Una nuova legge elettorale

 

Tre settimane: questo il tempo che i partiti che sostengono il governo Monti si sono dati per definire una nuova legge elettorale che sostituisca l’attuale porcellum. In questo stesso periodo il Senato dovrebbe iniziare a discutere le modifiche costituzionali presentate da Berlusconi e da Alfano che prevedono l’elezione diretta del presidente della Repubblica sulla falsariga del modello francese che tre settimane fa ha portato alla elezione al vertice dello Stato del socialista Hollande. Ma in questo caso la possibilità di un’intesa sono quanto mai aleatorie.

Contemporaneamente il Parlamento dovrebbe varare l’attesa legge contro la corruzione (se saranno superate le resistenze presenti nel Pdl), la riforma sul mercato sul lavoro, la nomina del Consiglio d’amministrazione della Rai e soprattutto i provvedimenti per cercare di ridurre gli effetti di una recessione che continua a pesare, e peserà ancora per più anni, su un’Italia alle prese anche con i costi elevati da sopportare per far fronte al terremoto (quello dell’Emilia) da affrontarsi con urgenza con una politica di messa in sicurezza del territorio e del suo patrimonio produttivo, residenziale e monumentale che purtroppo per troppi anni è stata trascurata dalla nostra classe politica. Il tutto dovrebbe essere fatto in un ancoraggio europeo di doveroso rigore e di urgente equità per evitare che la speculazione finanziaria dopo aver quasi distrutto la Grecia (dove si tornerà a votare domenica prossima), intaccato fortemente Irlanda, Portogallo e Spagna, nei giorni scorsi, aggredisca ora il nostro Paese, come segnali recenti sembrano dimostrare.

In uno scenario del genere, a meno di non volere andare subito con colpevole cecità alle elezioni politiche anticipate (che, come dimostrano i voti dei greci e degli spagnoli dei mesi scorsi, non hanno sciolto i nodi all’origine della crisi), i partiti che sostengono il governo dovrebbero smetterla con le prese di distanza, con le dichiarazioni sulla centralità del Parlamento che lasciano il tempo che trovano e concentrarsi su quegli aspetti istituzionali e politici che attendono da troppo tempo di essere modificati, superando i veti contrapposti che finora hanno paralizzato il confronto politico. Dimostrerebbero così ai cittadini, sempre più disgustati da questa politica, che hanno compreso la necessità di compiere dei gesti di discontinuità a cominciare dalla legge elettorale.

Nello stesso tempo Monti non può più accontentarsi di attendere la fine dei giochi di un Parlamento screditato, ma deve in un certo senso forzare la mano con scelte che mettano i partiti di fronte alle loro responsabilità e ad una predicazione quotidiana che di giorno sostiene il governo e di notte prende le distanze con richiami perentori o quasi al presidente del Consiglio ad accontentare questa o quella parte della maggioranza.

C’è da dire che il premier ha dato in più occasioni l’impressione di voler seguire l’onda di un Parlamento diviso su tutto o quasi. Di qui nei giorni scorsi le polemiche che hanno accompagnato la scelta dei componenti l’agenzia delle comunicazioni che di fatto, al di là delle singole persone indicate, ha mostrato una esplicita coloritura partitica secondo una ripartizione fatta per accontentare questa o quella forza politica. Di qui anche le divisioni all’interno dello stesso governo sulla legge per lo sviluppo e il braccio di ferro sulla legge anticorruzione che ha portato il ministro Severino ad affermare che, se non sarà approvata (anche con il voto di fiducia), l’esecutivo andrà a casa.

Su un’altra questione, il rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai, il presidente del Consiglio ha battuto un colpo indicando direttamente il presidente, il rappresentante del ministero del Tesoro e il direttore generale. Resta da vedere se Monti procederà allo stesso modo nella designazione degli altri consiglieri d’amministrazione della Rai, la cui scelta è affidata alla commissione di vigilanza (dove è forte il peso dei partiti) o se si assisterà ad un balletto di rivendicazioni che, partendo da una legge che è quanto di più partitocratrico ci sia, porterà ad una paralisi della massima istituzione culturale del Paese.

In questo intreccio si colloca lo sforzo dei partiti di riacquistare credibilità presso gli elettori. Sia il Pd, sia il Pdl hanno annunciato che saranno le primarie a indicare il leader per il governo che nascerà dalle elezioni politiche. Per il Partito democratico, che già prevede nel suo statuto questo sistema di selezione della classe dirigente (anche se la sua applicazione non è stata in più occasioni lineare e limpida), le primarie, non di partito, ma aperte a diversi candidati, dovrebbero indicare prioritariamente il programma di governo, le forze politiche (partiti, movimenti) alle quali l’aspirante leader si rivolge e con le quali conseguire la maggioranza dei consensi dei cittadini. Bersani ha già annunciato che intende partecipare a queste primarie. Altrettanto sembrano intenzionati a fare il sindaco di Firenze, Renzi, e il leader di Sinistra e libertà, Vendola, Altri candidati potrebbero saltare fuori una volta definito il metodo per arrivare alla scelta degli elettori. Ma la dura polemica che subito si è registrata tra Bersani e Di Pietro lascia intendere che c’è un nodo politico che il Pd deve sciogliere (e altrettanto deve fare il leader dell’Italia dei valori) che riguarda non tanto il programma di governo quanto le alleanze che si intendono realizzare (e che riguardano in particolare il ruolo dei centristi)

Nel Pdl le primarie servirebbero a far uscire il partito, oggi sbriciolato in tanti gruppi e gruppetti, dalla sudditanza a Berlusconi nella quale si è crogiolato,e con non pochi vantaggi, fino a pochi mesi fa. La scelta delle primarie ha certamente un aspetto interessante e servirebbe a “incoronare” la leadership di Alfano e a creare un gruppo dirigente diverso dall’attuale. Resta da vedere se il Cavaliere accetterà il ruolo di “padre nobile” del Pdl (quale sia il nome che si darà al partito) o se invece si lascerà tentare, come è già avvenuto in passato, dalla voglia di metterci la faccia e di presentarsi come il salvatore di un’Italia in crisi, che lui può salvare dal diluvio. Nel centro-destra, inoltre, la partita riguarda non tanto la Lega, che in questo momento sembra inseguire vocazioni isolazioniste (con l’intenzione anche di non partecipare alle elezioni politiche) quanto piuttosto il Terzo Polo, che dovrà anche lui decidere se andare al voto collegandosi al centro-sinistra o inseguire l’idea di una destra moderna, riformista, che rimetta insieme i moderati a cominciare da quei cattolici alla ricerca di una qualche forma di rappresentanza non riducibile alla vecchia Dc.

Inoltre in queste settimane dovrebbero definirsi i ruoli di quei partiti e movimenti, dai grillini a Montezemolo, alle tante liste indipendenti fiorite negli ultimi tempi, chiamati a dare indicazioni politiche su come affrontare la crisi del Paese. Una nuova legge elettorale potrebbe favorire la nascita di nuovi partiti e di una nuova classe dirigente. L’impegno dell’attuale maggioranza di governo di arrivare a questo obiettivo, è lodevole e apprezzabile. Ma sarà possibile in questo incrociarsi di veti contrapposti e di calcoli interessati dell’uno o dell’altro partito? Mai come in questa situazione la voglia di cambiare non è sufficiente. Occorrono dei gesti concreti. Se ciò non avverrà, andremo alle urne con il vecchio porcellum. Che sia in autunno o nella prossima primavera, non avrà alcuna importanza. I partiti avranno perso ancora una volta un’ottima occasione per dimostrare di voler cambiare.

Antonio Airò



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