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Il "papà degli amputati"Qualche giornale lo ha ribattezzato «l’angelo di Kabul», ma è un soprannome che a lui proprio non piace: preferisce quello dei suoi pazienti, che lo chiamano soltanto «mister Alberto», «il dottore italiano» oppure «papà degli amputati». Alberto Cairo, 48 anni, fisioterapista della Croce Rossa originario di Ceva, da 16 anni a Kabul, è così: straordinariamente semplice. Quello che ha fatto e continua a fare per il popolo afgano è grandioso: ha ridato la possibilità di camminare a 70 mila persone, ha realizzato sei ospedali riabilitativi in tutto il Paese e ha dato lavoro a oltre 500 disabili. Eppure non c’è mai sfoggio inutile nelle sue parole, quando parla di sé e di ciò che ha costruito; il suo tono emana una calma serafica, come se tutto fosse normale: «Non sto facendo nulla di trascendentale», dice. «Ho solo seguito la mia coscienza, volevo aiutare gli altri». Alberto ci ha aperto le porte della sua clinica ortopedica il giorno di Natale. Nel suo piccolo ufficio, tappezzato di sciarpe e sgargianti addobbi natalizi, tutti regali dei suoi pazienti afgani, ci ha parlato della sua scelta di vita, di come e perché è arrivato a Kabul. «Non sono un medico: sono laureato in Giurisprudenza. Studiavo a Torino e per arrotondare lavoravo alla Sip (ora Telecom), sono rimasto tre anni nell’ufficio legale, ma non era la mia vocazione, così ho mollato tutto e mi sono iscritto a una scuola di fisioterapia. Ho sempre desiderato andare nel Terzo Mondo per aiutare chi aveva più bisogno di me e ci sono riuscito grazie alla Croce Rossa». Dopo una breve esperienza in Africa (per l’esattezza in Sudan) nel 1990 è arrivato in Afghanistan: «Dovevo fermarmi a Kabul soltanto un paio d’anni, come previsto dalle regole della Croce Rossa, ma alla fine non sono più partito e oggi festeggio il mio sedicesimo Natale afgano». Fuori c’era una fila di persone, uomini e donne, che aspettavano di essere visitate. Qualcuno nell’attesa si era appisolato sul prato del giardino. All’ospedale di Cairo ogni giorno arrivano circa 500 malati. Si tratta soprattutto di bambini e adulti che hanno perso una gamba o un braccio a causa delle mine antiuomo, ma ci sono anche molti poliomielitici, paraplegici, persone che soffrono di mal di schiena, di artrosi e di tubercolosi, o uomini rimasti gravemente feriti durante incidenti stradali (Kabul è una città in grado di "smaltire" il traffico di 50 mila auto, invece ce ne sono 450 mila, a fronte di semafori e sensi di marcia inesistenti). Solo gli amputati in Afghanistan sono circa 350 mila. I posti letto, nella clinica di Kabul, sono 120. Ma chi necessita di ricovero è in realtà la minoranza: la maggior parte dei pazienti ha bisogno di protesi, che vengono applicate dallo stesso Cairo. All’interno del complesso ospedaliero c’è una struttura apposita dove si progettano e si fabbricano le protesi. E gli operai che lavorano sono tutti mutilati: «È una scelta precisa», ci ha spiegato mister Alberto. «Qui dentro sono tutti mutilati: dal portantino alle donne che fanno le pulizie, dal segretario alle infermiere. So che può sembrare una sorta di discriminazione al contrario, ma in questo modo il malato si sente più compreso, meno solo, a proprio agio. E poi è un mezzo per il reinserimento sociale dei disabili stessi». Il fisioterapista italiano tiene molto a questo aspetto, per cui provvede a mandare alcuni insegnanti direttamente nelle case dei paraplegici, soprattutto dei bambini e di quelli che non riescono a muoversi: la cultura afgana non rigetta il disabile, ma la società non gli dà alcuna opportunità per recuperare una vita il più possibile normale. Un altro strumento utilizzato da Cairo per il reinserimento è quello del microcredito: grazie alla Croce Rossa impresta piccole somme di denaro alle famiglie dei disabili o dei portatori di protesi. «Si tratta di circa 600 euro. I più aprono un’attività commerciale: in questo momento ad esempio funzionano molto i negozi di tappeti, i calzolai e i fabbri. Ma possono farlo soltanto gli uomini: purtroppo le donne che lavorano hanno ancora una pessima fama». Poter riprendere la routine di tutti i giorni per gli afgani è molto importante: sono persone dignitose, che tengono alla reputazione sociale e difficilmente si lamentano. Nel visitare la clinica, la fabbrica di protesi e i reparti, stupisce incontrare pazienti sereni, anche quando (era il caso di due ragazzi paraplegici) sono legati a un letto che è sistemato in posizione verticale; meraviglia vedere bambini malati che sorridono e anziani che con orgoglio mostrano la propria gamba di plastica. «Per loro quella gamba rappresenta la vita», ci ha rivelato Cairo. «Sono felici di poter camminare. A volte quando applico le protesi scoppiano a piangere dalla gioia». Nella fabbrica delle carrozzine c’è un solo addetto: «È un ragazzo che ha una vera passione per il proprio lavoro: deve controllare se le ruote della carrozzina sono in linea e, per lui che ha un occhio solo, è il lavoro ideale». Da aprile 2006, l’ospedale si arricchirà di una nuova struttura: aprirà la prima scuola per la formazione di ortopedici afgani. Il cantiere è quasi ultimato. Sono già pronte le lavagne, i banchi, gli insegnanti e, soprattutto, gli studenti: 24 giovani afgani, futuri ortopedici, allievi di un maestro d’eccezione come Alberto Cairo. Miriam Massone (nostro servizio da Kabul) PRELUM Srl - P.I. 08056990016
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