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L'Inferno di Severino

La «Divina Commedia» di Dante Alighieri, che si ispira alla filosofia di san Tommaso nel rappresentare la condizione umana e il fine ultimo della vita dell’uomo, ha attratto l’attenzione e la fantasia creatrice dei pittori e disegnatori: da Sandro Botticelli (1445-1510) e Gustave Dalì (1832-1883) con i loro disegni e grafiche in bianco e nero, da Salvador Dalì (1904-1989) a Aligi Sassu (1012-2000) con le loro coloratissime tavole.

Ma pochi sono stati gli scultori che hanno avuto il coraggio di affrontare questa tematica. Auguste Rodin (1840-1917) ha lavorato per diversi anni alla Porta dell’«Inferno», lasciandola incompiuta, nella quale, in realtà, solo due episodi dell’Inferno dantesco vengono illustrati: quelli riguardanti Ugolino e i suoi figli, Paolo e Francesca. Invece due scultori italiani si sono impegnati nell’illustrare, ad uno ad uno, i trentaquattro canti dell’«Inferno»: Benedetto Robazza (1934) raggruppandoli in una sequenza di diciotto pannelli in marmo e resina bianca, opera esposta nel 2013 in Santa Croce a Firenze e Federico Severino (1953) che ha costruito trentaquattro formelle (50 per 50 centimetri) in bronzo. Un’opera del 2006 ora collocata nell’atrio d’ingresso all’auditorium del Centro studi dell’Istituto Paolo VI di Brescia, a Concesio. Nella prima interpretazione i singoli episodi della narrazione dantesca scompaiono nel fluire continuo delle immagini, nella seconda interpretazione sono dettagliatamente analizzati a commento di un gruppo di versetti scelti da ciascun canto, e il colore ravviva la rappresentazione scultorea.

Federico Severino vive e lavora in Franciacorta, si è laureato in Filosofia e da autodidatta si è impegnato nella creazione artistica, dedicandosi alla scultura in terracotta ed in bronzo con opere nelle quali riflessione filosofica ed intuizione poetica, arte e filosofia, storia e religione si fondano nel rappresentare la drammaticità della condizione umana e insieme alla speranza cristiana. Non per nulla le quattordici stazioni della sua Via Crucis, collocate sulle lesene della rotonda nella basilica di Santa Maria ad Martires (Pantheon) a Roma, che narrano gli episodi di questo cammino di sofferenza, polarizzati intorno al simbolo della Croce, ripetuto, in grande, in tutte le formelle, termina con una «Resurrezione». Molte chiese nel bresciano hanno altari, amboni, pulpiti creati dalla fantasia di questo artista, che per la sua originalità creativa non appartiene ad una determina scuola o movimento.

Giorgio Mascherpa, uno dei primi critici a comprendere e valorizzare l’opera di Severino, scrive di lui nel 1988: «La natura medesima della sua materia prediletta, la terracotta, fa sì che anche le figurazioni metamorfiche più mostruose, quelle in cui uomo e bestia paiono fondersi insieme (ora con prevalenza dell'uno, ora dell'altra), non assumano mai caratteri dell'horror» proprio per la loro calda, terrosa colorazione "cotta", che, per di più, è in grado di evocare soprattutto la millenaria capacità di costruire dell'uomo, anziché la sua voluttà distruttrice... sotto le apparenze dure e petrose nella terracotta si nasconde in effetti un desiderio prepotente di amare la realtà, di salvarla, di proteggerla, di far tornare l'uomo a livello della natura perché non l'abbia, mai più, a violare e a trascurare».

Il Dante di Severino, che per ora si ferma all’Inferno, ma voglio sperare che questa ricerca possa proseguire anche per le altre due cantiche, è un commento iconografico al testo letterario che ne coglie le motivazioni profonde. Bisognerebbe analizzare, ad una ad una, queste 34 formelle, seguendole nello loro sequenza lungo la fascia continua in acciaio platinato, finto legno, di quasi trenta metri, in cui sono incastonate, interrotta solo per isolare le ultime tre formelle che rappresentato immersi nel ghiaccio i dannati dell’ultimo cerchio, il nono, dove stanno i traditori dei parenti, della patria e di Dio. Questa divisione corrisponde alla struttura stessa del poema dantesco, che separa gli ultimi tre canti che descrivono il pozzo profondo dell’Inferno ghiacciato.

Sia pure in modo frammentario seguiamo Dante nella sua avventura: così inizia il lungo racconto «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura,  / he la diritta via era smarrita» (I, 1). Qui tre fiere, la lonza (la lussuria), il leone (la superbia), la lupa (la cupidigia) lo aggrediscono, ma viene in soccorso Virgilio (la ragione) mandato da Beatrice (la fede), che lo accompagnerà nel Paradiso tra i beati. Poi attraversato il Limbo, dove Dante incontra i grandi poeti dell’antichità, incomincia la discesa attraverso i nove cerchi nei quali sono distribuiti i dannati a seconda delle loro colpe, ciascuno punito con pene diverse qualitativamente corrispondenti al male causato (contrappasso).

Nel terzo cerchio sono puniti i golosi, immersi nel fango e dilaniati da «Cerbero, fiera crudele e diversa / con tre gole caninamente latra» (VI, 12-13) Severino lo rappresenta con le tre teste ringhiose, le bocche rossastre, spalancate con i denti aguzzi, che spaventano anche Dante e Virgilio, la cui agitazione è resa evidente dal movimento delle braccia. Al viaggio di Dante si oppongono i diavoli che vogliono fermarlo, proprio ora che ha potuto attraversare lo Stige, uno dei cinque fiumi dell’Inferno, nel quale sono immersi gli iracondi e sommersi gli accidiosi, ed è approdato davanti alla porta della città di Dite, da cui provengono suoni lamentosi. «Io vidi più di mille in su le porte / dal ciel piovuti» (VIII, 82-83).

Nella formella Dante impaurito si nasconde dietro ad un Virgilio preoccupato davanti ai diavoli cornuti che, usciti da una porta nera, accorrono con fiaccole tossastre e scendono con le loro ali dalle torri. Nel canto seguente anche tre furie infernali, le Erinni, con serpenti al posto dei capelli cercano di fermare Dante, ma interviene un angelo, che le blocca e allontana i diavoli.

Molto belle le due formelle dedicate al sesto cerchio, dove nelle tombe, circondate da fiamme ardenti, stanno gli eretici, compresi gli epicurei, che negano l’immortalità dell’anima. Nella prima viene rappresentato il lungo appassionato dibattito tra Dante e Farinata degli Uberti, «che s’è dritto /  da la cintola in su tutto ‘l vedrai» (X, 32-33); nella seconda Virgilio legge a Dante, davanti ad un sarcofago chiuso, con la scritta «Anastasio papa guardo / lo qual trasse Fotin de la via dritta» (XI, 8-9) legge una pergamena nella quale sono descritti i tre gironi del settimo cerchio, nel primo i violenti contro gli altri (omicidi e rapinatori), nel secondo i violenti contro se stessi (suicidi e scialacquatori), nel terzo i violenti contro Dio (bestemmiatori e sodomiti). La selva dei suicidi «Uomini fummo e or siam fatti sterpi» (XIII, 37), con Pier della Vigna che si lamenta con Dante, che involontariamente, quasi lo scortica e le brutte arpie appollaiate sui rami contorti, e in basso cani che ringhiano è costruita con grande abilità narrativa riempiendo tutto lo spazio della formella con la ramificazione di questi sterpi.

La settima bolgia è descritta in una formella, dove per l’intrecciarsi dei corpi di due ladri trasformati in serpenti, il simbolo stesso del demonio, che coprono tutto lo spazio, la scultura sembra quasi un geroglifico, una lettera-parola, immagine del diavolo: «Un serpente con sei piè si lancia / dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia» (XXV, 50-51).

La scultura che illustra il canto 27, riguarda la bolgia dove stanno i consiglieri fraudolenti, ed è come un approccio a tutto il discorso teologico sottinteso nel poema dantesco. La formella è strutturata solo su tre figure sotto un portico, al centro è disteso il cadavere di Guido da Montefeltro, vestito del saio francescano, e di fianco, da una parte San Francesco che è sceso a prendere l’anima per portarla in Cielo e dall’altra parte un diavolo nero con le ali rossastre, che discute e contesta, giustificando il diritto di trattenerla nell’Inferno. Il Conte si era pentito e per espiare le sue colpe si era fatto francescano, ma poi il papa Bonifacio VIII lo aveva voluto suo consigliere, promettendogli un’assoluzione anticipata, e Dante commenta «ch’assolver non si può chi non si pente» (XXVII, 118).

C’è qui la chiave interpretativa di tutta la Divina commedia, che, rappresentando la lotta tra il bene e il male, raccorda umanesimo e cristianesimo, perché il sacramento presuppone la coscienza, che è responsabile delle sue azioni, anche se solo la grazia la giustifica. La punizione non è che conseguenza di una colpa: i diavoli e i dannati hanno avuto ciò che hanno voluto. La formella precedente, che, rappresenta la barca di Ulisse, un altro consigliere fraudolento, travolta dalla furia del mare e del vento nel suo viaggio verso una meta impossibile, esemplifica non il bisogno di cercare l’ignoto, l’Assoluto, ma la pretesa di poterlo raggiungere, da soli, con le proprie forze: «Tre volte fè girar con tutte l’acque / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora in giù, com’altrui piacque / infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso» (XXVI, 129-142).

Arriviamo all’ultimo cerchio, il nono, quello più profondo dove stanno coloro che hanno tradito chi aveva posto fiducia in loro, ad incominciare da Satana, che per primo ha rifiutato il progetto di Dio ed ha insidiato gli uomini, accomunandoli nella sua colpa:  «Lo ‘imperador del dolororoso regno / da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia» (XXXIV, 28-29).

L’artista disegna su di un fondo rossastro una figura mostruosa e nera, con tre orribili teste, che maciulla i dannati. Dante per potere essere calato in questo immenso pozzo, staccato dai precedenti cerchi, deve essere aiutato dai Giganti, «sappi che non son torri / ma giganti e son nel pozzo intorno da la ripa / da l’umbilico in giuso tutti quanti» (XXXI, 31-33) e l’Artista disegna la figura rossastra di Anteo, che sporge dal pozzo e, quasi con tenerezza, trasborda Dante nel cavo della sua mano.

Concludo con l’episodio del conte Ugolino della Gherardesca e dell’arcivescovo Ruggeri, due avversari e reciproci traditori che Dante descrive con crudo realismo, immersi nel mare di ghiaccio, il primo mentre addenta il cranio del secondo, per evidenziare come la lotta        politica possa trasformare gli uomini in bestie. Ugolino racconta a Dante che l’Arcivescovo, dopo averlo catturato a tradimento, l’aveva imprigionato con i suoi figli in una torre lasciandoli morire di fame. Commentando il versetto «Poscia, più che il dolor, potè ‘l digiuno» (XXXIII, 75) Auguste Rodin, in un gruppo scultoreo in gesso, ora al Museo D’Orsay, costruisce una scena di cannibalismo, mentre Severino nella sua formella, rifiutando, con il De Sanctis, questa interpretazione, rappresenta il dolore di un padre angosciato ma vittima della sua volontà di potere.                                    

Cristina Mauro



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