Maugham perfido e geniale

 

William Somerset Maugham è sicuramente uno dei migliori scrittori inglesi tra le due guerre. Nato a Parigi nel 1874 e morto a Cap Ferrat nel 1965 a novantun anni, ha goduto di uno straordinario successo di pubblico da vivo, con all’attivo 78 libri che hanno venduto oltre 40 milioni di copie, grazie anche a un centinaio di trasposizioni cinematografiche e televisive, ma ha anche suscitato giudizi non troppo lusinghieri da parte della critica, che lo considerava uno scrittore facile, superficiale.

Rilanciato da una decina d’anni da Adelphi con ottime traduzioni che non fanno certo rimpiangere quelle un po’ datate e liquorose di Elio Vittorini tra gli anni Trenta e Cinquanta, Maugham si rivela uno scrittore di razza, impeccabile nello stile, preciso e tagliente, ironico e talvolta perfido come quello del suo conterraneo Evelyn Waugh, maestro nel disegno degli ambienti e dei personaggi, efficacissimo nei dialoghi, geniale nell’intreccio, spesso capovolto nel finale, come avviene in tanti racconti.

Dopo l’esordio con «Liza di Lambeth» (1897), romanzo naturalista di ambiente operaio, scritto mentre studiava medicina a Heidelberg, scrisse «Lettera d’amore» (1902), storia di un matrimonio infelice. Ottenne grande successo con «Schiavo d’amore» (1915), autobiografia di un gentleman britannico e della sua passione per una cameriera di facili costumi, successo bissato con «La luna e sei soldi» (1919), vita tormentata del pittore Gauguin, «Il velo dipinto» (1925), una storia d’amore e di adulterio a Hong Kong, e «Lo scheletro nell’armadio» (1930), che narra la passione di un ragazzo, futuro scrittore, per la moglie, ex cameriera di pub, di uno scrittore maturo, controfigura di Thomas Hardy. Anche nei romanzi successivi, «Acque morte» (1932), «Ritratto di un’attrice» (1937), «Vacanze di Natale» (1939), «Una inglese a Firenze» (1941) e «Il filo del rasoio» (1944), Maugham conferma le sue doti di affabulatore capace di sedurre un ampio pubblico con intrecci di raffinata fattura artigianale.

Con il titolo «Una donna di mondo e altri racconti» (Adelphi, ottima traduzione di Simona Sollai, pp. 245, 18 euro) escono ora dieci racconti scritti da Maugham tra il 1924 e il 1946. Più della metà sono autentici gioielli che meriterebbero una rilettura per la perfezione della struttura narrativa.

Con uno sguardo feroce e insieme divertito, l’autore fotografa i comportamenti della upper class londinese: aristocratici, ricchi borghesi, raffinati intellettuali, donne di mondo che frequentano salotti eleganti, bar alla moda, club esclusivi, campi da golf e prime teatrali.

La protagonista del primo racconto, «L’impulso creativo», è Mrs. Forrester, una scrittrice ultracinquantenne di talento che ha scoperto l’umorismo nella punteggiatura e le potenzialità comiche nel punto e virgola. Per questo è apprezzata dalla critica ma non dal pubblico. Squisita “donna di mondo”, è una virago dal fisico giunonico e mascolino con un marito, Albert, magro e insignificante, piuttosto noioso, commerciante di uva sultanina. Organizza pranzi a casa sua a cui partecipano soltanto uomini, dove Albert è poco più di una suppellettile. A questo punto scatta il colpo di scena: il marito scappa con la cuoca. L’agente letterario di Mrs. Forrester le consiglia di andare a riprendersi il marito per non coprirsi di ridicolo. La scrittrice tenta invano di convincere Albert a tornare a casa, ma questi le dà un consiglio brillante, quello di scrivere un romanzo giallo se vuole avere anche un successo di pubblico. Lui è un esperto in materia perché da trent’anni ha letto solo romanzi gialli che poi passava alla cuoca. Mrs. Forrester se ne va, attraversa Hyde Park dove osserva la statua di Achille e, tornata a casa, annuncia ai suoi amici che scriverà un romanzo giallo. «La statua di Achille» otterrà uno straordinario successo.

Di deliziosa atmosfera vittoriana è «La dozzina tonda», ambientato a Elsom, una località di villeggiatura sul mare vicino a Brighton frequentata in passato da Thackeray. L’albergo è quasi vuoto perché siamo fuori stagione e il narratore è incuriosito da un terzetto formato da una coppia anziana e da una donna non più giovane ma ancora attraente. Il marito è un commerciante di tè, l’altra donna è una nipote zitella che ha avuto un amore infelice.  Sulla spiaggia incontra un omino dai guanti neri bucati che gli racconta di essere stato famoso per aver avuto undici mogli incontrate sul lungomare e per essere poi stato arrestato come furfante e fedifrago. A testimonianza di ciò che afferma, gli mostra vecchi ritagli di giornale. Ammette di aver sottratto soldi alle donne, ma in cambio ha regalato un po’ di romanticismo, orgoglioso di essere stato per loro «un piccolo raggio di sole in quelle vite grigie». L’unico rammarico che ha è quello di non aver potuto raggiungere «la dozzina tonda» di mogli. Un giorno in albergo la nipote scompare lasciando una lettera agli zii in cui annuncia che si sposa. Solo il narratore ha capito con chi.

Ne «Il tesoro» Richard è un uomo felice: separato dalla moglie, con un incarico al ministero dell’Interno, gioca a golf e a bridge, frequenta teatri, è invitato a cene raffinate. Vuole assumere una cameriera efficiente e la trova in Mrs. Pritchard, una piacente vedova trentacinquenne che tiene la casa in modo perfetto. Una sera la invita al cinema e a cena. Tornati a casa, la bacia e la porta a letto. Il giorno dopo lei si comporta come se non fosse successo nulla.

«La moglie del colonnello» è Evie, una donna sterile che ha pubblicato un libro di poesie col nome da nubile e ha ottenuto molto successo. Vive in campagna con il marito, George, che a Londra ha una relazione con un’amante. Un giorno l’impeccabile colonnello legge il libro della moglie, storia d’amore tra una matura donna sposata e un uomo più giovane che alla fine muore. George teme che la moglie gli sia stata infedele e pensa alla figura disastrosa che ha fatto nella società che conta.

«Una donna di mondo» è Mary, una celebre concertista cinquantenne sposata con un pittore mediocre. Il narratore la incontra a una cena e lei, con il cuore spezzato, gli racconta che l’uomo amato da vent’anni, un brillante saggista, è morto. Non ha però potuto mancare alla cena perché doveva «far buon viso a cattiva sorte».

Maugham sa affondare in modo impietoso il suo bisturi sotto la crosta di apparenze e finzioni dell’alta borghesia, sa cogliere da maestro l’alternanza di conformismo e trasgressione nel gioco sottile dei sentimenti.

Massimo Romano

 



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