L'Italia inquieta di Napolitano

Al presidente Giorgio Napolitano è toccato in sorte un ruolo non assegnato nemmeno lontanamente a nessuno dei suoi predecessori (e non per nulla egli è l’unico Capo dello Stato nella storia della Repubblica italiana rieletto dopo il mandato settennale previsto dalla Costituzione): di essere considerato, in un periodo ormai lungo di grandi e gravi difficoltà di ogni genere per il Paese, come un vero e proprio responsabile del governo, sia pure senza alcuna specifica rilevanza istituzionale.

Circola da qualche mese un libro di Marco Travaglio, intitolato «Viva il Re!» in cui si condensa questa immagine di Napolitano. Pubblicato da chiarelettere, è lungo 627 pagine fittissime, senza illustrazioni, e costa 16,90 euro. E’ diviso in sei capitoli, preceduti da un “prologo” in cui l’illustre giornalista Barbara Spinelli, che ebbe con Napolitano fra dicembre 2008 e gennaio 2009 un acerbo scambio di lettere e poi una lunga conversazione a quattr’occhi al Quirinale, fornisce a Travaglio una giustificazione politico-ideologica a tutto quello che segue.

Vale la pena di sintetizzare, attraverso i titoli dei sei capitoli, una storia personale e pubblica di notevole rilievo dell’interessato, così successivamente definito: «Il Peggiorista» (1953-2006); «Il Pompiere incendiario» (2006-2008); «Il Firmatutto» (2008-2011); «Romanzo criminale» (2011-2012); «L’Imbalsamatore» (2012-2013); «Sir Bis» (2013-2020?).

 Sotto il timbro dell’ironia tradizionale di Travaglio sono elencati in quei titoli fatti, parole, decisioni che toccano tutta la politica italiana da Tangentopoli in poi, fino alla elezione di Napolitano al Quirinale e alle cronache di oggi, secondo un percorso tracciato in base a un convincimento che, nelle intenzioni esplicite dell’autore, si mira a rendere condivisibile dall’opinione pubblica nazionale: che con Napolitano il sistema istituzionale italiano sia passato da una repubblica parlamentare a una presidenziale e infine, metaforicamente, a una monarchia assoluta. Il tutto, attraverso un continuo intervento e un ripetuto conflitto del Capo dello Stato con le principali istituzioni, a cominciare dal parlamento e dalla magistratura.

Per sintetizzare, ecco per ogni capitolo un episodio, fra molti altri, esaminato nel libro con particolare attenzione, sempre nell’intenzione di mostrarne le responsabilità che spetterebbero al personaggio. Primo. L’inizio dell’intesa sottobanco (il cosiddetto “inciucio”) di Napolitano con Berlusconi. Secondo. L’offensiva mediatica contro alcuni magistrati troppo intraprendenti, a cominciare da De Magistris (poi sceso in politica e oggi sindaco di Napoli). Terzo. L’”inciucio” paga: salvi Berlusconi e Dell’Utri. Quarto. Le quattro telefonate dell’ex istro democristiano Mancino al Presidente, intercettate e finora rimaste segrete, con il coinvolgimento della Corte costituzionale sulla proposta dei magistrati di Palermo di interrogare Napolitano circa la trattativa fra Stato e mafia. Quinto. La scelta delle “larghe intese” fra destra e sinistra in parallelo con le altalene fra i governi Monti e Letta e le contorsioni, le rottamazioni e le scissioni dentro e fra i partiti. Sesto e ultimo. Lo statista pregiudicato. In un postscriptum, salta infine fuori il caso Cancellieri-Ligresti.

Come abbiamo scritto, in tutti questi episodi e nelle decine e decine di altri compresi nel libro, Travaglio cita interventi o silenzi di Napolitano, secondo lui criticabili, che continuano ad avere effetti sulla politica. Ad esempio, nella strategia del Movimento 5 Stelle che vorrebbe arrivare addirittura all’impeachment del Presidente e definisce “illegale” la legislatura emersa dalla legge elettorale Porcellum giudicata recentemente incostituzionale dalla Consulta (la cui relativa sentenza manca tuttora delle motivazioni).

Nel suo complesso, il libro ha un merito: quello di raccontare la storia politica nazionale nell’ultimo quarto di secolo con una talvolta persino eccessiva ricchezza di particolari. Ma ha anche un difetto, a nostro giudizio piuttosto grave: considerare i comportamenti di Napolitano come una delle concause della crisi che sta devastando politicamente e socialmente il Paese, mentre non sono che effetti certo non inspiegabili e/o innaturali di tale crisi.

Un uomo politico di quella età (ottantotto anni), di quelle esperienze, di quegli incarichi parlamentari (fra l’altro, fu presidente della Camera) e governativi (basterebbe ricordare la legge Turco-Napolitano sull’immigrazione, rovesciata dalla successiva Bossi-Fini) di quella intelligenza e anche di quella moralità personale e famigliare, non può essere accusato di doppigiochismi politici e di interessi personali: non voleva assolutamente la rielezione al Quirinale, e lo scrisse in lettere a Bersani, Monti e Alfano segretari dei partiti della prima “larga intesa”, quando il Pdl non era ancora stato scisso in Forza Italia e Ncd, e poi all’allora candidato alle “primarie” del Pd, Renzi. Lo ha ricordato martedì 31 dicembre nel tradizionale appello di fine anno agli italiani, che ha raggiunto la quota record fra tutti i precedenti, analoghi discorsi a reti unificate, con più di nove milioni di ascoltatori.

In quella occasione Napolitano ha detto quello che ci si poteva aspettare da uno come lui, in quella posizione e in un momento tragico come questo: ha chiesto alla politica di fare quello che non riesce più a fare da anni, cioè le riforme necessarie e urgenti per rimettere il Paese in cammino verso un futuro meno oscuro di quello che sembra attenderlo. Ha detto che si dimetterà appena la situazione sarà mutata, e la politica avrà avviato i suoi compiti indispensabili.

Enrico Letta si è naturalmente detto d’accordo, Renzi pure. Da Forza Italia è arrivato solo l’assurdo augurio che si vada presto a votare, dopo lo scioglimento delle Camere (che Napolitano non ha nessuna intenzione di fare, e prima di farlo si dimetterebbe lasciando l’impegno al suo successore) senza avere la minima idea di come si possa uscire dalla crisi (non basta chiedere elettoralmente la fine dell’Imu) e senza che si sappia come possa ancora occuparsi direttamente di politica il suo leader storico, “pregiudicato” con sentenza definitiva. Il buio incombe, e se Napolitano parla e dice quello che pensa, senza infrangere davvero la Costituzione sulla quale ha giurato, non esagerare, caro Marco Travaglio.

Beppe Del Colle



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