Porcellum condannato. E adesso?

Come sempre, da un po’ di tempo, nulla è possibile dire su che cosa sta per accadere nella politica italiana. Mentre tutto, paradossalmente, sembra pronto a essere realizzato. Prendiamo il caso di lunedì scorso, 13 gennaio.

Il giorno prima era apparsa sul «Corriere della Sera» un’ampia intervista con Matteo Renzi, neo segretario del Pd, da cui si traeva questa previsione: entro giovedì 16 gennaio egli avrà ascoltato e analizzato le convinzioni del gruppo dirigente del suo partito, ampiamente da lui “rottamato” e ringiovanito, ad esempio con la trentaduenne Maria Teresa Boschi, eletta presidente di una Commissione parlamentare e ospite renzianamente autorevole di Lucia Annunziata nella puntata di «In Mezz’ora» della medesima domenica. Tutto chiaro, sulle intenzioni di Renzi circa il programma di un possibile governo da lui guidato sulla legge elettorale, sul lavoro, sulle riforme istituzionali: unica riserva, quando, come, con chi quel tutto sarà deciso nelle prossime due settimane.

Ma verso sera, Renzi irrompe inatteso al Quirinale e va a parlare con il presidente della Repubblica per dirgli che cosa? Che a lui non interessa un qualsiasi “rimpasto” nel governo attuale. Cioè, non ha suoi sostenitori nel partito che intenda mandare al posto di alcuni ministri di Enrico Letta che non piacciono alla maggioranza del Pd (a cominciare dalla titolare dell’Agricoltura, Nunzia De Girolamo, coinvolta in un caso di corruzione in Campania). Quello che gli preme di ottenere da Napolitano è il consenso alla priorità delle priorità: la legge elettorale in sostituzione del Porcellum. Anche qui, sappiamo cosa vuole Renzi (una legge che solidifichi la governabilità del Paese), ma non come la vuole; ha proposto tre modelli di offerta al popolo degli elettori, ma non si sa quale lui in persona preferisca.

Nel frattempo, sempre lunedi, viene resa pubblica la motivazione della sentenza che la Corte costituzionale ha emesso qualche settimana fa per la incostituzionalità parziale di quel Porcellum. Una decisione che, secondo Michele Ainis sul «Corriere della Sera» di martedì, rappresenta «uno schiaffo ai partiti», invitati a fare finalmente quello che avrebbero dovuto fare da anni: preparare una legge elettorale in grado di consentire agli elettori di scegliere fra i candidati al Parlamento. In sostanza, insiste Ainis, «si può arrivarci anche con le liste bloccate “corte”, tipiche del modello spagnolo, sulle quali la Consulta accende il verde del semaforo. O con un maggioritario, che tuttavia non forzi oltremisura il principio dell’eguaglianza del voto, evocato a più riprese in questa decisione». Adesso spetta decidere al Parlamento, perfettamente legittimo anche se votato con una legge incostituzionale.

Sempre nel frattempo, il partito più screditato dai politici tradizionali, il M5S, infrange un proprio mito: quello che Beppe Grillo e il suo mentore ispiratore Casaleggio abbiano sempre ragione. L’ennesimo referendum sul suo blog lo contraddice sul reato di immigrazione clandestina, che il leader vorrebbe conservare, mentre la maggioranza degli iscritti vuole la sua abrogazione.

E, infine, cosa si farà in Piemonte? La sentenza con cui il Tar regionale ha delegittimato il voto che ha dato la maggioranza al centro-destra e il governo della Regione al leghista Cota sarà annullata con un ricorso dello stesso Cota, o si andrà a votare entro quest’anno per rinnovare il Consiglio regionale?

Ecco: tutto si può immaginare su quello che potrà accadere, ma fare previsioni è impossibile. Anche dove sembrerebbe più facile: in Forza Italia, dove da vent’anni Berlusconi fa e ottiene tutto quello che vuole. Per ora, non ha ancora deciso se può immaginare come nuovo segretario il giovane giornalista tv Toti, o se i “falchi” suoi fedelissimi conserveranno la prevalenza nel gruppo dirigente del partito.

(b.d.c.)



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