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L'Africa dove ai bambini si insegna solo a odiare

In nessun altro posto al mondo la frammentazione sociale tra clan, etnie e tribù locali è così marcata come in Africa. Convivono all’interno di confini più politici che culturali. Stremati da decenni di arretratezza, sfruttamento e miseria non perdono occasione per farsi la guerra.

Con il pretesto di affermare gli uni sugli altri tradizioni e diritti, i clan usano questioni di principio per ottenere il potere. Non di rado queste faide vengono chiamate «guerre dimenticate». Il 9° Rapporto sulle crisi dimenticate nel mondo (2013), presentato da Medici senza frontiere, contiene cifre allarmanti. Lo scorso anno lo spazio che i telegiornali italiani hanno dedicato a crisi, emergenze umanitarie e sanitarie è stato pari al 4 per cento. Il più basso dal 2006.

«Poiché di solito avvengono in territori dove non c’è petrolio, non ci sono diamanti, nessuno ne parla. Salvo quando si vogliono strumentalizzare queste lotte tra clan rivali per indurre una guerra internazionale. Questo è quello che è accaduto in Congo quando hanno scoperto il coltan e in Ciad con il petrolio». Milena Ribotto continua il suo racconto di medico e operatore umanitario facendoci scoprire un altro aspetto di conflitti che seppur definiti a «bassa intensità» mettono in atto violenze orribili su civili, donne e bambini.

«Di solito si tratta di faide tra nomadi e stanziali che non usano armi convenzionali come bombe o mine. Sono alla ricerca di terre per gli animali e pozzi per il bestiame. Anche loro sono armati, ma utilizzano armi rudimentali: lance, bastoni, pietre. Sono violentissimi e il loro unico obiettivo è la distruzione di tutto ciò che appartiene all’altro clan. Ciò che li muove è il puro odio razziale. Incendiano i raccolti, inquinano i pozzi, uccidono i bambini e squartano le donne incinte per estinguere la stirpe. Sono scene agghiaccianti che purtroppo ho visto con i miei occhi. Non c’è una spiegazione che possa in qualche modo dare un senso a tutto ciò, se non partire dall’idea che in questi posti la vita di un essere umano non ha alcun valore».

Come si affronta tutto questo? C’è lo sgomento, ma anche una triste consapevolezza: ogni mezzo è sacrificabile per ottenere ciò che si vuole. Certo non consola, ma permette di andare avanti «senza cercare quelle risposte che non arriveranno mai». «Il personale medico deve essere neutrale e curare tutti i feriti, di tutte le fazioni, senza distinzione. Ma l’ospedale come struttura si trova fisicamente in un territorio, che sta da una parte oppure dall’altra. E le richieste allora diventano scontate: si cerca di convincere i medici a curare solo i membri di una delle due fazioni in lotta. In altri casi vogliono che l’organizzazione per cui lavori prenda una posizione a loro favore per proteggerli oppure per rappresentarli».

Uno degli aspetti più difficili da tollerare riguarda gli abusi e le violenze sui bambini. Guerre internazionali, faide tra forze governative e mercenari, conflitti tra clan: i bambini vengono sempre armati e addestrati ad uccidere. I bambini soldato della Sierra Leone sono solo il simbolo tristemente noto di una violenza fisica e psichica tanto selvaggia quanto diffusa da queste parti, come spiega la dottoressa Ribotto: «Le famiglie, molto povere, vendono i figli per garantire loro un pasto sicuro. I bambini vengono armati per uccidere altri bambini. Viene loro insegnato a odiare. Con un bambino è tutto molto più semplice che con un adulto. In primo luogo perché sono acritici, non si pongono domande, e quindi possono essere manipolati con estrema facilità. In seconda battuta per una questione essenzialmente pratica: sono piccoli, entrano nei buchi e corrono velocemente».

Paradossalmente nelle guerre tra clan il bagno di violenza non tocca direttamente gli operatori umanitari, che spesso vengono considerati più una risorsa che un nemico da combattere: «Non ce l’hanno con te e quindi è meno pericoloso rispetto a missioni con conflitti militari in atto». Anche se il pericolo di essere manipolati esiste comunque. «Non ci sono media. Non c’è il clamore della ribalta internazionale. E l’ospedale attira sempre l’attenzione. Rubano i farmaci e sono convinti che le organizzazioni internazionali abbiano un potere contrattuale con il governo che può essere usato a loro vantaggio. In realtà questo potere esiste, ma viene utilizzato esclusivamente per prendere accordi in ambito medico».

E quando si torna casa? «In televisione e sui giornali non vedi e non leggi mai nulla di quello che ti sei appena lasciato alle spalle», conclude Ribotto. «Chi ha vissuto queste esperienze e conosce le problematiche di questi luoghi sa quali sono le emergenze sanitarie, le difficoltà che si incontrano ogni giorno per poter reperire un farmaco, per poter garantire ai malati una condizione di pseudo normalità. Così affrontare anche l’indifferenza dei media, del governo e dell’opinione pubblica diventa spesso intollerabile. C’è qualcosa, però, che è ancora peggio del silenzio: la mistificazione. Bugie assurde vengono spacciate per verità, mentre guerre religiose nascondono obiettivi economici e strategici di ben altra portata».

Barbara Giambusso

 



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