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Francesco alla Chiesa e all'Italia

Papa Francesco scuote e sprona i vescovi italiani aprendo i lavori della loro assemblea generale, la 66ª, ora destinata a diventare storica. Non solo perché è la prima volta che il “primo” dei vescovi (primate d’Italia) la apre, anziché intervenire alla fine, ma principalmente per quel che ha detto, per la svolta che ha indicato, per l’analisi dei mali che affliggono il popolo, i fedeli, la gente, gli uomini, le donne, le famiglie, per la crisi che è morale, culturale e spirituale, oltre che economica e sociale. E soprattutto per le terapie che il Pontefice ha indicato, a cominciare dall’unità nella Chiesa, ad evitare le divisioni che ne «deturpano il volto», a non creare partiti, gruppi, polemiche.

Il discorso, di dieci cartelle, è stato ascoltato in silenzio, lungamente applaudito alla fine, così come gli applausi c’erano stati all’inizio, insieme alle risate quando Francesco ha detto: «Un giornale ha fatto i nomi della presidenza della Cei dicendo: questo è uomo del Papa, questo non è uomo del Papa. Vorrei dirvi che tutti sono uomini del Papa! Il nostro è un linguaggio comunionale, non politico. A volte, la stampa inventa». Al tavolo della presidenza, accanto al Papa, il cardinale Bagnasco e i tre vice presidenti, il segretario Galantino. Si era pregato e si era letto il Vangelo, nei passi in cui Gesù affida a Pietro il primato. Improvvisando, Francesco ha detto che l'unico messaggio è quello che Gesù dice a Pietro: «Seguimi!». «Bisogna seguire Gesù». E’ la missione del vescovo, che non deve «disertare la sala d’attesa affollata di disoccupati, cassintegrati, precari», ma dare «un abbraccio accogliente ai migranti che fuggono dalla persecuzione e dalla mancanza di futuro». Esorta Francesco: «Andate incontro a chiunque chieda conto della speranza che è in voi». In particolare, sollecita «una presenza significativa» per la famiglia, cui la crisi provoca disoccupazione e cassintegrazione. Bisogna aiutare «a non cedere a catastrofismo e rassegnazione chi si sente privato del lavoro e, con esso, della dignità».

A quindici mesi dalla sua elezione, papa Bergoglio traccia dunque un iter che è quasi una premessa al sinodo dei vescovi di ottobre e che è la risultante di un anno vissuto «al passo con voi, ascoltato e condiviso il racconto di speranze e stanchezze pastorali». Tra le «riflessioni» che propone, rifiutare la tentazione e la presunzione di «contare solo sulle proprie forze». Cita Paolo VI, che proclamerà beato a ottobre: «Poneva come questione fondamentale il servizio all’unità». «Nulla giustifica la divisione, l’invidia, quanto è vuoto il cielo di chi è ossessionato da sé stesso». E poi «ognuno dica quello che sente, senza vergogna». «Dobbiamo essere lievito di unità. Solo insieme riusciremo. Siate interiormente liberi per stare vicino alla gente» e contemporaneamente dire basta alla «distinzione tra i “nostri” e gli “altri”». E’ sterile «chi rimane a sedere ai piedi del campanile, senza oltrepassare la piazza, lasciando che il mondo vada per la sua strada».

Insomma, i pastori siano «semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi» per «poter essere vicini alla gente», senza confidare sull'«abbondanza di risorse e strutture», sulle «strategie organizzative», evitando il carrierismo, «ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi». L’invito è a tornare «all'essenziale» della fede, al rapporto vivo con Dio, che è «metro di libertà dal giudizio del cosiddetto "senso comune"». «Non stanchiamoci, dunque, di cercare il Signore» e di «lasciarci cercare da Lui». Queste le riflessioni del Papa ai vescovi italiani, che ringrazia, anzitutto nella persona di Bagnasco per le parole di saluto che gli ha rivolto. Il messaggio finale è che «a noi guarda il popolo fedele. Ricordo il film “I bambini ci guardano”, per essere aiutato a cogliere il proprio quotidiano».

La lectio papale è ora allo studio e alla meditazione dei vescovi, come ha detto il presidente Bagnasco all’indomani nella sua relazione. L’arcivescovo di Genova ha posto l’accento anzitutto sui migranti, invitando l’Europa a fatti concreti invece di sterili polemiche. Analogamente ha fatto nei riguardi dei governanti italiani per quanto riguarda il lavoro e la famiglia, in particolare per i giovani, gli anziani e i malati. Giovedì il cardinale stesso riassume in conferenza stampa le conclusioni e indica le linee fondamentali della prossima attività, a partire dall’assemblea straordinaria di novembre, fino al Congresso del 2015 a Firenze.

A questa assemblea sono intervenuti per la prima volta 15 vescovi di recente nomina, che non hanno nascosto l’emozione per l’incontro, come Donato Oliverio, eparca della diocesi bizantina italo-greco-albanese di Lungro in Calabria, mentre il predecessore, l’emerito Ercole Lupinacci, ha dovuto rinunciarvi per un’improvvisa malattia che lo ha costretto in ospedale. Presenti anche gli abati della Badia greca di Grottaferrata, Emiliano Fabbricatore, dell’Abbazia di Montecassino, Pietro Vittorelli, di Monte Vergine, Umberto Paluzzi, l’Ordinario militare, il Nunzio apostolico in Italia, Adriano Bernardini, e il segretario della Conferenza europea, insieme ai presidenti delle assemblee di quasi tutti i Paesi d’Europa, non solo di quelli limitrofi, ma dall’Europa dell’Est, dal cardinale emerito di Praga, Miroslav Vlk, ai vescovi-presidenti di Russia, Ucraina, Bielorussia, Ceca, Bosnia, Erzegovina, Croazia, Polonia e Malta. Una partecipazione importante, mentre su quei confini sono accese minacce di guerra e l’isola maltese è drammaticamente coinvolta nelle trasmigrazioni dei profughi.

Antonio Sassone



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