Tre giorni di futuro

La famiglia è «patrimonio principale dell’umanità» e da essa bisogna partire per ottenere «uno stabile e autentico benessere» nel contesto della vita personale e comunitaria, pubblica e privata, come «coefficiente e segno di una vera e stabile cultura in favore dell’uomo». Questa la magistrale definizione coniata dal Papa quale premessa e introduzione al VII Incontro mondiale delle famiglie ed esplicitata al primo impatto, in quel luogo simbolo che è piazza del Duomo, le cui guglie invitano a «guardare in alto, a Dio», con la città di Milano, ricca di storia, di cultura, di insigni uomini e donne della Chiesa e di santi, a cominciare dal grande Ambrogio, il governatore e il pastore che col motto «dove c’è Pietro, c’è la Chiesa» ha indicato l’importanza, ha detto papa Ratzinger, di «vivere in pienezza la cattolicità della Chiesa una». Ancora oggi, ha precisato Benedetto XVI, «Milano è chiamata a riscoprire il ruolo positivo di sviluppo e di pace per tutta l’Italia».

In un quadro prevalentemente religioso e spirituale, queste parole hanno la stessa portata e lo stesso significato di quelle rivolte nella giornata di sabato scorso alle autorità politiche, militari e civili per un governo «equilibrato e illuminato», in modo da affrontare «con saggezza, buon senso e autorevolezza le questioni, sapendo superare contrasti e ricomporre divisioni». Lo Stato confessionale non esiste più. E non avrebbe senso. Ma la «sana laicità» deve puntare al bene comune e deve guidare chi regge la cosa pubblica. «Nessun uomo è padrone di un altro uomo». Nel campo della famiglia questo vuol dire rispetto della vita fin dal suo concepimento. Cardini dello Stato laico devono essere la giustizia e la libertà. «La libertà», ha detto il Papa, «non è un privilegio, ma un diritto per tutti, che il potere civile deve garantire». Senza che ciò voglia dire arbitrio del singolo. Al contrario, solo la legge naturale è la garanzia della vera dignità della persona. Ecco la difesa del diritto alla vita e la richiesta di leggi che tutelino la famiglia fondata sul matrimonio. Positiva è altresì la collaborazione tra Stato e Chiesa, senza che l’azione di carità che la Chiesa compie sia considerata come una funzione di supplenza dello Stato, bensì un atto d’amore, gratuito. A coronamento di tutto, il Santo Padre ha chiesto ai politici di «farsi amare», e di non promettere ciò che non possono mantenere solo per avere i voti.

La famiglia è il cuore, il centro e la ragione di queste giornate e la famiglia, ribadisce il Pontefice, è quella formata dall’unione tra uomo e donna, secondo il dettato della Bibbia che il Papa teologo e biblista cita testualmente, scandendo le parole: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi». Una famiglia non arroccata in se stessa, ma anzitutto destinata alla «procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente» e aperta alla società. La famiglia oggi è bersagliata dalle mutate condizioni sociali e del costume, soffre per la crisi economica, vede minacciato o compromesso il futuro dei figli. Ed è anche in crisi al suo interno, con le separazioni e i divorzi. Il Papa non ignora tutto questo. Il divorzio è «una grande sofferenza per la Chiesa. ma non abbiamo ricette». E nei tre giorni, quanti è durata la “festa” nella Capitale lombarda, si è costantemente richiamato alle difficoltà materiali e morali di questo nucleo fondamentale della società, aprendo una porta proprio ai divorziati. «Sappiate», ha detto loro, «che la Chiesa vi sostiene nella vostra fatica». E, allargando il discorso, ha dato dei suggerimenti per superare le difficoltà: «Coltivare il dialogo, essere pronti al servizio, essere pazienti con i difetti altrui, saper perdonare e chiedere perdono, superare con intelligenza e umiltà gli eventuali conflitti interni».

Pensiero costante a ogni passaggio nei mitici siti milanesi, dal Duomo allo stadio al parco di Presso, anche agli anziani, ai malati, ai disabili. E ai terremotati dell’Emilia, ai quali ha destinato mezzo milione di euro, le offerte a lui pervenute (un milione lo ha devoluto la Cei, che domenica 10 giugno fa una raccolta nelle chiese). Festa grande, questa dalla famiglia mondiale a Milano, forse senza precedenti e senza riscontri per molteplicità di eventi, per grandi e originali happening e messe in scena, per rappresentazioni, danze, intermezzi musicali, canti di complessi e solisti con celebrità internazionali, quali Ennio Morricone, l’israeliana Noa, Myriam Makeba e tanti giovani. A Milano sono confluite un milione di persone da ogni parte del mondo e ognuno si è sentito protagonista, amato e compreso, accolto e ricambiato, abbracciato, e dove forse la parte più importante l’ha avuta l’infanzia, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani.

E’ stato un ragazzo, Giovanni Castiglioni, a dire a papa Benedetto dal microfono «tu sei il Campione e l’allenatore». Due star delle due gloriose squadre milanesi che giocano a San Siro, Franco Baresi e Javier Zanetti, hanno fatto dono al Papa delle maglie dei rispettivi colori, con la scritta «Benedetto 16». Arruolato papa Ratzinger come padre, o meglio nonno, come egli stesso si è riconosciuto, rispondendo alla bambina vietnamita Cat Tien che disinvolta gli ha presentato il papà, la mamma e il fratello. «Se cerco di immaginare un po’ come sarà in Paradiso», si è confidato in pubblico a microfoni aperti, «mi sembra sempre il tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. In questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia giovinezza». Sorprendente la conclusione di questo passaggio: «In questo senso spero di andare “a casa”, andando verso l’“altra parte del mondo”». E così che Benedetto immagina la fine della vita: ritorno a casa.

E se l’indomito calciatore Zanetti (un veterano nel calcio) gli ha porto la sua bambina nata da tre settimane, tanti altri genitori hanno allungato i bimbi al Papa, li hanno portati in braccio, allegri, sereni, tranquilli, innocenti, virgulti appena fioriti. Bambini di colore, neri dell’Africa, gialli dell’Asia, creoli latino-americani, a comporre l’universalità della Chiesa cattolica. Una gamma di colori, a testimoniare le razze, le etnie e in tutti impresso il sigillo di figli di Dio. Colori sul campo di calcio e fantastiche coreografie composte dai giovani che si sono intrecciate in ogni angolo, dal centro ai lati, dalle linee di fondo, quasi una composizione olimpica, fino a disegnare una bianca colomba che raffigura lo Spirito Santo, mentre in sottofondo si diffondono le note delle orchestre o dei virtuosi solisti, di brave cantanti, i recital di note attrici. Una festa dove dominano sì gli insegnamenti del Papa, le sue esortazioni, la sua alta parola, l’incoraggiamento, ma dove sono stati importanti anche i gesti, i simboli, i singoli atti, le strette di mano, gli abbracci. Un film grandioso che andrà visto e rivisto per riprendere slancio, ridarsi fiducia, non cedere mai alla disperazione, aprirsi agli altri, aiutare chi ha bisogno, fino ad offrire ospitalità nella propria casa a chi ne è senza o a chi ha perso la propria, come proprio il Papa ha suggerito per una famiglia greca.

In questa visita pastorale alla città di Milano (una Milano «cambiata e di cui si intravedono i lineamenti futuri», ha detto l’arcivescovo Scola), con la cornice delle famiglie venute da 153 Stati dei cinque Continenti, e dedicata in particolare agli 80 mila ragazze e ragazzi che hanno ricevuto la cresima (per loro e con loro la kermesse allo stadio), il Papa ha voluto con sé il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, in segno tangibile di affetto e di fiducia in questi tempi di “corvi” e di ricatti nella curia vaticana, mentre ad attenderlo c’erano il cardinale Scola, il suo immediato predecessore Dionigi Tettamanzi, che ha fortemente («e profeticamente», gli è stato testimoniato) voluto questa festa, l’arcivescovo di Filadelfia, dove si terrà, fra tre anni, l’VIII Incontro, il ministro della Cooperazione, Andrea Riccardi, che si è trattenuto per i tre giorni e che ha confermato, nell’ambito dei suoi mezzi e delle possibilità concesse dalla crisi, la volontà di portare avanti provvidenze governative in favore della famiglia.

Con le famiglie sono anche convenuti 60 cardinali (fra cui il lombardo Gianfranco Ravasi) e 250 vescovi, mentre duemila sacerdoti hanno distribuito la Comunione nella messa conclusiva della domenica, quando il parco di Bresso ha offerto il colpo d’occhio del “tutto esaurito”: una festa di colori e di cuori, dove accanto alle famiglie dei 153 Paesi, a tanti affetti da disabilità accuditi nelle loro carrozzelle, c’erano anche molti rappresentanti dei poteri, dal presidente del Consiglio Mario Monti e i vice presidenti della Camera, Rosy Bindi e Maurizio Lupi, il citato ministro Riccardi col collega della Cultura, Ornaghi, il presidente della Regione, Roberto Formigoni, il sindaco Giuliano Pisapia. E, quando mai te lo saresti aspettato, il leader della Lega, Umberto Bossi. Discreto e confuso tra i fedeli un altro leader, il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, indicato in pole position per un’altra seduta fondante dell’iniziativa dei cattolici in politica, brevemente indicata come «Todi 2».

Antonio Sassone



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