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In tre Paesi per la pace

Viaggio «molto breve e molto intenso» questo pellegrinaggio di papa Francesco in Terra santa. Tre soli giorni, da sabato 24 a lunedì 26 maggio, comprensivi di partenza e rientro. Come il viaggio di Paolo VI nel 1964, con lo storico abbraccio tra il papa di Roma, Giovanni Battista Montini, oggi servo di Dio e fra pochi mesi beato, e Aristokles Spyrou Atenagora, il patriarca di Costantinopoli, la “seconda Roma”.

A cinquant’anni di distanza si rinnova l’abbraccio tra le due Rome, tra l’Occidente cattolico e l’Oriente cristiano: un’unica fede, nella Trinità e nel Cristo, lo stesso Vangelo, lo stesso «Credo», il niceno-costantinopolitano, gli stessi santi, dagli apostoli ai grandi Padri della Chiesa le cui immagini ornano le iconostasi delle chiese bizantine e la basilica di San Pietro. In cima a tutti, la Madonna, venerata e ritratta nelle splendide icone, nei mosaici, «Parthenos - La Vergine», l’«Acheropita - non dipinta da mano umana», immagini invise a imperatori folli e iconoclasti, ma ridipinte più di prima e più di prima venerate, esposte e portate in processione, e poi trasmesse al mondo slavo quando i santi Cirillo e Metodio convertirono quei popoli, ai quali donarono anche la scrittura (il cirillico, appunto).

Che cosa ci divide? Alcuni dogmi: quelli proclamati da Roma dopo il 1024, l’anno dello scisma, della “separazione”. E la questione del primato petrino, un aspetto politico, egemonico, mitigato proprio da Paolo VI, e ancora più in questi cinquant’anni da posizioni sulla collegialità, come quella che esprimeva il cardinale Carlo Maria Martini, seguito da papa Francesco che ha usato per il patriarca Bartolomeo I, il successore di Atenagora, l’espressione «il mio fratello Andrea», l’apostolo fondatore e patrono del patriarcato di Costantinopoli. Come il Papa è il successore di Pietro, il patriarca è il successore di Andrea, fratello di Pietro.

«Io la vedo negli Atti degli apostoli, la vedo nelle lettere di San Paolo», diceva Atenagora a papa Montini. E all’unisono si rispondevano. «Saremo sempre leali». Sì, sempre leali, «anche se sappiamo che ci sono delle difficoltà». I due grandi leader religiosi nell’abbraccio espressero commozione, lo definirono «un vero momento di Dio», un incontro «in presenza di Dio». Si chiamarono l’un l’altro «Santità».

Un abbraccio, quello di cinquant’anni fa, che non sancì - e non voleva e non poteva sancire - l’unione tra Chiesa cattolica romana e Chiesa ortodossa costantinopolitana, il più vicino Oriente, di cultura greca (il patriarca era nato nell’Epiro), ma anche di altre lingue e etnie, dove sorsero le prime eresie, fra cui quella di Ario. Quello del 1964 gettò un ponte, aprì un dialogo dopo dieci secoli, dal 1024, di polemiche, accuse, steccati, soprattutto di natura politica, ma anche di natura teologica. Non che fossero mai mancati approcci e tentativi di intesa, sempre arenati su scogli teologici e anche politici. Non a caso Paolo VI e Atenagora si dissero: «Mandiamo i teologi in un’isola a discutere tra loro». Comunque dopo quell’abbraccio sono state cancellate le scomuniche che le due Chiese si erano lanciate vicendevolmente.

In questo mezzo secolo si sono intensificate teorie e prassi agnostiche, il materialismo, il relativismo, ripetutamente denunciati non solo da Benedetto XVI, ma anche dai due più autorevoli Patriarchi ortodossi, quello di Costantinopoli e quelli di Mosca. Con Bartolomeo il dialogo c’è. Con Alessio lo si cerca. Bartolomeo ha studiato anche a Roma, al Pontificio istituto orientale, conosce il latino, parla il greco, l’italiano e altre cinque lingue moderne. Qui da noi ha ricevuto onorificenze e lauree honoris causa. È stato presente alla messa inaugurale di papa Francesco e nella successiva udienza alle Comunità cristiane, il 20 marzo 2013, Francesco l’ha voluto accanto a sé e Bartolomeo ha espresso il saluto a nome di tutto. In quella circostanza nacque l’idea del viaggio.

Due amici, dunque. Due uomini di Dio. Si rivedono in Giordania, Palestina e Israele. Vivono quattro momenti in comune. Il primo incontro privato, che avviene la sera di domenica 25, nella delegazione apostolica a Gerusalemme (distinta dalla Nunziatura della Santa sede che si trova a Tel Aviv), «stesso luogo, stessa stanza» in cui si incontrarono papa Montini e il Patriarca ortodosso, come hanno rilevato le fonti vaticane, col portavoce padre Lombardi. Dopo il colloquio privato e lo scambio di doni, viene firmata una «dichiarazione congiunta». Molte attese si appuntano su questo documento, che si ipotizza aprirà un nuovo percorso.

Successivamente il Papa e Bartolomeo si recheranno, separatamente, al Santo Sepolcro per un «incontro ecumenico», durante il quale commemoreranno la morte e risurrezione di Gesù e reciteranno insieme il «Padre nostro»: «Una preghiera comune in un luogo santo di Gerusalemme, in particolare nel Santo sepolcro, è qualcosa che non c'è stata mai», sottolinea Federico Lombardi. Atenagora e Paolo VI non ebbero un «momento pubblico di preghiera comune». Bergoglio e Bartolomeo nel terzo appuntamento a bordo della stessa auto raggiungono il patriarcato latino di Gerusalemme e cenano insieme ai patriarchi, i vescovi e il seguito papale. Il quarto, definitivo incontro, lunedì 26 maggio, per l’arrivederci, che avverrà nell’edificio antistante la chiesa ortodossa di Viri Galilaei sul Monte degli Ulivi, che Francesco ha raggiunto.

Questa una parte dell’intensa agenda, che include quattordici discorsi, compreso il Regina Coeli di domenica. Tre gli Stati visitati, molti gli spostamenti interni in auto, e con jeep aperta. Né «papamobile», né «jeep blindata» che la Mercedes ha allestito. Francesco non ne ha voluto sapere. Rischi? Non ne tiene conto. E i servizi di sicurezza non sembrano preoccupati.

Francesco vuole incontrare le persone, dare la mano, guardarle in faccia, magari scambiare lo zucchetto bianco con la kippah. Con la jeep scoperta passa tra i fedeli presenti alla messa del sabato pomeriggio all’International Stadium di Amman, in Giordania, e, la mattina successiva, domenica 25, prima della messa nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, in Palestina. Il seguito papale è composto dai cardinali Pietro Parolin, segretario di Stato, e dai tre cardinali responsabili delle Chiese orientali, Leonardo Sandri, dell'ecumenismo, Kurt Koch, per la promozione dell’unità dei cristiani, Jean-Louis Tauran, del dialogo interreligioso. È certo una sorprendente novità l’inclusione nella delegazione papale di Abraham Skorka, rettore del Seminario rabbinico latinoamericano, e dell’islamico Omar Abboud, ex-segretario generale del Centro islamico dell'Argentina.

Ecumenismo e pace. Questo l’obiettivo, questa la missione. Lo ha detto ai nuovi ambasciatori accreditati. Pace, «questa parola riassume tutti i beni a cui aspirano ogni persona e tutte le società umane. Anche l’impegno con cui cerchiamo di promuovere le relazioni diplomatiche non ha, in ultima analisi, altro scopo che questo: far crescere nella famiglia umana la pace nello sviluppo e nella giustizia. Si tratta di una meta mai pienamente raggiunta, che chiede di essere ricercata nuovamente da parte di ogni generazione, affrontando le sfide che ogni epoca pone» e che il commercio delle armi e le migrazioni vanificano. Il Medio oriente è oppresso da questi due flagelli. Il viaggio-pellegrinaggio assume il valore di auspicio in senso inverno. Con la buona volontà di tutti.

Antonio Sassone



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