Politici cattolici e il bene comune

L’impegno dei cattolici in politica è richiesto in modo crescente in molti ambienti, specie dal magistero della Chiesa. Ma chi sono i cattolici? Forse i battezzati, i cresimati, coloro che frequentano la messa, continuativamente o saltuariamente? Ovviamente lo sono coloro che continuativamente impostano e attuano il loro pensare e il loro agire alla luce dei principi dell’etica cristiana, in stretta sintonia e osservanza del magistero della Chiesa.

Secondo la Dottrina sociale della Chiesa l’uomo, persona naturalmente sociale, è conseguentemente persona naturalmente politica, poiché la politica è attività essenziale per lo svolgersi dell’attività sociale. La vita sociale, e conseguentemente la vita politica, non sono qualcosa di accessorio, bensì sono dimensioni umane essenziali e ineliminabili. Fra le due, la comunità politica deve essere intesa al servizio della società civile, la quale ha la preminenza in quanto è nella società civile che trova giustificazione l’esistenza della comunità politica. La comunità politica esiste per ottenere un fine altrimenti irraggiungibile: la crescita piena di ciascuno dei membri della comunità sociale. Ricordiamoci che, come ebbe a dire Giovanni Paolo II, non esiste crescita se non c’è crescita nella dignità della persona.

La comunità politica si esprime attraverso l’autorità politica, che deve garantire la crescita della comunità senza sostituirsi alla libera attività dei singoli e dei gruppi, ma orientandola e disciplinandola, nel rispetto e con la tutela dell’indipendenza dei soggetti individuali e sociali, verso la realizzazione del bene comune. L’autorità politica deve riconoscere, rispettare e promuovere i valori umani essenziali e deve lasciarsi guidare dalla legge morale; deve ispirarsi, nel suo operare, a valori morali, valori propri della comunità sociale, senza i quali anche la più perfetta delle democrazie fallisce. Infatti la democrazia è fondamentalmente un ordinamento e, come tale, è uno strumento, non un fine. Il suo carattere morale non è insito in sé, ma dipende dalla conformità alla legge morale cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare; dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve.

Dipende soprattutto dal modo in cui si pone nei confronti della comunità in cui opera. A questo proposito, si sente oggi da molte parti, in primis all’interno dei partiti politici, il richiamo alla necessità che questi recuperino la capacità di “ascoltare” i cittadini per non perdere di vista il modo di pensare e i bisogni degli stessi; per riagganciare il mondo della politica alla società reale. Non è però sufficiente saper ascoltare; occorre andare oltre, affinché il comportamento politico sia etico. Occorre avere come modus operandi l’“attenzione alla persona”, che consiste nell’“accogliere”, “ascoltare” e “accompagnare” la persona, che meglio precisa il più generico (peraltro corretto) impegno di condividere le sorti della popolazione governata, ricercando la soluzione dei problemi sociali e non il prestigio personale o l’acquisizione di vantaggi personali: la pratica dell’autorità con spirito di servizio per il conseguimento del bene comune e non di dominio sulla comunità.

È questo il “sale” che i cattolici devono saper porre nel loro operare nel mondo della politica, all’interno del quale devono comunque entrare in contatto con persone che non hanno conosciuto o accolto il messaggio di evangelizzazione di Gesù Cristo. Non rimanere isolati in gruppi che non si contaminino con “gli altri”, bensì entrare in contatto con “gli altri” per contaminarli della visione cristiana. Dice Gesù Cristo: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti coloro che sono nella casa» (Matteo, 5, 14-15). «Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio», è scritto nell’ultimo paragrafo dell’enciclica Caritas in Veritate. Cioè la promozione dello sviluppo integrale dell’uomo necessita di cristiani che, rivolgendosi a Dio per essere rinnovati e convertiti (perché Dio rinnovi il cuore dell’umanità affinché viva nella carità e nella giustizia) non stiano semplicemente alla finestra per guardare o protestare, ma operino per convertire il mondo verso una nuova civiltà.

Per fare ciò, i cattolici devono essere profondamente etici, nel senso non solo che il loro comportamento sia da persona onesta, ma perché impostino la loro opera politica in modo non di essere al potere per il potere, ma per condurre la pólis verso determinati obiettivi. In primis, l’azione politica è pienamente etica solo se il politico ha chiari obbiettivi da raggiungere. Poi sarà necessario agire in modo etico nel comportamento operativo, ma a monte ci dev’essere la scelta di una chiara rotta d’indirizzo della pólis: il piccolo cabotaggio senza meta non è etico. In effetti la sana (etica) lotta politica consiste nel tentativo di condurre la pólis verso un determinato obbiettivo che risulti essere in contrasto con l’obbiettivo della controparte. Non invece nella contrapposizione di gruppi che hanno obbiettivi simili e che si contrappongono solamente perché vogliono acquisire potere di governo, emarginando altri gruppi di potere.

A questo punto è essenziale saper distinguere in modo chiaro gli obbiettivi; le “cose buone”, realizzando le quali migliora il benessere economico della comunità. Non è che sia difficile sentire elencare obbiettivi da raggiungere; i programmi di governo dei vari partiti normalmente ne snocciolano decine. Ad esempio, in campo economico: crescita, stabilità dei prezzi, piena occupazione, equilibrio nella bilancia dei pagamenti con l’estero, diminuzione del deficit pubblico, diminuzione del debito pubblico, diminuzione del carico fiscale sulle imprese e/o sui lavoratori, aumento dei salari reali, equità nella distribuzione del reddito fra le persone, fra i diversi tipi di reddito, fra le diverse aree territoriali ecc. ecc. Ma, fra i predetti obbiettivi, non tutti sono veri obbiettivi finali, le “cose buone” da realizzare; alcuni sono semplicemente intermedi, che cessano di essere fattori positivi se sono in contrasto con gli obbiettivi finali.

Che le cose non siano sempre così evidenti; che ci sia grande confusione, lo si vede continuamente. Così se, per ridurre il debito pubblico, obbiettivo chiaramente intermedio, si introducono misure restrittive che strangolano l’economia dal lato della domanda aggregata, creando crisi produttiva, disoccupazione, riduzione delle politiche di welfare (obbiettivi questi finali, o per lo meno più prossimi ai finali) si va nella direzione che appare buona, ma ci si allontana dalle vere cose che contano. Se si riduce il debito pubblico per far abbassare il “rischio Paese” e, con esso, i tassi d’interesse di mercato, al fine d’incentivare (forse) la domanda d’investimento e si fa questo attraverso “politiche di rigore” che sicuramente fanno ridurre la domanda aggregata, si prendono lucciole per lanterne. Se s’imposta una politica per la crescita cercando di allungare il lato dell’offerta aggregata ma, allo stesso tempo, si riduce la domanda aggregata quando essa è l’elemento più basso fra le determinanti del Pil, si fa un buco nell’acqua. E così via.

Ora, come fare a distinguere gli obbiettivi finali da quelli intermedi? Lo si fa avendo presente che obbiettivi finali sono quelli che contribuiscono ai fondamenti del bene comune; obbiettivi intermedi sono quelli che sono semplicemente funzionali rispetto agli obbiettivi finali, al bene comune. Già, il “bene comune”; concetto sulla cui realizzazione tutti concordano semplicemente perché ognuno lo intende a modo suo, come sempre avviene quando un termine è largamente impiegato. Sarebbe quindi fondamentale impostare un approfondimento stringente sul contenuto del “bene comune”; che le persone impegnate in politica mettano sul tappeto quale è il contenuto del “bene comune”, così diffusamente citato.

Il “bene comune” è ben diverso dall’insieme di beni a disposizione della comunità. Questi costituiscono una somma di “cose buone” a disposizione della collettività; se una parte della collettività è scarsamente o per nulla dotata di questi, il benessere è limitato, ma comunque presente. Il “bene comune” è invece il livello di benessere dell’intera collettività, che drammaticamente crolla a zero se anche un solo soggetto è privo di “cose buone”. Ne deriva che il bene comune non è da intendersi quale raggiungimento del bene di un sotto insieme della comunità. Esso impone delimitazioni ben precise; impone a ciascuno di farsi carico della totalità del bene sociale. «Il bene comune [è] il bene di tutte le persone, considerate, non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce» (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, § 207). Non è forse il caso che la comunità, i partiti politici, le persone impegnate in politica ne parlino, ne discutano diffusamente, al fine di esplicitarne il significato e i contenuti?

Daniele Ciravegna



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