Un'Italia da brivido

L’Italia è oggi di fronte a tre questioni di enorme interesse pubblico, con riflessi immediati e corposi sulla vita di moltissimi cittadini. La prima (anche se l’ultima a manifestarsi in tutta la sua gravità) è l’evidente cedimento dello Stato di fronte ai comportamenti di diversi gruppi sociali, dalla malavita organizzata ormai in tutte le Regioni, all’evasione fiscale praticata in molti ambienti, alle tifoserie sportive caratterizzate dalla violenza, come è accaduto sabato sera scorso a Roma intorno e dentro allo Stadio olimpico.

La seconda questione è l’incapacità della politica, a tutti i livelli, a dare luogo alle riforme che tutti giudicano necessarie, a cominciare dal governo in carica che promette molto ma realizza con estrema difficoltà poche cose, mentre le opposizioni (la destra tradizionale e berlusconiana, la Lega e soprattutto il M5S di Beppe Grillo) non hanno altro scopo immediato che quello di vincere le imminenti elezioni europee e poi precipitarsi a chiedere il voto politico nazionale con la fine della legislatura, prima che una qualsiasi riforma e qualsiasi programma di ripresa economica possano essere realizzati.

La terza questione di enorme interesse è naturalmente la crisi economico-finanziaria, sulla quale lo sguardo internazionale sul nostro Paese continua a non essere ottimistico, nonostante alcuni pallidi sintomi di ripresa. Il governo Renzi, in carica dal 22 febbraio, ha approvato finora 10 decreti legge e 4 disegni di legge, e ha chiesto e ottenuto 5 volte la fiducia (risicata): sul decreto legge per prolungare la missioni militari all’estero, sul disegno di legge Delrio che elimina le province elettive, sul decreto legge enti locali (il cosiddetto Salva Roma) sul decreto Poletti che liberalizza i contratti a termine e su quello riguardante le tossicodipendenze (l’elenco è stato pubblicato lunedì 5 maggio sul «Corriere della Sera»).

In diverse circostanze l’opposizione non si è manifestata solo nella destra, ma anche nell’interno del Partito democratico, dove soprattutto la riforma del lavoro è considerata un fortissimo rischio elettorale, rispetto alla sinistra di base, ma anche al sindacato.

Finora la decisione più importante sembra essere il bonus da 80 euro che da questo mese di maggio andranno nelle buste paga di dieci milioni di lavoratori dipendenti con redditi da lavoro fra 8 mila e 24 mila euro l’anno; il provvedimento riguarda per ora solo il 2014, e deve essere reso permanente entro il mese di ottobre con la prossima Legge di stabilità (ammesso che il governo allora sia ancora in vita…).

In realtà la situazione politica è resa snervante non solo per il governo, per il Parlamento e per i partiti, ma anche per i cittadini che la seguono attraverso i media, dalla crescente sfiducia nel sistema, che rischia di manifestarsi in misura drammatica il 25 maggio prossimo, con le elezioni europee e quelle regionali (come in Piemonte) e in alcune migliaia di Comuni. Il pericolo è doppio: che aumenti il già alto astensionismo dalle urne e che il partito di governo sia fortemente avvicinato, nei risultati, dal Movimento di Grillo e, forse, dalla resistenza di Forza Italia alla crisi interna determinata dalla condanna di Berlusconi ai servizi sociali e al possibile “tradimento” di parte del suo elettorato verso il Nuovo centrodestra e l’alleato “cattolico” (l’Udc).

Gli argomenti di dissenso dal governo sono diversi: soprattutto la riforma del Senato (criticata anche dalla minoranza democratica antirenziana) e quella della pubblica amministrazione (criticata in settori particolari, come la magistratura, le prefetture, le province, con l’appoggio dei relativi sindacati). Il tutto, nel quadro di una spending review che tocca molti gruppi sociali, tenaci nel riconoscere che gli “sprechi” sono sempre solo quelli degli altri, non i propri.

Non solo: l’impegno a ridurre la spesa sulla fabbricazione degli aerei supercaccia F35 si presta alle critiche internazionali nella Nato e in particolare negli Stati Uniti, mentre permangono, anzi si aggravano, gli effetti prodotti sull’economia, sull’equilibrio sociale e sulla sicurezza dei cittadini dal continuo crescere dell’immigrazione “selvaggia”, non solo dalle coste africane ma anche dalla Siria, attraverso il Mediterraneo. I centri di accoglienza risultano sempre meno sufficienti, e così le risorse necessarie a finanziare l’assistenza sanitaria degli immigrati e a promuovere l’istruzione dei loro figli, e così via.

Infine, l’Italia sta per diventare per sei mesi la “governatrice” dell’Unione europea, si immagini con quanta stima iniziale da parte degli altri Stati partners. Soprattutto in un momento in cui, grazie alla crisi in Ucraina, la prospettiva di una terza guerra mondiale, o perlomeno continentale, non è poi così evanescente e lontana come si potrebbe credere, visto l’interesse della Russia di Putin a riportare in gioco il prestigio militare e politico internazionale della dissolta Unione sovietica.

Detto tutto questo, non ci mancava che quanto è successo sabato scorso a Roma. Due tifoserie, la napoletana e la fiorentina, hanno dato luogo all’incredibile emergere di un fenomeno non inatteso ma non per questo meno grave: che il calcio nazionale “tratta” ormai abitualmente, da anni, con un sistema di sostegno delle singole squadre che si avvale di metodi camorristici e di violenza per imporre i propri ordini. Come si è visto allo stadio romano, quando un leader incontrastato degli ultras del Napoli, di nome Tommaso De Gennaro, detto “Genny ‘a carogna”, si è seduto a cavalcioni della rete di divisione della “sua” curva e di lassù ha trattato con il capitano della sua squadra se e come fare svolgere la partita finale della Coppa Italia con la Fiorentina. Questo, sotto gli occhi smarriti del primo ministro Renzi e del presidente del Senato Grasso.

“Genny”, fra l’altro, aveva una maglietta su cui era scritto «Speziale libero», cioè l’invito a far uscire dal carcere Antonino Speziale, condannato a otto anni per omicidio preterintenzionale ai danni dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, morto il 2 fabbraio del 2007 a Catania per il lancio contro di lui di un sottolavello in acciaio sradicato dai bagni dello stadio Massiminio durante uno scontro fra tifosi catanesi e del Palermo. De Tommaso è figlio di un camorrista, e il leader di uno di quei gruppi di ultras che, secondo i magistrati napoletani, «hanno un carattere verticistico con regole ferree imposte dai capi e la pretesa di considerare la porzione di curva di proprietà provata, sottratta alle leggi dello Stato e vincolata alla sola legge della curva».

Questo, mentre si diffonde fra la polizia l’amara impressione di essere considerata uno strumento di potere statale che esercita la propria funzione di pubblica sicurezza con la violenza, come in alcuni casi si è voluto mettere in evidenza. Così è troppo: qualcuno può sbagliare, ma lo Stato non può e non deve  dimettersi, davanti ai troppi “Genny” che dominano negli stadi.

Beppe Del Colle



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