica che piomberebbe su alcuni Paesi continentali si aggira intorno ai mille miliardi di euro, a partire da un crollo del 50 per cento delle Borse fino alla fuga di depositi di euro dalle banche italiane e spagnole (in Francia è un fenomeno in corso da settimane, come da un “servizio” di Paolo Romani che abbiamo pubblicato qualche settimana fa); la stessa Bce e le banche centrali dei singoli Stati perderebbero buona parte delle loro esposizioni verso quelle greche (170 miliardi). Insomma, il crack della Grecia sarebbe un disastro per tutti gli europei, tedeschi compresi.

Detto questo, rimane un enorme scoglio davanti a chiunque consideri globalmente il problema della crisi ormai in atto dal 2008: i governi europei sono pronti a scommettere su qualcosa di più concreto dai solenni ma finora vuoti piani di sviluppo e di crescita attraverso i quali la crisi possa essere vinta?

Secondo Romano Prodi è davvero l’ultimo tempo per decidere la formazione degli Stati Uniti d’Europa, cioè una «struttura indistricabile tra i Paesi europei che finalmente consenta all’Europa di capire quale sia il suo effettivo posto nel mondo e dove vada la globalizzazione. In questa fase il sostegno più grande dell’Europa è l’istinto di sopravvivenza. Di sopravvivenza dell’Europa, non dei singoli Paesi. Senza Europa nessuno sopravvive. Siamo come gli Stati italiani del Rinascimento, che, non unendosi fra loro, hanno cancellato l’Italia dalla carta geografica per secoli» (da una intervista sul «Sole 24 Ore» di giovedì 8 giugno).

Il cammino verso gli Stati Uniti d’Europa comprende alcune tappe fondamentali, bene individuate da diversi economisti accreditati, e disposte nei prossimi anni da qui al 2020 (quindi non in un futuro lontano e immaginario): un’unione bancaria e finanziaria ben difesa contro le ondate speculative internazionali e con un’adeguata garanzia sui depositi; un’unione fiscale rigorosa e trasparente che non consenta facili evasioni e fughe di capitali; un’unione politica di stampo democratico, che dia sostanza a un governo e a un Parlamento e metta fine ai nazionalismi che fin troppi esempi negativi hanno dato nel solo Novecento.

In attesa che queste tre tappe si concretizzino nei programmi dei singoli governi, restano i rischi immediati per la Grecia, la Spagna e purtroppo l’Italia, anche se per quest’ultima qualche speranza in più c’è, rispetto ad Atene e a Madrid, grazie alle riforme a cui sta mettendo mano il gabinetto Monti, sia pure fra sempre maggiori difficoltà. Cala infatti il Pil, cresce la disoccupazione, soprattutto giovanile, mentre ha fatto impressione la lite fra l’Inps e il ministro Fornero sul numero dei cosiddetti «esodati» poco più che cinquantenni rimasti all’improvviso senza lavoro e senza pensione: sono 392 mila secondo l’Inps, solo 65 mila (non sarebbero comunque pochi…) secondo la Fornero.

Per concludere, tornando allo stato generale della crisi: il direttore del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde ha dichiarato che l’Europa «ha ormai meno di tre mesi per salvare l’euro». Un’Europa da brivido, senza dubbio.

Beppe Del Colle



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