Adozioni, tutti parlano meno i bimbi interessati

L’inascoltato

Ancora una volta si cade nell’errore che nella soluzione dei problemi lasciamo parlare tutti eccetto l’interessato. L’interessato in questo caso non è la coppia omo o eterosessuale, e neppure i giudici o gli esperti, ma è il bimbo. Cosa desidera un bambino?

Si dirà che non è possibile saperlo perché non è possibile interrogarlo e anche se fosse possibile interrogarlo non sarebbe in grado di rispondere. E’ vero, ma è anche vero che esistono parole che non nascono dalla bocca, ma dai fatti. Ed è dall’esame dei fatti che possiamo capire i bisogni e i desideri del figlio.

I fatti dicono delle verità che tutti conosciamo, ma che non sappiamo poi utilizzare per capire l’originalità della relazione che esiste tra i genitori e il generato. Il figlio non preesiste ai genitori. Sono i genitori che gli danno vita. E’ l’unico rapporto in cui l’”io” crea il “tu” col quale poi si rapporta. Di più. L’uomo e la donna non solo creano il figlio, ma lo creano mettendo dentro di lui la loro stessa vita, attraverso il patrimonio cromosomico, tenendo presente che il patrimonio cromosomico non è un semplice fatto biologico, ma è l’umanità della persona tradotta in termini biologici. Per questo possiamo affermare che nel figlio c’è l’umanità del padre e della madre; ed è questa presenza che diventa il fondamento di quella forte e intensa relazione (“viscerale” dice la gente) che lega i genitori al figlio e il figlio ai genitori. Non c’è rapporto più intenso di questo, tanto che Dio l’ha preso come esempio per rivelare l’amore che lo lega alle sue creature: ha paragonato il suo amore all’amore di un padre e di una madre.

Il fatto di avere in comune l’essere e la vita li fa sentire in qualche modo “uno” per tutta la vita. Il rapporto prima di essere affettivo è ontologico, cioè è fondato non su qualità particolari (bellezza, intelligenza, dolcezza, forza, fascino, ecc.), ma nasce dalle profondità dell’essere. L’uomo e la donna possono poi decidere come vivere questa reciproca presenza ontologica, perché è nella loro libertà stabilire come vivere ogni fatto della loro vita; ma l’essere che hanno in comune col figlio è come il campo dal quale nasce subito l’affetto o nasce anche dopo tempi di sterilità o addirittura di rifiuto.

I proverbi talora esprimono sinteticamente verità profonde che la ragione non riesce a esprimere col ragionamento. Così il proverbio «ogni scarafone è bello a mamma sua», dice che la mamma si relaziona col figlio non perché attratta da qualità particolari (che potrebbero essere addirittura controproducenti), ma perché sente la sua stessa vita pulsare nella vita del figlio; e il figlio a sua volta sente e vive sua madre, e suo padre, come le persone con le quali condivide lo stesso essere. Vivere e crescere con altre persone è sempre una forzatura, anche se le vicende della vita dimostrano che in assenza dei genitori naturali non c’è soluzione migliore. Resta sempre il fatto che non c’è nulla di più intenso e profondo della relazione che nasce dalla comunanza nell’essere che diventa poi comunanza affettiva. Il che è dimostrato in qualche modo dal fatto che il figlio adottato, una volta diventato adulto sente spesso il bisogno di scoprire chi in lui ha iniziato il miracolo della vita; e la legge glielo consente.

Questi sono i fatti. Il figlio porta in sé la vita del padre e della madre e attende che la sua vita venga sviluppata da chi ha deposto in lui l’inizio della vita. Una madre non può sviluppare l’umanità deposta dal padre nel figlio, e la stessa cosa vale per il padre. Ognuno dei due sviluppa quel germe di vita che ha deposto nel figlio, senza pretendere di essere capace di sviluppare da solo tutta la vita che insieme hanno posto nel figlio. Per questo una legge che stabilisse non in una emergenza, ma in ogni caso che un bimbo cresca al di fuori del rapporto con i genitori naturali è una forzatura che si ritorce negativamente nella sua vita.

L’esperienza personale

Il ragionamento può sembrare astratto, ma ognuno di noi può rifarsi alla propria esperienza personale e può prendere coscienza della ricchezza di vita che riceveva dalla continua presenza amorosa del papà e della mamma. L’espressione ingenua del bimbo che dice che “papà è mio” e “mamma è mia” non è solo l’espressione di quell’atteggiamento accentratore tipico del bambino, ma esprime in termini semplici la grande verità che papà e mamma sono nel figlio e che il figlio ha bisogno di entrambi e li vuole entrambi per crescere nella sua vita.

Ed è sempre rifacendoci alla nostra esperienza personale che comprendiamo come vivendo quotidianamente con il papà e la mamma abbiamo sperimentato cosa significa essere amati da due persone diverse, e quanta diversità c’era nell’amore dell’uno e dell’altra. Negli atteggiamenti, nei gesti, nelle parole, nei comportamenti, negli interventi, nelle reazioni, era presente e si sentiva questa diversità, perché il padre amava da uomo, la madre amava da donna. E come questi due amori avevano dato inizio alla vita così continuavano ad essere necessari per lo sviluppo della vita che hanno iniziato. Per questo una eventuale legge che estendesse alla coppia omosessuale il diritto di adottare produrrebbe la grande ingiustizia di privare il figlio della ricchezza di questi due amori.

Conclusione

Privare il figlio della presenza dell’uomo e della donna che lo hanno generato e che egli porta dentro di sé è la prima grande ingiustizia perpetrata nei suoi confronti. Anzi, molto più di una ingiustizia, perché si consuma non al livello dell’agire, ma al livello dell’essere. Il figlio è una nuova umanità che nasce dall’umanità del padre e dall’umanità della madre, e questi due semi di umanità che sono stati in lui deposti dal padre e dalla madre attendono di crescere per l’azione congiunta di queste due persone che sono nello stesso tempo fuori e dentro la sua vita. Non ha bisogno solo del “maschile” dell’uomo e del “femminile” della donna, ma di “questo” maschile e di “questo” femminile, quello che questo uomo e questa donna hanno messo dentro la sua vita con la generazione. Vivere è continuare a crescere con “queste” persone partendo dalle premesse vive e vitali che esse hanno in lui Per questo l’educazione non è altro che la continuazione della procreazione.

E’ vero che un bimbo può essere privato della ricchezza di vita di uno o di entrambi i genitori. I casi della vita sono spesso dolorosi e crudeli. Si cerca, allora, di vivere con quello che la vita riserva. Ma è altrettanto vero che altra è la situazione del figlio che è stato privato da eventi luttuosi della vita di un genitore o di entrambi i genitori, altro invece è la situazione del figlio al quale una legge creata dagli uomini impedisce di avere l’amore di un papà e di una mamma, anche se adottivi. Non si è responsabili di quello che nella vita avviene indipendentemente dalla volontà degli uomini; ma si è responsabili dei danni che gli uomini creano con le loro decisioni e con le loro leggi.

Giordano Muraro o.p.



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