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Ma l'Europa sparirebbe senza l'euro

E’ ampiamente risaputo, per dirla con le parole di un esperto come il Principe di Bismarck, che «non si mente mai così tanto prima delle elezioni, durante una guerra e dopo la caccia».

Detto questo, parlare dell’euro come di un «crimine contro l’umanità», o di un nuovo strumento per l’assalto al potere mondiale da parte della Germania significa dimenticare, o fingere di dimenticare, il percorso storico che ha condotto alla moneta unica e il ruolo fondamentale che in tutto ciò ha giocato il 1989, autentico spartiacque tra il “secolo breve” e i decenni successivi, ove a farla da padrone è stato il processo di globalizzazione con le sfide ineludibili che esso pone all’Europa. Si proverà pertanto in questa sede a ricostruire la genesi del sistema della moneta unica, le sue caratteristiche, i suoi punti di debolezza, per passare nel prossimo numero alle prospettive dell’Unione (e della moneta) nel nuovo scenario economico e politico mondiale.

In principio c’era il Muro. E, prima di esso, la tutela dello spazio devastato dalla guerra civile europea (1914–1945) nelle mani di potenze extraeuropee. All’ombra del Muro la nascita prima della Ceca e poi della Cee rappresentarono, sotto la spinta di sinceri sostenitori di un’Europa dei cittadini e quindi di un modello federale di Stati Uniti d’Europa, come De Gasperi, Adenauer e Schumann, lo strumento per la rinascita economica dei popoli dell’Europa occidentale e la redenzione della Germania dal gorgo del Terzo Reich. Un periodo in cui la tragedia della guerra appena terminata e l’equilibrio del terrore tra le due superpotenze avevano zittito il concerto (spesso stonato) delle potenze che era stato alla base della politica europea dai tempi della costruzione del sistema dei trattati di Vestfalia.

Ma nel 1989, contro ogni previsione, il Muro cadde in pochi giorni, e la prospettiva che pareva lontanissima della riunificazione tedesca fu resa concreta dalle modalità pacifiche con cui i tedeschi dell’Est gestirono la loro rivoluzione davanti ai media di tutto il mondo, dall’approvazione entusiasta degli Stati Uniti che nel “ritorno a Occidente” dei lander della Ddr vedevano (giustamente) la vittoria definitiva nella “guerra fredda”, e dalla accettazione a denti stretti da parte di un’Unione Sovietica ormai avviata verso l’implosione.

Al momento della grande trasformazione generata dalla caduta del Muro e della nascita di una Germania unificata superiore di gran lunga alla Francia non solo economicamente (cosa che già era ai tempi della Rft) ma anche demograficamente e quindi politicamente, il timore francese (ma anche inglese e italiano) fu che la Comunità europea si trasformasse in una “comunità del marco”. Il mutamento geopolitico imposto da una Germania di 80 milioni di abitanti al centro del continente faceva minacciare che la moneta tedesca divenisse di fatto la valuta di riserva dell’Europa, come il dollaro era (e in gran parte è ancora) quella del mondo. Ciò avrebbe significato che la Germania, tramite la Bundesbank (e l’industria manifatturiera), avrebbe esercitato una piena sovranità economica e politica sull’Europa, così come gli Usa, tramite la Fed (e le portaerei nucleari) esercitano ancora oggi, anche se in presenza di sempre più accaniti competitor, sul mondo.

Il risultato di questo dilemma geopolitico franco-tedesco è stato il trattato di Maastricht e quindi la nascita dell’euro, fortemente voluto soprattutto dalla Francia di Mitterrand e accettato con dolore dai tedeschi, che nel marco vedevano il simbolo della redenzione postbellica e della ricostruzione di un “Paese normale”. Per molti versi è stato un errore creare la moneta unica per motivi sostanzialmente politici, in assenza di una preventiva sufficiente convergenza tra le economie dei Paesi membri, ma un errore inevitabile. Se infatti da un lato Helmut Kohl ancora alla vigilia della firma del trattato affermò che l’Unione politica rappresentava la controparte essenziale dell’Unione economica e monetaria, la Francia scelse e la nuova Germania unificata accettò una strada differente, anche per esorcizzare l’incubo di un nuovo accerchiamento e «per assicurare la pace, libertà e stabilità nel XXI secolo» (ancora Kohl). Gli Stati nazionali s’erano rivelati più longevi di quanto i padri fondatori della Cee postbellica avessero sperato.

I francesi, in sostanza, ritennero essenziale, per limitare i rischi dell’egemonia tedesca, annacquare la forza di attrazione del marco nel contesto di una comune valuta europea e la potenza della Bundesbank in quella di una Banca centrale europea, nella quale la Germania, per quanto potente, avrebbe avuto a disposizione, come qualunque altro Paese membro, per quanto irrilevante, uno o al massimo due voti. I tedeschi abbozzarono ma, come ovvio, non gratuitamente. La Germania fu costretta ad abbandonare il proprio progetto di Unione politica dalla assoluta indisponibilità dei francesi a condividere la loro sovranità, ma pretese e ottenne per la costruzione della moneta unica e del sistema europeo di Banche centrali a guida Bce l’adesione dei partner alla propria “cultura della stabilità” fiscale e monetaria.

I parametri di Maastricht, gli strumenti (e gli obiettivi) affidati alla Bce rappresentano null’altro che l’implementazione del modello Bundesbank come guida della politica monetaria dell’Eurotower. Il tutto a fronte ad un gruppo di Paesi che non riesce a convergere, e dove le distanze tra il Centro virtuoso, il Sud inefficiente e quell’autentico enigma che è la Francia, in perenne ritardo ma troppo grande per essere abbandonata dalla Germania senza far crollare tutto il sistema, faticano a ridursi.

L’euro può quindi essere visto anche come un errore, ma che assomiglia molto alla democrazia definita da Winston Churchill come la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre. Che cosa sarebbe stata infatti l’Europa senza il trattato di Maastricht, l’euro e la Bce? Fare della storia controfattuale è sempre rischioso, e gli specialisti non lo amano, ma nel caso specifico non sembra impossibile affermare che, sul piano economico e monetario, la Francia, l’Italia, la Spagna e gli altri Paesi dell’attuale Eurozona sarebbero satelliti della Bundesbank, senza possibilità di condizionarne le scelte, almeno non con mezzi economicamente pacifici. La Germania dominerebbe i mercati dell’Europa orientale post-comunista, che sarebbe una grande “area del marco”, ma tuttavia insufficiente a fare massa critica di fronte ai vecchi e nuovi giganti globali. In più si troverebbe in mezzo tra una Russia desiderosa di revanche e una Europa occidentale gelosa e sempre più preoccupata.

Ancora una volta la sindrome post-bismarckiana dell’accerchiamento. Altro che sovranità monetaria dell’Italia! Ogni crisi internazionale per il nostro Paese diverrebbe un nuovo 1976 o un nuovo 1992, senza l’ombrello che oggi è garantito dalla Bce, ove, anche molto recentemente, si è potuto vedere che, in presenza di una figura di assoluto rilievo come quella di Mario Draghi, lo stesso presidente della Bundesbank ha preferito riconoscere la possibilità, per garantire la stabilità dell’Eurozona, di utilizzare strumenti ai quali di propria iniziativa la Banca tedesca non sarebbe mai stata disposta a ricorrere.

(1 – contiua)

Antonio Abate



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