L'Italia 2.0 fra i sogni e la realtà

 Il recentissimo decreto–legge varato dal governo e contenente «ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese», subito significativamente ribattezzato «Sviluppo 2.0» contiene, nelle misure che costituiscono la cosiddetta Agenda digitale italiana, alcuni mutamenti potenziali che non appare eccessivo definire rivoluzionari.

La filosofia del provvedimento, in coerenza con quelli precedentemente varati dal governo Monti sul fronte della promozione dello sviluppo, e con i ben noti vincoli di finanza pubblica, interviene in misura molto limitata sulla domanda e in una prospettiva di breve termine, concentrandosi sul fronte dei possibili mutamenti strutturali della competitività del sistema in una prospettiva di medio e lungo termine.

Identificato il principale problema della scarsa crescita economica del nostro Paese nell’ultimo ventennio in un deficit strutturale di competitività del sistema–Paese rispetto agli altri contesti con cui ha senso confrontarsi, interviene su alcuni dei fattori permanenti che si ritengono in grado di influenzare tale divario negativo. Oltre all’Agenda digitale, oggetto del presente intervento, vanno nella stessa direzione le misure di certificazione degli incubatori e di semplificazione normativa e incentivazione fiscale a sostegno delle start-up, le nuove imprese a elevato contenuto tecnologico in grado di contribuire in misura rilevante, nel contesto attuale, alla creazione di posti di lavoro nei settori basati sulla conoscenza e nella riduzione del divario rispetto ai nostri principali competitor internazionali.

Concentrandosi appunto sull’Agenda digitale, ciò che si può osservare è, almeno sul piano potenziale, una svolta decisiva sul fronte della riduzione del differenziale negativo che connota il nostro Paese sul fronte della penetrazione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, con particolare riferimento (ma non solo) ai rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione e al funzionamento delle diverse componenti di quest’ultima. Se, come pare ovvio, uno dei fattori fondamentali dell’insufficiente livello e crescita di produttività del sistema va ricercato nel ruolo giocato dal settore pubblico nello svolgimento delle proprie funzioni e nei rapporti con imprese e cittadini, la svolta dovrebbe essere radicale. Obbligare la pubblica amministrazione a sostituire la carta con la rete, e quindi a parlarsi e a parlare con il pubblico con le nuove tecnologie, indurre i cittadini a privilegiare la moneta elettronica, i medici a sostituire le vecchie ricette con le prescrizioni on line, in grado di raggiungere in tempo reale le altre amministrazioni o le farmacie, obbligare gli insegnanti a utilizzare nella didattica gli stessi strumenti e le stesse metodologie che i loro allievi, i “nativi digitali”, sono abituati ad usare fin dalla più tenera età, rappresenta una svolta epocale.

La valorizzazione delle abilità digitali dei giovani e dei ragazzi nelle aule scolastiche rappresenterà poi, nelle intenzioni del governo, una sorta di “cavallo di Troia” per diffondere quelle competenze anche all’interno delle famiglie, fino alle classi di età più anziane della popolazione. Lo stesso obiettivo potrà essere perseguito attraverso il maggior ricorso alla moneta elettronica: dal 2014 ogni esercizio commerciale, ma anche ogni lavoratore autonomo, artigiano o professionista dovrà essere munito di un terminale Pos per consentire il pagamento mediante bancomat, carta di credito o carta prepagata. Una enorme facilitazione, per chi già usa abitualmente tali strumenti e mal sopporta di utilizzare ancora il contante ove non sono disponibili, ma soprattutto un potente incentivo a sostituire la moneta fisica con una transazione telematica, tracciabile (con positive ricadute sul fronte della lotta all’evasione fiscale) e che riduce il fabbisogno di contante annullando praticamente il rischio di furto.

In un Paese in cui meno della metà della popolazione dispone di un accesso alla rete, e chi lo possiede lo utilizza attivamente (ad esempio per fare commercio elettronico o per dialogare con gli enti pubblici) in minima parte, le innovazioni previste dall’Agenda digitale potrebbero dare una svolta risolutiva verso il cosiddetto web 2.0, dove l’utente diviene parte attiva nello scambio di informazioni rilevanti con imprese ed enti pubblici.

Ovviamente si tratta di potenzialità. E soprattutto per due ragioni. In primo luogo alla base di tutto il sistema stanno le infrastrutture di rete, ovvero i cavi in fibra ottica e le antenne. L’uso della rete per le finalità economiche e amministrative previste dell’Agenda digitale implica la disponibilità di collegamenti veloci, ossia la cosiddetta “banda larga” o meglio la tecnologia ancora successiva (banda ultralarga). Tutto ciò implica investimenti molto rilevanti, che solo in minima parte, per i soliti motivi, potranno essere sostenuti dall’operatore pubblico. E’ d’altra parte ragionevole pensare che l’Amministrazione si limiti a finanziare la connettività ad alta velocità unicamente nelle aree a fallimento del mercato, ossia in quelle zone ove, per l’insufficiente popolazione e il limitato sviluppo delle attività economiche, un gestore privato di servizi di telecomunicazione non avrebbe la convenienza a realizzare la rete (specie se costituita da cavi in fibra ottica, ove l’80 per cento circa dei costi è collegato allo scavo della “trincea” per la posa dei cavi stessi). Nelle altre aree ci si attende un cospicuo intervento delle imprese.

In questo contesto, il decreto prevede significative agevolazioni come l’esenzione dall’imposta per occupazione di suolo (e sottosuolo) pubblico, la possibilità di collocare cablaggi e antenne sugli edifici senza dover passare le forche caudine delle assemblee condominiali e soprattutto un rilevante snellimento delle procedure di autorizzazione da parte dei Comuni, che in caso contrario potrebbero bloccare o ritardare fortemente il processo di infrastrutturazione telematica indispensabile per sostenere il nuovo sistema. E’ infatti prassi piuttosto consolidata dei Comuni distorcere le convenienze di mercato imponendo ai gestori di servizi di telecomunicazione spese elevate e del tutto prive di legame con la posa dei cavi come condizione per concedere le necessarie autorizzazioni.

Da un lato, quindi, il problema sarà vedere come il potenziamento della connettività riuscirà a procedere di pari passo con l’applicazione delle nuove norme, al fine di rendere possibili tecnicamente e in modo efficiente le nuove forme di interazione. La seconda ragione per cui gli enormi benefici della digitalizzazione possono, al momento, essere considerati unicamente potenzialità risiede, per così dire, nella testa dei pubblici funzionari, degli insegnanti, dei medici e più in generale di tutti i cittadini. Tutte le iniziative contenute nell’Agenda implicano il coinvolgimento simultaneo di ministeri, autorità, enti locali, nonché un ridisegno radicale delle strutture organizzative degli uffici pubblici. E’ chiaro che gli ostacoli, a fronte dell’erosione di preesistenti posizioni di potere, potranno essere molti e difficili da abbattere. Si tratta, come anticipato, di una prospettiva pluriennale, che purtroppo stride con il limitato orizzonte temporale dell’azione del governo Monti e con le incertezze che circondano la successiva evoluzione della guida politica del Paese.

Antonio Abate

 



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