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Chiesa più aperta, non solo in Rete

Chiusi i battenti del X Festival biblico di Vicenza sabato 2 giugno, restano le idee, le provocazioni, le testimonianze espresse da ospiti illustri, da teologi e addetti ai lavori, che hanno dato vita al tema di quest’anno, «Le Scritture, Dio e l’uomo si raccontano». Conferenze, mostre, musica, teatro, ma anche meditazioni, hanno cercato di esplorare la complessità con cui la Bibbia svolge la sua narrazione, e quanto essa si formuli grazie alla relazione tra creatura e Creatore, diventi racconto per comprendere il messaggio divino nel mutare dei tempi e nelle povertà di oggi.

«Credenti e laici, una nuova alleanza» è stata ad esempio l’occasione per descrivere questi tempi di cambiamento, le cui direttrici sono state segnate dall’opera di papa Francesco, ed i cui semi erano già stati lanciati da Carlo Maria Martini. «La chiesa di oggi è quella che sognava l’arcivescovo di Milano, una chiesa che esce sulle vie del mondo e non si nasconde dietro i principi non negoziabili, perché questo significherebbe ammalarsi di chiusura», ha esordito don Antonio Sciortino, direttore di «Famiglia Cristiana». «Certo, ora il Papa suscita entusiasmo, ma non dimentichiamo da dove veniamo: solo un anno e mezzo fa si parlava di scandali, pedofilia, di Vatileaks, carrierismo e lotte interne. Oggi invece Francesco ha rimesso la Chiesa sulla direttrice del Concilio vaticano II, ponendo al centro la famiglia, come tema che unisce laici e credenti, e non elaborando documenti nel chiuso delle stanze, bensì proponendo persino un questionario per fotografare problemi, temi e soluzioni. Assistiamo al rilancio del Concilio, il cui spirito era stato sostanzialmente tradito: quella rivoluzione copernicana aveva aperto la Chiesa al mondo, e promosso la collegialità dei vescovi nel suo governo, insieme ai laici, uomini e donne, la cui vocazione compartecipa al compito di portare il Vangelo agli uomini d’oggi. Ripartiamo da qui, con più coraggio: soprattutto, non lasciamo il Papa solo a giocare in campo, restando a fare gli spettatori in attesa di un gol. La Chiesa non è la gerarchia, siamo tutti noi, adulti nella fede, istruiti alla Dottrina sociale. E la gerarchia non invada il campo della politica, che non le appartiene: la stessa Gaudium et spes assegnava questo compito ai laici».

Ferruccio De Bortoli, direttore del «Corriere della sera», ha quindi evidenziato quanto nel vuoto di valori, in cui la società italiana sta declinando, sia proprio la Chiesa a svolgere un ruolo di supplenza nella tutela dei diritti propri di una società civile. «La misericordia non è un’esclusiva dei credenti, bensì un aspetto che evidenzia il nostro rapporto con il prossimo. Oggi viviamo chiusi in noi stessi, magari connessi con il mondo intero, ma indifferenti al nostro vicino. La buona cittadinanza ci riguarda tutti, per cui il richiamo alla coscienza ci deve unire come persone pensanti per intraprendere un cammino di identità comune. E dovremmo mettere al primo posto la solidarietà e il rispetto della sofferenza: cosa può unire di più laici e cattolici? Le fasi migliori della vita di questo Paese sono avvenute quando abbiamo saputo risollevare la testa dopo le macerie di una guerra o di una grande calamità».

Famiglia, lavoro, accoglienza degli stranieri: queste le priorità che il Papa ha assegnato ai vescovi. «Temi su cui è necessario confrontarsi tra uomini di buona volontà», ha sottolineato don Sciortino, «a partire dal ruolo dei media e da come raccontano questi aspetti. Parliamo ad esempio dei migranti secondo pregiudizi o ci muove la verità? Diamo spazio alle politiche di esclusione o al perché queste persone sfidano la morte per mettere piede nei nostri territori? Se essere etichettati “comunisti” significa essere dalla parte del Vangelo, come accadeva a dom Helder Camara perché oltre alla carità si occupava delle ragioni della povertà, allora ben venga l’opzione preferenziale per i poveri».

Il «modo nuovo per incontrare la Bibbia», come dice lo slogan del Festival, ha quindi riguardato a più riprese il mondo di Internet, tema centrale dell’intervento di padre Antonio Spadaro, direttore di «La Civiltà Cattolica», ospite sul tema «Dire la fede al tempo della Rete». «Non commettiamo l’errore di ritenere la tecnologia il regno del virtuale. Piuttosto, intendiamo questo come uno spazio digitale in cui è possibile evangelizzare, purché se ne comprenda il contesto e il linguaggio», ha affermato il gesuita, autore del volume «Cyberteologia», per l’editrice Vita e Pensiero, in cui indaga le opportunità e le trasformazioni del fare testimonianza grazie ad Internet. «La Rete non si usa come un martello, perché essa è un tessuto connettivo in cui ogni esperienza si collega a quella delle altre persone. Certo, i mutamenti della tecnologia influenzano il nostro modo di pensare la fede, per cui è importante capire come selezionare le informazioni e come essere presenti da cristiani. Internet è affollato di risposte e ogni quesito trova rapida soluzione, basta un motore di ricerca. Perciò per parlare di Dio sarebbe fondamentale trovare le domande importanti. Il Vangelo è tradizionalmente presentato come il luogo di tutte le risposte, rischiando perciò di disperdersi in rete, in mezzo a tante altre possibilità di risposta. Occorre invece proporlo come il testo di tutte le domande dell’uomo, come già papa Francesco scrive nella Evangelii gaudium: non dobbiamo rispondere ai quesiti che nessuno si pone. Questo è ciò che spesso fa la nostra pastorale, mentre l’approccio nuovo richiede di coinvolgersi con i dubbi degli uomini».

Anche la programmazione del sapere, inteso come una conseguenza logica di fatti ed elementi strutturati, su cui ad esempio il Catechismo è impostato, dovrà quindi trovare un’altra modalità divulgativa. «La teologia dogmatica continua ad avere un valore accademico, ma non è lo strumento adatto per comunicare la fede, che invece in Rete vive di condivisione. Un approccio che come cristiani conosciamo bene, perché condividere un contenuto all’interno di relazioni vissute lo chiamiamo “testimonianza”. Siamo di fronte alla sfida di trasmettere la mistica del vivere insieme, come ha scritto il Papa, a partecipare ad un flusso che può essere esperienza di vera fraternità».

Permane però il timore che questo nuovo approccio al pensiero costituisca un impoverimento, prediligendo un percorso orizzontale, che quindi evita l’approfondimento. «In molti sostengono che i giovani oggi non siano capaci di andare a fondo», ha sottolineato padre Spadaro. «Mi chiedo però se non stia piuttosto cambiando il modo di vivere la vita spirituale, verso un processo di maggiori interrelazioni. Più che una radice che va in profondità, siamo di fronte a un sapere e un sentire che si sviluppa orizzontalmente».

La forza della testimonianza è quindi giunta anche da don Maurizio Praticiello, parroco di Caivano, comune sulla soglia delle province di Napoli e Caserta, conosciuto come uno dei principali luoghi avvelenati della Terra dei fuochi. Sacerdote in prima linea, ha scelto di stare accanto alla sua gente denunciando il degrado sedimentato da anni, che ha portato il territorio a diventare un grido vivente di disperazione. «Abbiamo permesso che la Campania e altri luoghi d’Italia diventassero così», ha affermato il sacerdote. «Certo, la colpa è della camorra, ma anche di chi se n’è servito, come gli industriali e la politica. La Chiesa si è unita in questa denuncia, anche la stampa cattolica ci sta dando una grande mano, ma io sono un prete e voglio rimanerlo. Non toccherebbe a noi attirare l’attenzione dei giornalisti. Che la politica torni vicino alla gente, si assuma le responsabilità di questa situazione, perché anche questa notte si sverseranno rifiuti nell’agro aversano, nonostante le leggi».

Fabiana Bussola

 

 



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