Riformare la scuola scommessa difficile

Alcuni dati resi noti in queste settimane hanno ridimensionato la relativa soddisfazione con cui ai primi di dicembre sono stati accolti i risultati della rilevazione dell’Ocse sugli apprendimenti scolastici dei quindicenni italiani comparati con quelli dei loro coetanei di altri 60 Paesi circa. Come si ricorderà i dati Ocse documentavano un lieve progresso rispetto al 2009 (data della precedente indagine) e un discreto avvicinamento alla media standard. 

I nuovi dati purtroppo segnalano criticità non ancora risolte per quanto note da tempo: ancora troppi alunni (oltre il 17 per cento) abbandonano il percorso scolastico senza conseguire un titolo di studio (siamo ben lontani dal 10 per cento individuato come obiettivo europeo per il 2020); le condizioni edilizie di numerosi istituti risultano assai precarie se ben il 38 per cento dei locali nei quali si fa scuola risultano «inadatti» o «bisognosi di interventi». Il che significa che oltre un terzo degli studenti è sistemato in locali che presentano deficit di sicurezza, di manutenzione o semplicemente di pulizia.

Se la «casa della scuola» non è accogliente o poco accogliente non solo si lancia ai giovani un segnale negativo, ma, stando agli esperti, si contribuisce altresì ad abbassare la qualità degli apprendimenti perché è dimostrata la correlazione tra il livello di conoscenze degli studenti e l’idoneità o meno degli ambienti scolastici.

Il presidente Letta e il ministro Carrozza hanno più volte indicato nella scuola un settore prioritario e strategico per il futuro del Paese. Per dimostrare, nei fatti, il proposito di dare seguito alle dichiarazioni è stato approvato a dicembre un piano di interventi che, per quanto modestamente finanziato (400 milioni appena), costituisce tuttavia un’inversione di tendenza almeno simbolica rispetto a quanto, dal 2008 in poi, è accaduto con severi tagli alla spesa dell’istruzione.

Sulla scena politica si è frattanto affacciato il nuovo segretario del Pd, Matteo Renzi, che in materia scolastica ha le idee molto chiare. In occasione delle primarie del 2012 aveva promesso forti investimenti sulla scuola, sia sul piano della formazione e incentivazione dei docenti, sia su quello strutturale (edilizia e tecnologia didattica); un nuovo sistema di valutazione degli istituti scolastici, anche al fine di selezionare e premiare i dirigenti scolastici migliori; la revisione complessiva delle procedure di assunzione dei docenti e una formazione in servizio obbligatoria finalizzata alla progressione di carriera; la valutazione e l’incentivazione degli insegnanti attraverso premi economici annuali ai migliori.

Queste idee sono state riprese nei mesi scorsi in occasione delle nuove primarie del Pd con una particolare attenzione al ruolo sociale ed educativo svolto dagli insegnanti. «Vorrei ridare autorevolezza e credibilità agli insegnanti», ha promesso il sindaco di Firenze, aggiungendo a proposito della carriera dei docenti che «si può essere di sinistra anche dicendo che “carriera” non è una parolaccia» e che «se premiamo gli insegnanti con il merito lo facciamo per premiare gli insegnanti più bravi, non per penalizzare gli altri».

Renzi ha anche anticipato di voler riformare la scuola «in un orizzonte di vent’anni, a partire dalle scuole medie», che a suo parere sono il vero problema della scuola italiana: «La grande scommessa è scatafasciare il programma delle scuole medie, sapendo che i ragazzi oggi sono pieni di informazioni ma in difficoltà di comprensione». Non sanno riassumere ed elaborare e avrebbero, invece, bisogno di essere avvicinati «alla bellezza del vivere in modo diverso dai programmi di oggi».

Naturalmente si tratta ora di capire come queste proposte si possano tradurre in realtà sia sotto il profilo della copertura economica sia rispetto alla contrattazione con il mondo sindacale che,  soprattutto circa la carriera dei docenti, è sempre stato alquanto diffidente verso la loro valutazione e la premialità destinata ai migliori. Qualche anno orsono, per esempio, una semplice sperimentazione avviata dal ministero per sondare il terreno in tal senso (il progetto noto come «Valorizza») suscitò una reazione negativa esagerata proprio nei sindacati e a causa delle proteste dei docenti fu a stento portato a termine.

Quanto all’ambizioso obiettivo di «riformare la scuola in vent’anni» e alla strategia perseguita per raggiungerlo «ascoltando chi nella scuola ci vive ogni giorno» il neo segretario del Pd (e il ministro dell’Istruzione Carrozza che ha lanciato, a sua volta, il progetto di una Costituente della scuola per raccogliere indicazioni e suggerimenti) dovrà fare tesoro delle difficoltà (e, ahimé, dei fallimenti) incontrate da due suoi predecessori in anni andati.

Come certamente i lettori ricorderanno, Luigi Berlinguer e Letizia Moratti tentarono tra il 1996 e il 2006, con progetti politicamente orientati in modo diverso, ma attuando strategie di ascolto della scuola molto simili tra loro e analoghe a quelle promesse da Renzi, di avviare un imponente riordino del sistema scolastico italiano. Durissimo fu lo scontro con il mondo degli insegnanti che oppose alle due riforme un vero e proprio muro fatto di diffidenza, incomprensione, difesa dello status quo. Berlinguer fu addirittura costretto a rinunciare al ministero e la Moratti finì ingloriosamente il suo incarico.

Non basta ascoltare insegnanti, genitori, studenti, amministratori locali per imbastire una buona riforma. Dall’ascolto al cambiamento reale c’è molta strada da percorrere (e non solo in termini di risorse economiche) e questa strada è rappresentata dal convincimento degli oltre 700 mila docenti in servizio che la via nuova è migliore di quella vecchia. Impresa davvero assai impegnativa da far tremare le vene e il polsi.

Tanto vale allora lasciare le cose come stanno? Neppure per sogno e Renzi ha ragione nel mettere la scuola al centro dell’impegno del governo, ma con l’avvertenza di non volare troppo alto, senza cercare la strada della riforma che risolve tutti i problemi. Gli esperti più accreditati a livello internazionale da tempo hanno abbandonato l’idea che i sistemi scolastici dei Paesi più avanzati si possano riformare con un’unica iniziativa, per esempio una legge, anche quando questa è oggettivamente buona e valida. Sta prevalendo l’opinione che il miglioramento dell’istruzione passi attraverso la valorizzazione di tutte le risorse disponibili (comprese quelle delle scuole paritarie, spesso dimenticate), le “buone pratiche” attuate nei singoli istituti e soprattutto accorte politiche del personale.

Perché questo sia possibile è diffusa la convinzione che occorra potenziare la formazione dei docenti (non basta dire che è un obbligo, se poi non ci sono soldi per finanziarla), migliorarne la selezione cercando di reclutare i laureati più bravi (e non solo quelli che non trovano un altro lavoro) e aprire un largo credito verso le iniziative locali e cioè ampliare le maglie dell’autonomia (mentre oggi si registra la tendenza a un neo centralismo ministeriale).

Nel gestire il personale docente, in particolare, occorrerà tenere conto dell’invecchiamento dei maestri e professori, già oggi i più vecchi, oltre ad essere i peggio pagati, dell'intera area Ocse come risulta dall'ultimo Rapporto Education at a Glance 2013, secondo il quale quasi i due terzi hanno più di 50 anni, con picchi d'età prevalenti intorno ai 60 anni; gli ultracinquantenni sono poco meno del 48 per cento nella scuola primaria, il 61 per cento nella secondaria di primo grado e quasi il 63 per cento alle superiori, mentre la media Ocse non supera il 35 per cento. In Italia gli insegnanti sotto i 30 anni sono appena 27 su mille, mentre nella media Ocse sono oltre il 10 per cento.

Senza cadere nell’ingenua illusione che i giovani insegnanti, in quanto giovani, siano automaticamente più efficaci dei docenti più esperti (l’esperienza a volte dimostra proprio il contrario), va tuttavia riconosciuto che c’è bisogno di loro come del pane: per l'età e quindi le energie necessarie (l'insegnamento, anche se non riconosciuto ufficialmente, è un lavoro usurante), per la capacità di affrontare le sfide delle nuove tecnologie, ma anche per la maggiore affinità generazionale con gli studenti, soprattutto alle superiori.

Se nei prossimi anni Renzi e suoi riusciranno a mettere a punto almeno una politica del personale che rappresenti un deciso stacco con il passato, spesso condizionato da una sindacalizzazione dei problemi talvolta miope, sarà già un bel passo avanti.

Giorgio Chiosso

 



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