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25 maggio un incubo sull'Europa

Fuori dall’Europa c’è l’Africa. Basterebbe questa considerazione, ancorché semplicistica e persino brutale nella sua immediatezza, per smorzare gli entusiasmi indipendentisti e centrifughi che arroventano la campagna elettorale in vista delle elezioni europee del 25 maggio.

Può sembrare paradossale iniziare un discorso sulle problematiche del Vecchio Continente partendo dall’esterno, ma spesso, per apprezzare ciò che diamo per scontato, bisogna confrontarsi con chi non ce l’ha. Basta guardare alle migliaia di migranti che rischiano la morte nelle acque del Mediterraneo per raggiungere quella che ai loro occhi è una “terra promessa”, o rivolgere lo sguardo a nazioni come Ucraina e Bosnia, dove la popolazione è disposta a salire sulle barricate per sostenere l’adesione alla Ue, per capire come l’Europa rappresenti tuttora il sogno di una vita migliore per milioni di persone.

Sentimenti opposti a quelli manifestati ultimamente da una fetta crescente di cittadini europei, che sempre più vedono nell’Unione una sorta di matrigna cattiva, fatta di vincoli burocratici, normative vessatorie e politiche recessive, fonte di tutti i mali che sembrano determinare l’attuale crisi economica, che ha sensibilmente intaccato i livelli di benessere a cui eravamo abituati. Un atteggiamento in parte comprensibile, visto il perdurare e il progressivo aggravarsi di una recessione che, nonostante le ricorrenti rassicurazioni, sembra ancora lontana dall’essere superata e continua a incidere pesantemente sulle nostre vite, in termini economici e di prospettive future. Tuttavia, chi individua nell’Ue, e in particolare nell’euro, la causa di tutti i mali, sbaglia bersaglio. E rischia di consegnare il proprio destino nelle mani di politici populisti, che cavalcano la crisi per opportunismo, in caccia di facile consenso, ma che in caso di vittoria rischierebbero di produrre sfaceli ancora peggiori, compreso lo sgretolamento dell’Unione. O, perlomeno, questa, come le considerazioni che seguono, è l’opinione di chi scrive e che cercheremo di documentare, con la consapevolezza di doverci confrontare con pareri opposti o divergenti, in un confronto reso aspro dalla criticità della situazione e dalla campagna elettorale incombente.

In quest’ottica, cerchiamo di delimitare subito i termini del ragionamento: il vero problema non è se uscire o meno dall’Unione e dall’euro, bensì piuttosto capire quale Europa vogliamo, valutare quella che c’è adesso e individuare un percorso di cambiamento. Parliamoci chiaro: in un mondo globalizzato, dove persino colossi economici e demografici quali Usa, Cina, India, Brasile, sono alla continua ricerca di partnership e alleanze per sopravvivere alla esasperata competitività attuale, quali spazi potrebbero avere le lillipuziane nazioni europee, al di fuori di una Unione che le coalizzi? Piuttosto, quello che si dovrebbe fare è aumentare le sinergie fra i vari Paesi dell’Ue, impostando politiche comuni e condivise che mirino finalmente a creare quella auspicata “Europa dei popoli” che era negli intendimenti dei padri fondatori, ma che si è risolta in una fredda e speculativa “area di libero scambio” commerciale dove a farla da padrone sono visioni economiciste che hanno svenduto il bene comune in nome del profitto e messo al centro il capitale al posto della persona.

Una “evoluzione” che ha portato l’Europa, sostanzialmente, a rinnegare sé stessa: il continente più umanista ha dimenticato l’uomo, e lo “sviluppo” si è trasformato in una semplice crescita economico-finanziaria, i cui dividendi peraltro da tempo non vengono più equamente distribuiti, finendo per arricchire a dismisura élite arroccate nei propri privilegi anziché contribuire a un generalizzato benessere. Anzi, la stragrande maggioranza della popolazione ha visto diminuire le proprie entrate, assottigliarsi i risparmi e diminuire le tutele sociali, a seguito dei “sacrifici” imposti in nome di ricette di risanamento che lasciano intatti i privilegi delle classi dominanti e che non hanno finora mostrato di portare a miglioramenti significativi e la cui reiterazione rischia di mettere in pericolo non solo la sopravvivenza dell’Unione, ma l’essenza stessa di un’Europa che, trovando il giusto compromesso fra esigenze produttive, tutela dei cittadini e implementazione dello stato sociale, era arrivata ad essere la punta di diamante dello sviluppo del pianeta, ammirata e invidiata dal resto del mondo.

Una condizione privilegiata che ora rischiamo di sperperare e distruggere in breve tempo, a causa di decisioni di governance ottuse, che stanno aumentando malessere e malcontento in maniera esponenziale e fertilizzando la crescita dei movimenti antieuropeisti, pronti a smembrare l’Unione per tornare agli Stati-nazione, un percorso antistorico e destinato al fallimento, ma che gode di un consenso crescente fra l’elettorato. Lo hanno dimostrato in misura eclatante le recenti amministrative in Francia, con l’impennata della destra xenofoba e anti-europeista del Front national, lo ha ribadito il successo del partito nazionalista in Ungheria, lo si vede da noi con l’avanzare di vari populismi ricchi di slogan e poveri di contenuti. Un panorama preoccupante e dagli esiti incerti, che può trovare una chiave di lettura analizzando quello che è il caso paradigmatico della crisi europea.

Parliamo naturalmente della Grecia, esempio eclatante degli errori (e della malafede) di una classe dirigente, politica ed economica che, con le proprie direttive rigoriste, impopolari e paradossalmente controproducenti, ha messo in ginocchio un Paese che, pur avendo colpe oggettive, poteva essere salvato limitando i danni ed evitando quelle fibrillazioni che hanno rischiato di innescare un pericoloso domino di tracolli finanziari a catena delle economie deboli, i famigerati Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). L’avventura europea della Grecia era già partita male, truccando i conti e nascondendo le reali dimensioni del deficit di bilancio per poter aderire subito alla Ue. Ma gli ellenici non sono stati i soli a farlo, e l’ex ministro delle Finanze Christodoulakis, che reggeva il dicastero al momento dell’ingresso, ha dichiarato: «Tutti lo sapevano. I criteri di convergenza sono stati applicati in maniera flessibile per tutti i membri fondatori dell'euro».

Come se non bastasse, subito dopo l’ingresso nell’euro Atene si affida alla banca d’affari Goldman Sachs per ristrutturare il proprio debito pubblico con una complessa operazione di swap e derivati, i cui esiti si rivelano controproducenti e finiscono con l’aumentare il passivo anziché ridurlo, avvicinando il Paese al default. A quel punto (siamo nel 2005) il debito inizia a impennarsi fino a quando, nel 2009, gli investitori stranieri temono di non poter rientrare dei propri capitali. A quel punto interviene la cosiddetta “troika” (Fmi, Bce, Ue), che concede aiuti economici alla Grecia in cambio di misure draconiane: taglio di pensioni, stipendi, sanità, stato sociale e posti di lavoro nella pubblica amministrazione, obbligo di avviare una serie di privatizzazioni e aumento delle tasse.

Giunge così a compimento quel percorso di cessione di sovranità dalla politica all’economia che Bruxelles aveva avviato da tempo, con le istituzioni finanziarie che dettano la linea all’esecutivo di Atene: un paradosso amarissimo, che di fatto uccide la democrazia proprio dove era nata venticinque secoli prima. Il risultato attuale è un Paese sfasciato, con quasi il 30 per cento di disoccupazione, stato sociale azzerato e miseria diffusa, che tira avanti grazie agli aiuti umanitari, come in Africa. E dove l’agone politico si è polarizzato, col crollo dei partiti tradizionali e l’ascesa di movimenti con visioni opposte sull’Europa: da un lato i neonazisti di Alba dorata, nazionalisti decisi a uscire dall’Ue, dall’altro la rinata sinistra del carismatico Tsipras, che punta alla presidenza della Commissione europea per cambiare completamente indirizzo alle politiche comunitarie, entrambi con scarso peso a livello continentale, ma in forte crescita nella madrepatria.

Se le politiche europee non cambiano drasticamente e in fretta, ma restano quelle che hanno rovinato la Grecia, prepariamoci a vedere il ripetersi delle stesse dinamiche anche in altri Paesi, fenomeno parzialmente già in atto.

(1 – continua)

Riccardo Graziano



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