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Il sogno di molti: un metrò sopra le acque dello StrettoIl governo Berlusconi sembra intenzionato a realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina. E se usassimo in maniera diversa le risorse attualmente disponibili? Secondo Osvaldo Pieroni e Sergio Conti Nibali sarebbe saggio trasformare la Società Ponte sulla Stretto di Messina in un’agenzia per la riqualificazione ambientale e sociale dell’area dello Stretto. I due studiosi sostengono che, in caso di mancata realizzazione, la penale massima che la società dovrà pagare sarebbe pari a 380 milioni di euro. Sottratta questa somma, resterebbero nelle casse della società ben due miliardi di euro. Che farne? Noi lo abbiamo chiesto al prof. Tonino Perna, docente di Sociologia economica all’Università di Messina. Il prof. Perna è stato a lungo impegnato in progetti di cooperazione internazionale nei Balcani e in Centroamerica, è stato presidente del Parco nazionale d’Aspromonte, dove (fatto estremamente rilevate) è riuscito a creare una comunità e un senso di appartenenza al territorio. Il prof.Perna, poi, è un singolare esempio di "meticciato" intellettuale: mischia in pari misura una straordinaria miscela di utopia e di realismo. L’utopia nell’individuare nuovi orizzonti. Il realismo nel cercare di raggiungerli. Prof. Perna, condivide l’idea di trasformare la Società Ponte sullo Stretto in un’agenzia di riqualificazione ambientale e sociale per l’area dello Stretto? Certamente. Per la verità, dopo lo tsunami che ha colpito così tragicamente le popolazioni del Sud-est asiatico, scrissi un articolo per «il manifesto» che poneva questa domanda: «E’ possibile utilizzare le risorse finanziarie destinate al Ponte, opera inutile e nociva, per finanziare la ricerca scientifica nell’area dello Stretto, un’area ad alto rischio sismico, per creare un sistema di preallarme per lo tsunami?» Pensiamo ad un’area dove insistono, in uno spazio relativamente ristretto, ben quattro vulcani; dove si è registrato il più disastroso terremoto del Novecento a livello planetario per numero di morti e dove non ci sono ricerche applicate e finalizzate al monitoraggio della zona. Se oggi si ripetesse il tremendo evento del 1908, forse le case reggerebbero meglio, ma sicuramente il maremoto travolgerebbe gran parte degli abitanti che vivono a ridosso della costa… Quali sono i primi problemi che tale agenzia dovrebbe affrontare? Oltre a quanto detto, c’è un campo straordinario e affascinante di ricerca che riguarda le correnti marine, possenti in questo tratto di mare dove s’incontrano-scontrano lo Jonio e il Tirreno, i pesci abissali, il complesso ecosistema marino dello Stretto. C’è tanto lavoro, con ricadute anche importanti e conosciute come, ad esempio, l’utilizzo delle correnti per la produzione di energia elettrica. E’in atto un progetto sperimentale di Cnr, Università Mediterranea di Reggio Calabria e Università di Messina: la riqualificazione della costa, a partire dai terrazzamenti che dovrebbero essere ripristinati per evitare che le colline si sfaldino e degradino verso il mare, come sta in effetti avvenendo. Però bisogna porsi una questione di metodo. Quale? Si possono avere grandi idee, ma bisogna evitare di creare carrozzoni pubblici. E’ questo uno dei nodi più importanti e difficili quando si parla del "che fare" nel nostro Sud. Voglio fare un esempio. Come presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte ho tentato di risolvere il problema incendi affidando a cooperative e associazioni la responsabilità del territorio boschivo del Parco. Il risultato? In cinque anni, ogni anno, gli incendi sono scesi dall’80 al 90 per cento rispetto alla media degli anni Novanta. Il successo è legato a una cosa semplicissima: la responsabilità sociale. Ci siamo inventati una forma di contratto, tra l’ente Parco e le associazioni-cooperative, in cui una parte del compenso era legata al risultato conseguito nell’azione di tutela e repressione degli incendi. Questo per dire che, qualunque cosa si voglia fare per l’area dello Stretto, se non adottiamo il metodo giusto non andiamo da nessuna parte. Lei cosa farebbe per il rafforzamento di quest’area? Ormai i tempi sono maturi per la costruzione, sociale-culturale e politica, di un’Area integrata dello Stretto. Finora abbiamo avuto solo tanti convegni, ma questo tratto di mare così mutevole e affascinante è visto da Palermo e da Catanzaro come una frontiera, un limite. Per gli abitanti dello Stretto, questo tratto di mare è una sorta di cordone ombelicale, un legame forte che dà la cifra dell’appartenenza e dell’identità. Bisogna prima di tutto che gli enti locali delle due sponde si incontrino e ridisegnino una strategia comune. A cosa pensa esattamente? A politiche comuni nel campo della cultura, della ricerca universitaria, dell’alta formazione, delle energie rinnovabili e naturalmente dei trasporti, punto essenziale d’integrazione. Da trent’anni si parla tanto di ponte, mentre sono peggiorati i trasporti e i collegamenti tra le due coste. Ma ciò che è decisivo è costruire un percorso identitario condiviso, che ridia un orizzonte comune ed entusiasmante agli abitanti dell’area dello Stretto. Si pensi solo che Reggio, Messina e Villa San Giovanni possono costituire una sola città, dato che con i mezzi veloci in soli venti minuti si va da una parte all’altra. Una sorta di metropolitana sull’acqua, molto piacevole, sicuramente più salutare delle underground delle altre città. Io attraverso questo mare da più di trent’anni e sono felice e stupito ogni volta che lo faccio, perché lo Stretto è un paesaggio imprevedibile e mutevole, con contrasti forti tra il verde intenso delle sue montagne e una varietà di azzurri del suo mare. Sulla base della sua esperienza di Presidente del Parco, come si realizza una comunità e come si forma un senso comunitario? Credo che, come ha scritto recentemente Bauman, nell’era della «modernità liquida», vale a dire nell’era in cui il processo di mercificazione della natura e delle relazioni umane ha reso tutto un flusso incessante di denaro, sta emergendo un nuovo bisogno di comunità. Se riusciamo a creare un percorso identitario non contro qualcuno, immigrati o altre etnie, ma per un mondo migliore, a partire dalle proprie radici culturali, allora il percorso diventa facile ed entusiasmante. Cosa ha fatto scattare questa molla, nel caso del Parco dell’Aspromonte? Il bisogno di riscatto da parte di soggetti pubblici, in gran parte sindaci, e privati, dalle associazioni ai piccoli imprenditori. Poi c’è stato un evento che ha innescato il legame comunitario: la manifestazione di Polsi del 14 Luglio 2001. In quell’occasione è stata letta e sottoscritta da quasi trenta sindaci la «Carta della civiltà dell’Aspromonte», una sorta di Magna Carta dei valori (amicizia, ospitalità, rispetto per la natura) e dei doveri (rispetto allo sviluppo locale, alla lotta alla ‘ndrangheta, alla solidarietà fattiva). Ma ciò che ha fatto fare il salto di qualità alla comunità del Parco è stata la «Carovana Sud-Nord» che nell’aprile del 2002, partendo da Reggio Calabria, ha attraversato i più importanti parchi nazionali italiani. Doveva essere un viaggio di apprendimento, conoscenza e scambio di esperienze, ma è stato, con mia grande sorpresa, molto di più. Quando nel Gran Paradiso o alle Cinque Terre, ad esempio, il presidente della comunità, il prof. Michele Galimi, leggeva solennemente la «Carta», tutti i sindaci si alzavano e ascoltavano in silenzio. Sì, il fatto straordinario è che gli amministratori locali del Centro-Nord sono rimasti commossi e stupiti di conoscere un’altra faccia del Sud. Una faccia che non viene più a chiedere elemosine o a piangersi addosso, ma che è orgogliosa dei suoi valori, senza essere presuntuosa e arrogante. Tonino Nocera (nostro servizio da Reggio Calabria) PRELUM Srl - P.I. 08056990016
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