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La Germania si sente accerchiata

In questi primi giorni dell’anno i tedeschi si sentono accerchiati. I burocrati di Bruxelles hanno scoperto un mezzo semplice per risolvere il problema dei poveri, dei disoccupati, degli sfortunati della Comunità: andate in Germania e chiedete le misure sociali previste per ogni cittadino. Berlino, secondo i commissari della Ue, non avrebbe il diritto di discriminare a priori chi viene da fuori, ma si deve decidere caso per caso.

E´una di quelle pretese che a prima vista potrebbero anche essere ritenute giuste, ma che finiscono per ottenere il contrario e provocare un´ondata di risentimento. «L‘Europa vuol farsi mantenere da noi», intitola la popolare «Bild Zeitung», «non possiamo mantenere tutti gli europei». E se ne avvantaggiano i politici populisti e cinici.

La pretesa è assurda. Si chiede in particolare che venga concesso il cosidetto Hartz IV, l’assegno sociale da non confondere con il sussidio di disoccupazione, che equivale al minimo vitale (341 euro, più l’alloggio e tutte le spese connesse), a cui ha diritto ogni tedesco anche se non ha mai lavorato un solo giorno nella sua vita. Lo riscuotono gli stranieri residenti in Germania, purché abbiano il permesso di soggiorno. Questo è l’inghippo: per avere una residenza ufficiale bisogna dimostrare di avere un´occupazione o un reddito sufficiente. E il diritto di poter circolare liberamente nel territorio della Comunità? Ma è limitato a tre mesi, di fatto ai turisti, dopo bisogna dimostrare di avere un lavoro. E se lo si perde, dopo il sussidio di disoccupazione, si ha infine diritto all’assegno sociale.

«No ai Sozialtouristen», scrive anche il serio «Der Spiegel», cioè a quanti arrivano solo per sfruttare il sistema sociale. E quest’anno potrebbero arrivare circa 300 mila bulgari e romeni. Se avesse ragione l’Ue in teoria i 22 milioni di disoccupati in Europa potrebbero trasferirsi in massa per farsi mantenere da Angela Merkel. Già adesso per i 7 milioni che riscuotono l´assegno sociale (un terzo sono stranieri) l’esborso per lo Stato, tutto compreso, ammonta a 50 miliardi di euro.

Forse è una lunga premessa, ma serve a comprendere il clima in Germania in questo 2014, mentre la Grosse Koalition inizia il suo lavoro. La Merkel, all’ultimo suo mandato (non intende presentarsi nel 2017), sembra intenzionata a lasciare una sua impronta anche in Europa, mostrandosi meno dura. La situazione in casa è rosea, il bilancio si avvia al pareggio, nonostante 22 miliardi extra che il governo si prepara a investire soprattutto per le famiglie, i disoccupati scendono e gli occupati non sono mai stati così tanti. L’inflazione, che rimane l’ossessione nazionale, è sempre sotto controllo. Si possono dunque allentare le briglie senza correre rischi eccessivi. Ma non si deve rendere troppo difficile il lavoro alla Cancelliera con pretese insensate.

Berlino è larga di elogi per la Grecia, che, sia pure sempre in una situazione drammatica, sembra compiere i primi progressi. L’Irlanda è uscita dal tunnel, come la Spagna. E la Merkel può commentare che la sua cura è efficace. Lei è sempre convinta che non ci sia reale progresso senza stabilità. All’Est c’è il problema dell’Ucraina, e Berlino si barcamena tra moniti a Putin e a Kiev per la tutela dei diritti civili e il sostegno ai contestatori ucraini, stando attenti a non creare facili illusioni. L’ingresso dell’Ucraina nella Ue sarebbe meglio evitarlo, ma non lo si può dire chiaramente. La Germania è pronta ad aprire all’Iran: si è convinti che Teheran sia sincera nel suo desiderio di distensione, e che non esista una reale minaccia atomica. Meglio non  perdere questa chance di pace.

Questo è uno dei punti di attrito con la Francia di Hollande. Il presidente francese continua a minacciare Teheran, ma pensando agli affari petroliferi e ai rapporti con gli Emirati Arabi. Un cinismo e un egoismo nazionale che desta preoccupazione a Berlino. La Francia, inoltre, continua a non essere in regola con i suoi conti, forse peggio dell’Italia.

Rimane il nostro Paese, che viene sempre meno citato dalla stampa. Per fortuna l’éra di Berlusconi si è conclusa, almeno nei suoi aspetti scandalosi e folkloristici, ma la nostra politica continua a non suscitare molto fiducia. A Berlino non si dà peso alle dichiarazioni di Enrico Letta, si vogliono valutare i risultati e al momento non si vedono granché. Il nostro premier è venuto a Berlino a novembre, per partecipare a un congresso sullo sviluppo organizzato dalla «Süddeutsche Zeitung». Era alla vigilia l’ospite più atteso: l’Italia rimane una delle economie più importanti d´Europa, che cosa intende fare per uscire fuori dalla crisi? Invece Letta ha attaccato gli ayotollah del rigore, cioè sempre la Merkel, promettendo che avrebbe cambiato la rotta quando l’Italia avrà la guida della Comunità, dal primo luglio, succedendo alla Grecia. Queste sono proprio le frasi ad effetto che non piacciono ai pragmatici tedeschi: si sa che la guida a turno dell’Europa non può portare ad alcun risultato concreto e immediato. Perché provocare senza spiegare quel che si vuol realmente fare?

L´unico italiano in cui la signora di Berlino continua ad avere fiducia è Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea. Un italiano che sembra un tedesco, si dice a Berlino, sia pure sempre con prudenza. I tedeschi sono pessimisti per natura e per tradizione, e ora invece si dimostrano ottimisti, sia i politici che i normali cittadini. Forse un ottimismo che potrà venire esportato almeno in qualche modo nel resto d’Europa. Loro sono pronti a fare la loro parte. Purché non abbiano l’impressione che li si voglia sfruttare.

Roberto Giardina

 



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