Primavera araba, due anni di fondamentalismo e stragi

Primavera araba: un bilancioLa primavera araba è ancora, nonostante tutto, una primavera. È questo il bilancio che padre Samir Khalil Samir, gesuita di origini egiziane, grande esperto del mondo arabo, traccia a poco più di due anni dall’inizio del movimento di massa che ha scosso la sponda sud del mediterraneo e larga parte del Medio Oriente.

L’eminente islamologo, attualmente docente all’Università di Beirut e autore di decine di libri e centinaia di articoli che analizzano ogni aspetto dell’islam e in particolare i suoi rapporti col cristianesimo, è tornato a parlare all’Università del Dialogo presso il Sermig di Torino, riprendendo il filo di un discorso iniziato un paio di anni fa, quando l’ondata rivoluzionaria era agli esordi, per analizzare gli sviluppi di un fenomeno per molti aspetti imprevedibile, che ha cambiato gli equilibri e rovesciato d’improvviso regimi apparentemente cristallizzati e inamovibili.

Il gesuita ha tracciato un affresco ampio geograficamente e storicamente, partendo dall’episodio-chiave che ha dato origine alla prima delle rivolte popolari del Maghreb, la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia. È qui che, il 18 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi, neolaureato disoccupato, si è ucciso dandosi fuoco come estremo gesto di protesta dopo che la polizia gli aveva sequestrato il carretto di frutta che vendeva senza licenza per tirare a campare. Le fiamme che hanno bruciato la sua giovane vita si sono metaforicamente estese dalla Tunisia al resto del mondo arabo, provocando un incendio sociale e politico che divampa tuttora. Non è un caso che tutto sia iniziato in Tunisia: padre Samir sottolinea come il Paese fosse senz’altro il più secolarizzato di tutto il Maghreb, fortemente influenzato dalla Francia della quale è un’ex colonia. Per farsi un’idea, basti dire che all’Università di Tunisi vigeva il divieto per le donne di portare il velo: una situazione che oggi troviamo ribaltata, e che la dice lunga sugli sviluppi di questa “primavera” che tante speranze aveva suscitato. Ma andiamo con ordine.

La democrazia non si inventa dal nulla. Padre Samir, che riunisce in sé le due culture dell’Occidente e del mondo arabo, ci ricorda come la democrazia sia «un processo lungo e faticoso, fatto di partecipazione e consapevolezza, in continuo divenire». Il processo iniziato nel mondo arabo con le rivolte di popolo dello scorso biennio è ben lontano dal portare a compimento i propri frutti, anzi paradossalmente le cose sembrano prendere una piega opposta, involutiva, e questo a causa della natura stessa dell’islam, che pervade ogni aspetto della vita, ponendosi sopra e alla base di tutto.

Padre Samir tiene a rimarcare questa peculiarità, fondamentale per comprendere ciò che sta avvenendo nei Paesi islamici, dove le rivolte popolari hanno portato al rovesciamento dei precedenti regimi, tanto dispotici e corrotti quanto laici e secolarizzati. Mentre il cristianesimo si limita a enunciare principi e linee guida generali, che poi vengono declinati secondo sensibilità diverse, plasmate da tempi e luoghi, l’islam fondamentalista ritiene che la propria religione, in quanto annunciata per ultima, sia per definizione la migliore, e che il Corano, in quanto scritto da Dio (si badi bene, proprio da Lui, non su Sua ispirazione, come si conviene ad esempio per i testi degli evangelisti) sia da accettare integralmente e letteralmente, non da interpretare.

Non a caso, nota padre Samir, «il verbo arabo “studiare” equivale a “memorizzare”, e non è una sottigliezza da poco, perché certe parole hanno molto peso nell’islam. Basti pensare al termine jihad, a volte pudicamente tradotto come “sforzo” in nome di Dio, ma che nella storia dell’islam ben più spesso ha assunto il suo significato letterale di “guerra”, già fin dagli inizi, quando il Profeta condusse personalmente decine di conflitti in pochi anni, caratteristica fondante della religione coranica, che ha conosciuto gran parte della propria espansione a seguito di conquiste militari, qualcosa di assai diverso rispetto al cristianesimo che, pur avendo conosciuto a sua volta Crociate e persecuzioni, basa la propria ramificazione su una costante opera di evangelizzazione, dai primi apostoli agli attuali missionari».

Ma quello della “guerra santa” non è il solo esempio. Anche il tema dei diritti umani sembra filare liscio, perché essi vengono riconosciuti a tutti, purché ciò avvenga in maniera “conforme alla legge”: sembrerebbe un’affermazione di ovvio buon senso, «ma la parola araba per “legge” è sharia, ovvero un preciso riferimento alla legge coranica, e questo cambia tutto». Perché, rileva padre Samir, «grazie a una lettura di comodo del Corano, dove un versetto citato sempre e solo parzialmente enuncia che Dio preferisce l’uomo, la donna è considerata inferiore, anzi più precisamente vale la metà: in caso di divisioni ereditarie, ma anche per le testimonianze in tribunale, dove per confutare la parola di un maschio occorre quella di due donne».

Discorso analogo per gli appartenenti ad altre religioni, che nel migliore dei casi vengono tollerati, ma che non godono dei pieni diritti di cittadinanza: basti pensare alla norma che dispone, in caso di matrimoni misti, che i figli appartengano alla religione migliore, sottinteso quella islamica, naturalmente. Matrimoni misti che, peraltro, possono essere contratti solo dagli uomini: mai e poi mai a una donna verrà concesso di sposare un marito di religione differente, a meno che egli non si converta all’islam. Un approccio applicato anche ad argomenti più spiccioli: nessun problema, ad esempio, per edificare una moschea, mentre per costruire una chiesa occorre una tale quantità di permessi che, spiega ancora padre Samir, «è impossibile farla a norma, il che equivale a giustificare poi l’eventuale distruzione da parte di integralisti per ragioni “urbanistiche” utili a mascherare l’intolleranza».

Con simili premesse, risulta più facile comprendere la deriva islamista che stanno prendendo le nazioni “liberate” dai vecchi regimi, anche se occorre fare un passo indietro. Fino agli anni ’40, l’Occidente era visto con favore, un esempio di progresso da imitare. Ma poi la creazione di Israele, imposta dalle grandi potenze a discapito delle popolazioni palestinesi autoctone quale risarcimento per la nazione ebrea massacrata dal nazismo, ha determinato una rottura, con la nascita di un sentimento nazionalista diffuso, l’arabismo, contenente i germi di una cultura anti-occidentale che, sebbene tacitata dai successivi regimi dispotici, è ora riemersa coi colori dell’islam fondamentalista. Una corrente che ha come capofila l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo, e che predica un ritorno alla religione delle origini, quella del VII secolo, incurante del tempo trascorso e dell’inevitabile secolarizzazione.

Grazie agli enormi capitali finanziari a disposizione, risulta facile per questi Paesi organizzare la penetrazione nei varchi aperti dai crolli dei vari regimi: a nulla valgono gli entusiasmi dei giovani egiziani di piazza Tahrir, colti e tecnologizzati, ma inesperti e disorganizzati, contro la macchina propagandistica dei Fratelli Musulmani, in grado di creare consenso in un Paese largamente analfabeta (40 per cento della popolazione) attraverso la predicazione delle moschee, gli insegnamenti delle madrasse (scuole coraniche) e il sostegno sociale reso possibile dai finanziamenti a pioggia. In questo modo Morsi è arrivato alla presidenza dell’Egitto, per poi accentrare i poteri e cambiare la Costituzione laica introducendo di fatto la sharia. Ma la “primavera” non è passata invano, e il popolo è tornato in piazza per difendere i propri diritti, mantenendo alto il livello di tensione. Discorso analogo per la Tunisia, dove al potere è salito il partito islamista Ennahda, che ha imposto una svolta radicale, a partire dal velo obbligatorio per le donne: anche qui è scoppiata di nuovo la protesta, anche violenta.

Diverso invece il caso della Siria, dove si è creata una situazione di stallo, con Russia e Cina a difendere il regime di Assad e Usa e Ue ad appoggiare la ribellione. Gli equilibri in campo impediscono una risoluzione violenta ma rapida come avvenuto in Libia, e questo si traduce in uno stillicidio di massacri e distruzioni che ha già provocato decine di migliaia di vittime, senza che si intraveda una soluzione. Armi e rifornimenti per gli uni e gli altri continuano ad arrivare attraverso il nord-est della Turchia, dove il controllo di Ankara è minore, e nel Paese comincia a crescere significativamente la componente jihadista, costituita da combattenti stranieri infiltrati, fondamentalisti addestrati in un’ottica terrorista e kamikaze, come reso evidente dalle numerose esplosioni di autobombe che colpiscono in massima parte la popolazione civile, nonché da episodi di grave intolleranza religiosa nei confronti di appartenenti a confessioni diverse.

Qui e nel resto del mondo arabo l’auspicio è che si riesca a mettere in campo mediazione, dialogo, tolleranza: padre Samir auspica «un nuovo umanesimo spirituale che porti pace, democrazia e diritti». Ma la sensazione attuale è che prima di cogliere gli eventuali frutti della “primavera araba”, dovremo ancora veder scorrere molto, troppo sangue.

Riccardo Graziano

 



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